LA RABBIA, IL SACCHEGGIO E IL FUTURO NEGATO – Tre Italie nelle piazze del 17 ottobre
di ROBERTO FIORENTINI ♦
Ci sono almeno tre Italie nelle piazze che il 17 ottobre hanno attraversato le città, e confonderle sarebbe un errore politico prima ancora che un errore di analisi. La prima è quella dei giovani e degli studenti che protestano perché non vedono davanti a sé un futuro all’altezza delle proprie aspirazioni. La seconda è quella di chi lavora, produce e rischia di perdere tutto: autotrasportatori, agricoltori, pescatori, operai delle grandi fabbriche in crisi. La terza è quella, più inquietante e in parte nuova nelle sue forme, dei giovanissimi che si danno appuntamento sui social, convergono nei centri urbani e trasformano la protesta in devastazione, il dissenso in aggressione, la rabbia in saccheggio.
Sono tre fenomeni differenti, benché talvolta possano incontrarsi e sovrapporsi. Richiedono risposte differenti, perché differenti sono le cause che li alimentano. Eppure, di fronte alle immagini delle vetrine infrante e delle cariche della polizia, la tentazione della politica è sempre la stessa: ridurre tutto a una questione di ordine pubblico, individuare un colpevole da esibire e promettere una nuova stretta repressiva. È una risposta facile, soprattutto quando la complessità diventa scomoda. Ma non necessariamente è una risposta efficace.
1. I giovani che chiedono un futuro
La prima Italia è quella di chi scende in piazza per la scuola, per il diritto alla casa, contro il caro vita, contro le guerre e contro un riarmo percepito come una sottrazione di risorse al welfare. È quella dei ragazzi che manifestano per la Palestina, che contestano le disuguaglianze, che chiedono una politica capace di occuparsi del loro futuro anziché limitarsi ad amministrare le emergenze.
Non è un fenomeno esclusivamente italiano. In numerosi Paesi europei le nuove generazioni hanno riportato nello spazio pubblico questioni che la politica tradizionale tende a relegare ai margini: l’emergenza climatica, il costo degli affitti, la precarietà del lavoro, la qualità dell’istruzione, la crisi della rappresentanza e la responsabilità dell’Europa nei conflitti internazionali.
In Italia, il disagio giovanile si inserisce in un contesto particolarmente difficile. Secondo Eurostat, nel 2024 il tasso di disoccupazione giovanile, riferito alla fascia fra i 15 e i 24 anni, si attestava mediamente intorno al 14,9% nell’Unione europea e al 20,3% in Italia. Si tratta di indicatori che non esauriscono la complessità del problema, ma restituiscono una parte della distanza che separa molti giovani italiani dai loro coetanei europei. E non raccontano nemmeno l’intera storia di chi lavora: occupazione non significa necessariamente autonomia economica, così come avere un contratto non significa sempre poter progettare una vita indipendente.
Il problema si manifesta con particolare evidenza nell’accesso alla casa. Nelle grandi città, e soprattutto nei centri universitari, gli affitti possono assorbire una quota sproporzionata dei redditi dei giovani e delle famiglie. La possibilità di frequentare un’università lontana da casa, accettare un tirocinio o iniziare un percorso professionale dipende sempre più spesso dalle disponibilità economiche della famiglia d’origine. Il merito, tanto celebrato nei discorsi pubblici, rischia così di diventare un privilegio per chi può permetterselo.
A questo si aggiungono le difficoltà della scuola: edifici inadeguati, divari territoriali, dispersione scolastica, carenza di servizi e disuguaglianze nell’accesso alle opportunità culturali. La scuola dovrebbe essere il principale strumento attraverso il quale una società corregge le disuguaglianze di partenza. Quando non riesce a farlo, finisce invece per riprodurle.
