ANATOMIA DI DUE BANDE (II)

di CLAUDIO GALIANI ♦

LA NASCITA

Tolfa e Allumiere

Con uno strano uso del montaggio narrativo, Ezio Maroncelli alla fine della relazione sull’attività bellica della sua banda torna alla prima azione compiuta nel mese di settembre, per valorizzarne il significato.
Ci é doveroso altresì segnalare l’atto individuale, veramente degno del massimo encomio, effettuato dai partigiani Mori Libero e Pistolesi Vidio. Entrambi operai della Società Romana di Elettricità alla fine del mese di settembre 1943, all’atto di dover lasciare Civitavecchia per raggiungere la Banda, consapevoli a quale triste sorte sarebbero andati incontro qualora fossero stati colti sul fatto, con vero spirito di patriottismo, facevano saltare la cabina elettrica rendendola così inutilizzabile per tutta la durata dell’occupazione “.
Parliamo del settembre 1943, quindi di uno dei primi atti di sabotaggio della Resistenza laziale.
A settembre la banda esiste, ha i suoi elementi dislocati, é in grado di colpire, di procurarsi le armi, requisire viveri, fare atti di sabotaggio a linee e mezzi.
Gia’ nei giorni successivi è costretta a subire il contraccolpo della reazione tedesca e, senza lasciarsi intimorire, prova a rispondere colpo su colpo con delle azioni temerarie.
Questo significa che non c’é stata nessuna spontaneitá o improvvisazione nella nascita del gruppo.
Il progetto e l’organizzazione hanno avuto un’incubazione ben prima dell’8 settembre.
Mario Leporatti, nome di battaglia ”Stefano”, inviato a gennaio da Roma per coordinare le formazioni dell’ Alto Lazio legate alla rete garibaldina, coglie immediatamente questo aspetto.
Per quanto riguarda la composizione sociale di Civitavecchia, c’è da tenere presente che essa è una città oltre che marittima, anche industriale. L’elemento operaio qui si affianca all’elemento marittimo e tutti e due prestano ampio campo allo sviluppo della nostra propaganda, del nostro lavoro e della nostra lotta.
Civitavecchia, vanta una tradizione nostra molto notevole, tenendo conto che essa è una città dell’Italia centrale, in essa il Partito conta dei compagni già da lungo tempo, questo fatto facilita naturalmente l’opera di riorganizzazione e di attivazione di tutta la zona; buoni elementi sono anche nella provincia tra i contadini.
L’effetto dei bombardamenti, se ha portato allo sfollamento della città, e quindi alla dispersione e allo sparpagliamento di tanti compagni, ha prodotto d’altra parte qualche cosa di buono, nel senso che ha costretto gli elementi migliori e più decisi a stare insieme proprio per poter provvedere tutti uniti alle necessità della vita quotidiana: si è infatti costituito un gruppo di giovani elementi che trasportatisi in provincia, dopo aver vissuto qualche tempo alla macchia, in accampamento, con il progredire dell’inverno si è sistemato tutto nei paesetti di Allumiere e Tolfa.”
Il primo momento di coagulo delle bande avviene dopo il 14 maggio, quando migliaia di famiglie smarrite ed angosciate sono costrette dai bombardamenti ad un esodo biblico, che una memoria antica ricollega a quello avvenuto undici secoli prima, sotto l’assalto delle orde saracene.

