Un calcio al virus

di SILVIO SERANGELI

Una domenica pomeriggio con la tramontanina e il sole a picco, che ti consiglia di approfittare del quasi dopo quarantena con uscite  moderate e necessarie, e non rischiare qualche linea di febbre. Non sia mai! E allora bighelloni per casa e, fra un assaggino e l’altro, un paio di telefonate, finisci per essere attratto dal telecomando e provi una carrellata, senza troppa convinzione. Sorpresa: sul 201 di Sky trovi la partita di calcio. Ricordate? Quella con ventidue indiavolati che si affannano a correre dietro a un pallone. Pura curiosità, come seguire per qualche minuto una delle mille ricette della irrefrenabile Benedetta Parodi, o controllare quanto costa il monopattino o il Dyson su QVC, che tanto poi non lo compriamo.  Ovviamente diretta SKY, come ricorda la scritta in sovrimpressione, in alto a destra; siamo a metà primo tempo. Per la ventinovesima giornata della Bundesliga si fronteggiano, come recita il gergo calcistico, i padroni di casa, sempre secondo il gergo calcistico, del Borussia Monchengladbach (scritta faticosamente copiata da internet) e gli ospiti dell’Union Berlino. Una partita moscia, seguo qualche azione in primo piano. Come sempre ho tolto l’audio, perché non sopporto il commento urticante del cronista con annesso inutile commentatore Sky, che fra l’altro spudoratamente tifano contro la Roma  anche quando al 92esimo vince 4 a 0. Le immagini si allargano e inquadrano la tribuna. Al centro c’è la scritta in grandi lettere “Borussia” e tutto intorno il pubblico festante e sorridente. Sono le sagome dei tifosi locali, riprodotte una ad una, per dare calore all’incontro. Alzo l’audio e mi giunge soltanto qualche urlo, credo degli allenatori che, data l’etnia, mi ricorda la filmografia con gli americani buoni e i nazisti cattivi, appunto con le urla minacciose di questi ultimi, sempre pronti a fucilare. I calciatori fanno il loro mestiere, timbrano il cartellino, dribblano, segnano; uno del Berlino si fa perfino male a un ginocchio. Corrono due persone non identificabili con mascherina, che dovrebbero essere il medico e il massaggiatore, si mantengono a debita distanza, palpeggiano l’arto come se fosse un ferro rovente. Nel silenzio apocalittico il commentatore cerca di scaldarsi, ce la mette tutta. Ma niente: è una desolazione unica. Mentre sto per spegnere il televisore e passare ad altro di meglio, nella parte bassa dello schermo compare il serpentone, la scritta in sovrimpressione, che proprio mi ci voleva: come abbonato Sky da più di dieci anni, vengo invitato a provare lo Sky virtuale. Basterà azionare l’opzione audio originale e, miracolo della tecnologia, potrò “vivere la partita con il suono dello stadio pieno”. Chiamo mia moglie, perché è troppo bello, non se la può perdere questa perla. Lascio stare anche per evitare che l’opzione premio finisca per creare problemi a tutto il sistema. Nel frattempo qualcuno ha segnato, ma i compagni sì sono tenuti a debita distanza, un  saltello e via, anche il portiere che, di solito, dopo aver subito il gol smadonna contro i suoi compagni e dà il classico calcio al palo mi è sembrato narcotizzato. Le sagome dei tifosi sorridenti stanno lì, con la solita espressione; gli organizzatori della pantomima non hanno pensato a sostituirle con qualche marchingegno meccanico  con altre che magari si abbracciano, sventolano bandiere in occasione del gol. Credo che alla prossima  partita provvederanno. Fino a qualche anno fa una sagoma veniva definita una persona particolare, divertente, estrosa poi questo termine, come molti altri, è andato in  disuso e ora mi compare nel campionato tedesco che coraggiosamente ha ripreso per primo. Queste sagome personalizzate sono una preziosa indicazione per superare le solitudini