È in questo quadro che va letta anche la protesta contro le spese militari e il sostegno alla causa palestinese. Si può discutere, naturalmente, delle singole rivendicazioni, delle strategie dei movimenti e delle loro contraddizioni. Ma non si può liquidare come irresponsabile o estremista una generazione che chiede di sapere quali priorità guidino le scelte pubbliche, quali risorse vengano destinate alla sicurezza e quali alla sanità, alla scuola, alla ricerca e alle politiche sociali.
La pace, la giustizia internazionale e il diritto del popolo palestinese a vivere libero e in sicurezza non sono questioni estranee alla vita quotidiana. Sono parte di un’idea di cittadinanza che non si esaurisce entro i confini nazionali.
La grande maggioranza delle persone che partecipano a una manifestazione non può essere identificata con chi cerca lo scontro. E quando gruppi organizzati di violenti, provenienti anche da ambienti antagonisti o da circuiti politici radicali, si infiltrano in un corteo pacifico, la loro responsabilità è precisamente quella di sottrarre spazio e voce a chi manifesta legittimamente.
La protesta è una componente della democrazia, non una sua patologia. Il problema comincia quando la politica non sa più ascoltarla e quando chi protesta smette di riconoscere i limiti che rendono possibile la convivenza civile.
2. Chi lavora e non riesce più a vivere del proprio lavoro
La seconda Italia è quella di chi non manifesta per un’identità politica, ma perché vede restringersi concretamente il proprio orizzonte economico. È quella degli autotrasportatori, schiacciati dal costo del carburante e delle spese di gestione; degli agricoltori, stretti fra rincari, concorrenza internazionale e prezzi riconosciuti alla produzione; dei pescatori, per i quali il gasolio rappresenta una voce decisiva dei costi; degli operai dell’ex Ilva e di tante altre realtà industriali, che attendono risposte sul futuro delle fabbriche, degli stipendi e delle famiglie.
Sono mondi diversi, ma accomunati dalla percezione di un patto sociale che non funziona più: lavorare non basta, produrre non garantisce stabilità, sacrificarsi non significa necessariamente migliorare la propria condizione.
L’Italia continua a essere un Paese nel quale la povertà non riguarda soltanto chi è escluso dal mercato del lavoro. I dati ISTAT relativi al 2024 registravano oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, pari al 9,8% della popolazione. Nel 2025, secondo l’aggiornamento pubblicato dall’Istituto nell’ottobre 2026, la stima è scesa a 5,4 milioni, il 9,3% dei residenti: un miglioramento che va riconosciuto, ma che lascia intatta la dimensione drammatica del fenomeno. Non basta, dunque, esibire il numero degli occupati per dimostrare che le cose vanno bene. Occorre chiedersi quanto si guadagna, quale potere d’acquisto conservano le retribuzioni, quanto costa vivere e quale sicurezza possa offrire un lavoro.
Quando un autotrasportatore non riesce a compensare l’aumento del gasolio, quando un agricoltore vende il proprio prodotto a un prezzo che non copre i costi, quando un operaio non sa se il mese successivo riceverà lo stipendio, la crisi non è soltanto economica. Diventa una crisi di fiducia nelle istituzioni e nella possibilità stessa che le regole del sistema siano eque.
Qui la responsabilità del governo Meloni deve essere valutata sul terreno delle politiche concrete, non degli slogan. Un governo che si presenta come difensore del lavoro e delle imprese deve dimostrare di saper proteggere il potere d’acquisto, sostenere gli investimenti produttivi, contrastare la precarietà e accompagnare le trasformazioni industriali senza scaricarne il costo sui lavoratori. La critica non consiste nel pretendere che Palazzo Chigi possa cancellare con un decreto ogni difficoltà internazionale. Le crisi energetiche, la concorrenza globale e le tensioni geopolitiche sono problemi reali, che nessun governo può risolvere da solo. Ma proprio per questo servono una strategia industriale, una politica energetica lungimirante, investimenti nelle infrastrutture e una concertazione seria con le parti sociali. Sul versante dei redditi, inoltre, non si può ignorare il peso della perdita di potere d’acquisto accumulata durante la fiammata inflazionistica. Il confronto con le altre economie europee mostra da tempo la fragilità delle retribuzioni italiane e la difficoltà di recuperare terreno. Se il lavoro non garantisce più una vita dignitosa, la promessa secondo cui l’impegno individuale sarà premiato perde credibilità.
