ELOGIO DELLE DUE RUOTE

Considerazioni sulla vita fatte in equilibrio su due ruote ai tempi del coronavirus

di SILVIO MORETTI

Tra le tante sensazioni che la cosiddetta fase 2 ci ha fatto di nuovo riassaporare, pur con tutti i limiti e le paure vere o presunte, c’è stata quella di potersi muovere liberamente. Compiere certe azioni che avevamo dimenticato ci ha riconsegnato lo stupore che sempre ci sorprende quando, facendo cose apparentemente banali o quotidiane di cui normalmente non ci accorgiamo, invece le notiamo e ne afferriamo il senso e ne comprendiamo il perché. Fino al punto di rimanere sorpresi,  appunto, di noi stessi.

O forse perché, disabituati come eravamo, ci sembrano nuove ed in alcuni casi perfino eccitanti.

Così è accaduto per la bicicletta la cui passione in tutto questo periodo di quarantena e di forzata clausura è rimasta soffocata. Chiusa in un garage, compagna di tanti lunghi allenamenti, ho sofferto per me ed anche un po’ per lei ricoperta da un grigio telo anonimo e dalle immancabili ragnatele.

Non appena l’abbiamo di nuovo inforcata abbiamo riscoperto l’armonia dell’equilibrio, l’ebbrezza delle discese con il vento in faccia ed il concetto ineguagliabile della distanza. Era come quando siamo riusciti per la prima volta a rimanere in equilibrio precario, su due ruote. Ce lo ricordiamo per sempre ed anche stavolta questi momenti rimarranno impressi nella memoria.

L’allenamento solitario in bicicletta, se non è svolto in trance agonistica, fa lavorare la mente e aiuta nella riflessione. Poche situazioni come questa stimolano la fantasia, sprigionano l’immaginazione ed alimentano i ricordi.

Ma ogni viaggio in bicicletta è come riscoprire l’essenza della vita, anzi si può dire che andare in  bicicletta possa rappresentare una metafora della vita stessa.

Riflettevo su questo, mentre pedalando mi ritornava in mente la frase di Einstein secondo cui “La vita è come andare in bicicletta. Se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”.

Ed aveva ragione il grande genio: nella vita come sulla bicicletta siamo sempre alla ricerca dell’equilibrio e vivendo lo possiamo sperimentare.

Muovendoci, cioè vivendo ed affrontando tutto quello che nella vita ci si presenta è lì che dobbiamo trovare il nostro equilibrio, ciascuno a suo modo.

I chilometri corrono e lo srotolarsi del percorso è un po’ come il film della vita con le sue fasi alterne fatte di momenti belli e piacevoli che si avvicendano con periodi più complicati, sgradevoli, talvolta tristi, ma riusciamo a mantenerci in equilibrio e questo è quello che conta.

Dalla adolescenza e fino alla giovinezza siamo proiettati come in una lunga discesa che sembra non finire mai. Ci sentiamo invincibili e come sulla strada così nella vita sfrecciamo, presi come dentro una vertigine, vedendo passare veloci accanto a noi gli alberi, le persone, tutto come in una grande volata. Non cogliamo i particolari che la natura, il mondo e la vita ci presenta.

Così la vita che affrontiamo senza timori, a volte con sfrontatezza, forse con un pizzico di apparente superficialità. Sembra che nulla ci preoccupi presi da un’ansia di cambiare tutto, il mondo , le cose. Non vogliamo trascorrerla invano.

Non lo sappiamo ma la pensiamo esattamente come Honoré de Balzac  per il quale “Ogni ora perduta durante la giovinezza è una possibilità di infelicità per l’avvenire”.

Abbiamo fretta di arrivare, facciamo errori, spesso veniali. Non ci sono ancora i ricordi, quelli, non lo abbiamo imparato, ci serviranno più tardi quando la vita sarà meno agevole come in una salita.

Ci sfuggono i particolari: come le rondini che hanno preparato il loro nido sotto la grondaia, o il  cinguettio dei passeri o ancora un alito di vento umido come di campagna.