della lunga traversata nel deserto del virus. Qui non si tratta dei marchingegni tecnologi che fanno comparire gli inquietanti ologrammi, i cartoni si possono toccare, danno un senso del reale. E, allora, mi sono detto con mia sorella, nella telefonata delle cinque sul virus e dintorni, perché non farci fare dagli amici fotografi le sagome dei parenti più lontani, intervallarle fra noi persone in carne e ossa e, finalmente, celebrare il compleanno di mio cognato nel ristorante che fu prenotato e poi sprenotato con l’arrivo della quarantena? Si annullerebbero le distanze, in qualche modo di ricreerebbe l’atmosfera festaiola, magari con la colonna sonora registrata del chiacchiericcio tipico delle mangiatoie, con il rumore delle stoviglie e qualche  vociare dei camerieri in  azione: “minerale naturale? Subito! Occorre del pane? Aspetti che porto via il piatto”. Mi viene pensato ad altri vuoti da colmare come quelli fra i banchi delle chiese o fra i lettini e le sdraie degli stabilimenti balneari. Per rendere più verosimile questa messa in scena, le sagome potrebbero essere sostituite da manichini. Pensieri in libertà, un po’ sciocchi, che riflettono questo momento di grande disorientamento in cui gli esperti non aiutano e non possono aiutare. Faccio parte della larga schiera dei prudenti anche perché non vorrei che fossero cancellate ore e ore di attesa dell’infinita quarantena, reclusi in casa. Ma credo pure che il ritorno alla normalità sarà molto più lento del previsto. Il decano del giornalismo sportivo romano, Piero Torri, molto critico per il  ritorno del campionato, si chiedeva ai  microfoni di TeleRadioStereo quando e come torneranno i tifosi, gli spettatori negli stadi. Che fine faranno le curve, gli abbonati? E le coreografie? E se a qualcuno scappa un goccio d’acqua a fine primo tempo? Le immagini dei film fantascientifici day-after di qualche anno fa mi sono tornate alla mente guardando quelle televisive della partita del campionato tedesco con tanti replicanti in campo e intorno il vuoto umano: la desolazione. E ho pensato che questa potrebbe essere un’ulteriore vertiginosa corsa verso la nostra futura vita quotidiana. Stadi senza pubblico con grandi schermi che proiettano i tifosi nei vari atteggiamenti un po’ come le grandi scritte elettroniche delle pubblicità a bordo campo. E poi i rumori di fondo, l’esultanza e lo sconforto. Il fischietto digitale per l’arbitro, lo scandire del tempo di gioco su un grande schermo, senza il recupero a discrezione dell’uomo in nero, la distanza della barriera presa con il laser. E sempre più VAR e occhi di falco. Del resto se le sale cinematografiche spariscono come le lucciole a favore dei canali e degli schermi televisivi, perché non dovrebbe succedere a questo spettacolo pallonaro?  Resterebbe il manto erboso e tante telecamere a fare corona alle azioni in campo. Sulla spinta di questa emergenza epocale anche il calcio sarebbe ridotto a salotto. Dagli stadi del nostro campionato giungono le riprese tv degli spalti con sempre meno spettatori. In alcune partite di coppa siamo quasi al vuoto assoluto. Sopravvivono le curve. Le società si arrangiano con gli introiti dei diritti televisivi. Che ci sarebbe di male a dare un taglio a quello che potrebbe essere un passato pittoresco, arcaico e spostare l’attenzione verso i nuovi mezzi della comunicazione? Con il cellulare irrinunciabile   ci puoi fare di tutto, magari potrai seguire le partite da casa senza spostamenti problematici, il vento e la pioggia, la visione del campo a dir poco approssimativa; seduto comodamente sulla tazza del gabinetto potrai tifare per la  squadra del cuore, sciarpa al collo, carta igienica a portata di mano,  con le sagome sullo sfondo. SKY e Caressa ci stanno già pensando.

SILVIO SERANGELI