Per questo sarebbe sbagliato trattare le proteste delle categorie produttive come un semplice problema di ordine pubblico. Gli agricoltori, i pescatori, gli autotrasportatori e gli operai hanno il diritto di chiedere conto delle scelte politiche. Hanno diritto di essere ascoltati anche quando contestano decisioni sgradite al governo. E hanno diritto a risposte verificabili, non a una successione di annunci destinati a esaurirsi nel ciclo delle notizie.
La questione decisiva è capire se il governo voglia limitarsi a gestire il malcontento oppure affrontarne le cause. Nel primo caso, la rabbia potrà essere temporaneamente contenuta, ma continuerà a ripresentarsi. Nel secondo, la politica tornerà a esercitare la sua funzione più importante: trasformare interessi contrapposti in soluzioni condivise.
3. La terza Italia: la violenza senza progetto
Poi c’è Milano. Ci sono le immagini di piazza Duomo, le vetrine sfondate, i negozi saccheggiati, le bombe carta, gli oggetti lanciati contro gli agenti e i gruppi di ragazzi che si muovono rapidamente, molti dei quali giovanissimi. Ci sono persone che assistono impaurite, commercianti che vedono distrutto il proprio lavoro e forze dell’ordine esposte a una violenza che non può essere tollerata.
Le cronache del 17 ottobre hanno descritto una manifestazione contro il carovita alla quale, nella sola Milano, avrebbero partecipato circa cinquemila persone. La protesta è stata progressivamente oscurata dalle azioni di gruppi violenti. Il bilancio nazionale diffuso nelle ore successive parlava di 197 persone identificate e accompagnate negli uffici di polizia, 28 arresti, 43 denunciati e 141 appartenenti alle forze dell’ordine feriti. Sono numeri riferiti al primo bilancio delle operazioni e non vanno confusi con quelli, successivamente aggiornati, relativi agli eventi dei giorni seguenti.
Il dato più inquietante non è soltanto la gravità dei singoli episodi, ma la presenza di ragazzi che sembrano non riconoscersi in alcuna organizzazione politica, sindacale o sociale tradizionale. Giovani che si mobilitano attraverso i social, si aggregano rapidamente e possono convergere su uno spazio urbano senza condividere necessariamente un programma, una piattaforma di rivendicazioni o un progetto di cambiamento.
Le ricostruzioni giornalistiche hanno evidenziato la natura composita della mobilitazione: accanto a persone mosse dal malcontento economico, si sarebbero ritrovati ambienti politici radicali e gruppi di giovanissimi che hanno assunto un ruolo crescente negli scontri. Le indagini dovranno chiarire responsabilità individuali, eventuali coordinamenti e dinamiche organizzative, senza anticipare conclusioni che spettano alla magistratura.
È qui che occorre fermarsi un momento, senza indulgere né nel moralismo né nella retorica della giustificazione sociale.
Che cosa cerca un ragazzo che partecipa a un saccheggio? Che cosa trova nell’atto di distruggere una vetrina, incendiare un oggetto o affrontare la polizia? Quale soddisfazione ricava dall’appropriarsi di una merce che non gli appartiene, dal filmare la devastazione e dal condividere quelle immagini in rete?
Non possiamo rispondere a queste domande attribuendo indistintamente le stesse motivazioni a tutti i partecipanti. Sarebbe una scorciatoia altrettanto superficiale che definirli tutti delinquenti irrecuperabili. Alcuni possono essere mossi da opportunismo criminale, altri dal desiderio di sfida, altri ancora dalla ricerca di visibilità e appartenenza. In certi casi, l’azione collettiva può offrire la sensazione di una forza che il singolo non possiede nella vita quotidiana.