Solo alla fine della discesa o quando la giovinezza ce l’abbiamo alle spalle ci rilassiamo ed entriamo nell’età di mezzo.

Quando è stato che abbiamo abbandonato la giovinezza? Chi può dirlo?

Forse non c’è stato un momento preciso e quasi certamente non ce ne siamo accorti. Deve essere stato quando abbiamo usato un rapporto più agile e le gambe sulla bicicletta hanno cominciato a girare quasi da sole. Senza spingere con furore sui pedali. Ecco quando è accaduto!

Forse quando una mano dolce avrà sfiorato il nostro cuore e ci siamo accorti che, nonostante tutto, la primavera era arrivata col suo carico di profumi: le gemme, i fiori e poi i frutti. Lo abbiamo visto dalle immense distese dei ciliegi ricoperti di un velo di tulle. Sembrano splendide spose nel loro biancore ma così gli uccelli non possono beccarne i frutti succosi.

O nel momento in cui ci siamo abbandonati ad ammirare il mare nel pomeriggio inoltrato, in un’ora precisa  e la spiaggia è apparsa diversa da quella della mattina perché sono persino diversi i colori ed  i profumi più intensi con le onde leggere che si perdono a riva.

Poi la strada si fa più dura, comincia a salire, è importante non sprecare le energie. Ci siamo lasciati alle spalle il profumo dei tigli e le immense ed inebrianti siepi di gelsomino lungo le case. Come in bicicletta anche nella vita bisogna saper dosare le forze, per fortuna la saggezza ci soccorre. E’ l’età in cui gli altri vecchi sembrano sempre più vecchi di te. Qualche affanno, un po’ di inquietudine ma vogliamo rimanere in sella. Farci prendere da mali oscuri o dai crampi in questo momento non è possibile, il traguardo è ancora molto lontano.

Anche se la mente a volte ripercorre le lunghe tappe del suo cammino passato, riandando ai momenti belli e ad altri meno felici, siamo portati ad andare avanti in un giro che vorremmo non finisse mai, perché ci emozioniamo ancora di fronte ad un bambino che comincia a camminare o a contemplare un’alba rosata e ci commuoviamo quando sentiamo parlare che nel mondo c’è qualcuno che lotta per affermare la propria libertà.

Marco Pantani, grande ciclista, diceva ” vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia”. Anche nella vita siamo chiamati ad affrontare momenti che ci sembrano insuperabili, potremmo desistere ed invece aggrediamo la salita per arrivare in fretta alla vetta  e ce la facciamo.

Mai come in questo tempo in cui, per molti di noi che non hanno vissuto l’orrore della guerra, siamo stati chiamati a valicare il più alto gran premio della montagna, ci siamo resi conto della nostra fragilità, della nostra vulnerabilità e come esse abbiano una dimensione globale.

Al tempo stesso abbiamo avuto la riprova di come la natura sia più grande di noi e al di là della retorica dell’ “andrà tutto bene” non possiamo non interrogarci se sarà tutto come prima o sarà diverso.

L’interruzione delle relazioni sociali che sono il fondamento, nel bene e nel male, del nostro vivere che pian piano riprende dovrebbero spingerci a superare noi stessi senza dimenticare a quante persone che, nonostante gli sforzi, l’abnegazione di medici, infermieri, farmacisti, e forze del volontariato, non avranno la possibilità di ricordare questi momenti che sembrano non finire, quando tutto questo avrà cessato di seminare angoscia e sgomento nel nostro animo.

Cercando di superare lo sgomento e lo sbigottimento per qualcosa di cui non riusciamo ancora forse a renderci bene conto, cerchiamo di continuare a vivere, a sorridere, per quanto è possibile, anche per esorcizzare le nostre paure.

Come il più umile gregario ciascuno potrà fare la sua parte senza domandarsi se la boraccia d’acqua l’abbia passata Bartali a Coppi o viceversa.

Sarà il segno che la vita continua  e che potremo continuare la sera, nel silenzio, a godere il cielo più stellato di sempre e sentire un cane che abbaia lontano.

SILVIO MORETTI