CIV BOMBARDATA 2

CIV BOMBARDATA

Civitavecchia bombardata

Con lo sfollamento si disperde anche l’attività sovversiva, che è cresciuta molto nei mesi precedenti, creando allarme nell’OVRA impegnata ad arginare il movimento con schedature e arresti.
Un documento del 2 marzo elenca 55 elementi sovversivi residenti in città, alcuni arcinoti come Antonio Morra, altri appartenenti a una nuova leva, come Fernando Barbaranelli.
Si tratta in genere di attività di volantinaggio, scritte sui muri, riunioni clandestine.
Non risultano azioni clamorose nei posti di lavoro, come gli scioperi generali che nel marzo 1943 si verificano nelle grandi fabbriche del Nord.
E’ un movimento che in parte sfugge al controllo, perchè indagini approfondite portano nel mese di aprile al fermo di 19 persone, tra cui alcune non comprese nel precedente elenco.
Tra queste figura Ezio Maroncelli.
Altri arresti si aggiungono poi per riunioni clandestine svolte in gran parte in casa di Secondiano Antonini, come notifica l’OVRA in un altro rapporto.
La perdita materiale della città provocata dal bombardamento, la dispersione e i problemi di reinsediamento delle famiglie favoriscono però la spinta a ritrovarsi, a rafforzare i legami, a ricostruire nel vuoto politico gli spazi di una azione cospirativa.
Civitavecchia non ha conosciuto un suo 25 luglio.
Caduto Mussolini, in tutte le città d’Italia esplodono manifestazioni spontanee di entusiasmo per la libertà e per la pace, si formano cortei che arrivano sotto le mura delle carceri per reclamare la liberazione dei prigionieri politici, si organizzano gli operai delle fabbriche per accelerare il passaggio alla democrazia.
Il carcere di Civitavecchia, l’Università dell’ antifascismo, è vuoto perché in seguito ai bombardamenti tutti i prigionieri sono stati trasferiti, così come non ci sono cortei da organizzare nelle fabbriche semidistrutte, rimaste senza operai.
Conoscendo i nostri uomini, è impensabile che restino inattivi di fronte ai sinistri scricchiolii del regime.
Il disordine generale favorisce la libertá dei loro contatti.
Si conoscono e sanno come trovarsi.
Ad agosto, costretti dall’insistenza dei partiti di sinistra, i Prefetti sono costretti a liberare i prigionieri politici ancora rinchiusi a Roma, anarchici e comunisti: tra questi, gli arrestati in primavera a Civitavecchia.
Verso la metà di agosto alcuni sono stati già rilasciati; per altri ritenuti pericolosi, come i fratelli Manlio e Vincenzo Luciani, c’è una riluttanza a liberarli.
Il 16 agosto lasciano il carcere gli ultimi reclusi, tra cui Ezio Maroncelli, Rinaldo Montecolli, Secondiano Antonini, muniti di foglio di via per Civitavecchia.
Usciti dal carcere, si dirigono verso le colline e si uniscono agli altri delusi dal Governo Badoglio, che ha risposto con la censura e le raffiche di mitraglia alle manifestazioni operaie per la democrazia, tanto da meritarsi da un liberale moderato come Croce l’appellativo di regime neofascista.
Le riflessioni di “ Stefano” colgono quindi nel segno, ma mettono in rilievo un altro aspetto.
Le bande sono costrette a formarsi fuori del loro ambiente naturale (le fabbriche, il porto, i luoghi di lavoro) e questo condiziona la loro natura e la loro capacità operativa.
Dispersa la base sociale, l’azione militare perde l’apporto della ribellione operaia, che, soprattutto nel Nord, con i grandi scioperi e l’azione rivendicativa farà della Resistenza un fenomeno di massa, rafforzando il senso politico della lotta.
Unico esempio noto di resistenza operaia a Civitavecchia è quello delle maestranze della Società Prodotti Chimici Nazionali di Aurelia, che scampata ai bombardamenti ha deciso di intensificare la produzione per la riparazione dei mezzi e delle armi dell’esercito tedesco.
Gli operai rallentano la produzione e ricorrono al sabotaggio, provocando incidenti, quando arriva l’ordine di smontare e trasferire al Nord i macchinari.
La Direzione aziendale reagisce con sanzioni disciplinari, minacce e qualche licenziamento.

Bieda
A Bieda sono sfollati 263 nuclei familiari, per un totale di 850 persone. Si è provveduto a sistemarli alla meglio, presso case private, magazzini, aule scolastiche ed è stata organizzata una insufficiente distribuzione di generi alimentari di prima necessità. Le carenze organizzative suscitano lamentele tra gli sfollati.
Temendo il malcontento che può nascere in condizioni di forte disagio, il 23 agosto la Prefettura informa il Ministero dell’Interno.
Ho richiamato l’attenzione del Podestà e dell’Arma dei CC.RR. perchè mi vengano fatte immediate segnalazioni e adottati subito i provvedimenti del caso a carico di quei sovversivi che approfittassero delle circostanze per compiere della propaganda disfattista e creare torbidi fra le famiglie sfollate”.
Effettivamente, i ”disfattisti” cominciano ad organizzarsi, ma non si limitano a creare torbidi.
Collegati ai compagni di Allumiere e Tolfa, puntano alla formazione di gruppi di combattimento.
Già sulla Cassia si stanno muovendo altre bande, come la Buratti, che assalta un convoglio tedesco, creando un clima di forte allerta nel Comando militare.
Qualche giorno dopo, un incidente di percorso della banda che si sta organizzando a Bieda provoca un brutale intervento delle truppe tedesche.
Il 28 ottobre 1943, narra Barbaranelli, quando la banda era ancora in via di formazione e di armamento, il collaboratore Sandoletti Antonio, fu Gabriele, nativo di Bieda veniva sorpreso ad Aurelia da soldati tedeschi mentre tentava di prendere il treno per Bieda per recare delle armi al Marini Giovanni che lo aveva comandato per tale bisogna. Il Sandoletti, messo alle strette, confessò ai tedeschi che le armi che gli furono trovate indosso occorrevano per l’armamento della Banda Partigiana di Bieda, e citò il Marini, ma non col nome vero, ma con il soprannome di “Cardone”.
Il giorno dopo, 29 ottobre, alle ore 6, paracadutisti germanici autotrasportati, circondarono di sorpresa il paese di Bieda, e iniziavano una sanguinosa rappresaglia. Furono uccisi 14 uomini dai barbari assetati di sangue.
Intanto, nel grande rastrellamento che seguì alle uccisioni, furono catturati centinaia di uomini tra i quali furono scelti 25 ostaggi (veniva posto fra questi anche il Comandante della Banda Partigiana) che furono messi contro il muro della piazza del paese per essere fucilati.
Il Sandoletti era con i tedeschi, i quali contavano di servirsene per farsi indicare i Partigiani. Ma mentre veniva eseguito il rastrellamento nelle vie, il Sandoletti riuscì a scappare e a sparire in un vicolo vicino. Fu questa una vera fortuna per gli ostaggi catturati, giacchè vi si trovavano oltre al Comandante Barbaranelli Fernando, altri Partigiani che il Sandoletti avrebbe potuto indicare e provocare così la fucilazione di tutti. Le preghiere delle donne e del Commissario prefettizio sig. Massini, il quale garantì che il Sandoletti sarebbe stato ricercato e consegnato vivo o morto, fecero desistere i tedeschi dal proposito di mettere a fuoco tutto l’abitato nei pressi del quale il Sandoletti si era dileguato.
Forse parendo sufficienti le uccisioni commesse, i tedeschi desistettero anche dal fucilare gli ostaggi ai quali già, messi al muro, si era schierato dinanzi il plotone di esecuzione. Fatti salire su un loro camion, i 25 ostaggi furono dai tedeschi portati ad Aurelia e rinchiusi nella prigione della Caserma Militare di quella frazione.
Tra i catturati vi erano i Partigiani Barbaranelli Fernando, comandante della Banda, Fiorentini Caserio, Marini Domenico, Marini Felice, Piccini Bruno, e i Patrioti Milo Danilo, Mancini Ennio, Funari Stelio. Il giorno seguente venivano arrestati in Bieda, sempre ad opera dei tedeschi, e tradotti nel carcere di Viterbo, ove rimasero in detenzione per circa 40 giorni, i Partigiani Mantovani Vivenzio e Colombrini Mario. Nel frattempo veniva catturato anche il Sandoletti Antonio.
Dopo una settimana, riuscivano ad evadere dalla caserma di Aurelia il comandante della Banda Barbaranelli Fernando e Benni Amerigo e Piccini Bruno. I rimanenti riuscirono ad evadere, dopo più di un mese, saltando dal vagone ferroviario, del quale erano riusciti ad infrangere la griglia del finestrino, mentre aveva inizio il loro viaggio d’internamento in Germania.
Tutti i Partigiani tornarono nuovamente nelle fila della Banda che andava riorganizzandosi.

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Foto di repertorio: Tedeschi della Fallschirmjäger-Division

 

L’ episodio è registrato anche nell’archivio militare tedesco, che riferisce di 14 „Freischärler“ (partigiani) uccisi in un tentativo di fuga, 25 civili e 10 soldati italiani catturati. E accenna a un bottino sequestrato durante il rastrellamento: 104 fucili da caccia e 9 pistole.
Non sembrano, a dire il vero, terribili armi da combattimento.

Qualche amico, allora fanciullo, ha assistito a quei fatti, che hanno impresso nella sua memoria una sequenza incancellabile: il rumoroso arrivo dei camion tedeschi, la caccia all’uomo, l’abbattimento delle porte con il calcio dei fucili, casa per casa, i padri sottratti con forza alle famiglie, spinti addosso a un muro, minacciati di fucilazione tra i pianti e le urla delle donne e poi caricati sui camion e portati via.

Il giorno dopo, nei campi circostanti, vengono raccolti i corpi dei 14 caduti, sorpresi dal furioso rastrellamento dei soldati tedeschi: Giovan Battista Milli, Gabriele Sandoletti, Riccardo Piccini, Francesco Mantovani, Vivenzio Iannicoli, Giovan Battista Galli, Giuseppe Truglia, Angelo Polidori, Angelo Manfredi, Domenico Angeli, Antonio Gnocchi, Giovanni Vanni, Andrea Salis, Pietro Della Malva.

Blera - Uccisi dai Nazisti 29 10 1943

Bieda ricorda l’eccidio nazista

Lo stesso giorno, a firma del Commissario prefettizio, è affisso a Bieda un manifesto.
”Dopo i recenti luttuosi avvenimenti che hanno funestato Bieda, rivolgo ancora un vivissimo appello a tutti coloro che detengono armi e munizioni di qualsiasi specie, perché ne effettuino subito la consegna al Municipio. Faccio pieno affidamento sul senso di responsabilità e di civismo di ognuno, onde siano evitate al nostro Comune altre sciagure.”
E’ un atto dovuto, ma anche un monito ai partigiani, che peserà nei mesi successivi sulla loro condotta e sulle scelte organizzative.
Sollecitati da alcuni delatori, nel paese si ripetono i controlli di polizia e per sfuggire alla cattura molti partigiani si spostano a vivere nelle frazioni vicine, anche nelle capanne e nelle grotte.

La banda Biferali

Una terza banda opera nel viterbese a stretto contatto con le nostre, dentro la stessa rete garibaldina: quella comandata da Ferdinando Biferali, altro collaudato antifascista di Civitavecchia.
Ardito del popolo, comunista, condannato al confino, da oltre dieci anni si è trasferito a Viterbo, dove diviene Commissario del popolo nella banda partigiana che porta il suo nome, che raccoglie 34 partigiani, 19 patrioti e 7 collaboratori.
La banda (con le armi custodite in un convento) parte con un primo nucleo di appartenenti a cellule comuniste di Viterbo, a cui si aggiungono alcuni militari sbandati (e qualche suora).
Il ruolo di Comandante militare viene assunto prima dal viterbese Luigi Tavani e poi, dal gennaio 1944, da Gino Mangiavacchi, inviato appositamente da Albano.
Biferali non potrá scrivere nessuna relazione sulle sue attività, perché il 27 maggio 1944 muore presso il carcere di S. Maria in Gradi, dove sta organizzando un assalto.
Per colmo di sventura, ad ucciderlo non sono le mitragliatrici tedesche, ma le schegge di una bomba sganciata da un aereo alleato.

Nella storia di questi mesi, Civitavecchia e Viterbo sono accomunate da uno stesso destino.
Nell’area che si stende dall’Aurelia alla Cassia le tre formazioni legate al movimento garibaldino lavorano con un comune orientamento militare e politico.
Il rapporto con Viterbo é più diretto e naturale per la banda di Bieda, mentre il gruppo di Allumiere per ragioni operative predilige a volte il collegamento, tramite staffette, con il partito e con la Giunta militare di Roma.
E’ ormai giunto il momento di conoscere tutti gli uomini delle bande.

CLAUDIO GALIANI

… continua (il prossimo capitolo (III) mercoledì 17 luglio 2019)

https://spazioliberoblog.com/2019/07/17/anatomia-di-due-bande-iii/