I social possono amplificare questa dinamica. Rendono possibile una mobilitazione rapida, premiano la spettacolarità, trasformano il rischio in contenuto da condividere e possono conferire notorietà a chi compie l’azione più estrema. La violenza diventa così, per alcuni, non soltanto uno strumento, ma una forma di autorappresentazione.
Non è corretto affermare che i social producano automaticamente violenza, né che tutti i ragazzi coinvolti provengano necessariamente dalle periferie più degradate. La povertà non genera inevitabilmente criminalità e le periferie non sono territori abitati da potenziali delinquenti. Al contrario, sono spesso luoghi nei quali operano associazioni, educatori, insegnanti e famiglie che tengono insieme comunità fragili con risorse insufficienti. Eppure, sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il rapporto fra esclusione sociale, impoverimento educativo, mancanza di opportunità e vulnerabilità giovanile.
I numeri dell’ISTAT aiutano a comprendere la dimensione del problema. Nel 2024, il 26,7% dei minori di 16 anni in Italia, oltre due milioni di bambini e ragazzi, viveva in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale. Nel Mezzogiorno la quota raggiungeva il 43,6%. Sono dati che non spiegano automaticamente le condotte dei giovani coinvolti negli scontri, ma descrivono il contesto di disuguaglianze entro cui una parte delle nuove generazioni cresce.Quando un adolescente cresce senza sentirsi riconosciuto, quando la scuola non riesce a offrirgli una prospettiva, quando il lavoro appare irraggiungibile e il successo sembra coincidere soltanto con il denaro, la notorietà e la capacità di imporsi sugli altri, il rischio è che si indebolisca il legame con la comunità.
È questo il vuoto valoriale che dobbiamo avere il coraggio di nominare. Non un’astratta perdita di moralità dei giovani, come se le generazioni precedenti fossero state immuni dalla violenza, ma una difficoltà crescente nel trasmettere il senso del limite, la responsabilità verso gli altri, il valore della partecipazione e la consapevolezza che la libertà non consiste nel poter fare qualsiasi cosa.
Il saccheggio è il contrario della protesta politica. La protesta individua un’ingiustizia, formula una richiesta, cerca un interlocutore e pretende una risposta. Il saccheggio, quando è privo di qualsiasi finalità collettiva riconoscibile, non costruisce nulla: distrugge, sottrae, umilia. Non redistribuisce ricchezza, non corregge le disuguaglianze, non apre spazi di libertà. Soprattutto, colpisce spesso chi ha meno strumenti per difendersi: piccoli commercianti, lavoratori, cittadini che non hanno alcuna responsabilità nelle condizioni sociali che alimentano il disagio.
Per questo la comprensione delle cause non deve mai trasformarsi in assoluzione delle condotte. E la condanna delle condotte non deve diventare un alibi per rifiutarsi di comprendere le cause.
4. Mattarella e il disagio dei giovani: la lezione che la politica non dovrebbe dimenticare
Su questo terreno, le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella rappresentano un riferimento prezioso, perché indicano una strada capace di tenere insieme fermezza, responsabilità e comprensione.
Nel discorso di fine anno del 2023, Mattarella richiamò già esplicitamente la violenza coltivata da alcuni gruppi di giovani, il risentimento che cresce nelle periferie e il senso di abbandono che può alimentarlo. Invitò a recuperare il valore di ciò che unisce, attraverso il confronto e il dialogo, mettendo in guardia contro la ricerca esasperata del conflitto e la tendenza a trasformare gli avversari in nemici.
Non era un invito alla tolleranza indiscriminata, né una sottovalutazione della violenza. Era qualcosa di più impegnativo: la richiesta di riconoscere che la sicurezza di una comunità non dipende soltanto dalla capacità di reprimere chi viola la legge, ma anche dalla qualità dei legami sociali e dalla fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni.
Ancora più esplicito è stato il suo intervento all’inaugurazione dell’anno scolastico 2024-2025. Il presidente ha indicato, fra le cause del disagio giovanile, la frustrazione, la mancanza di modelli positivi e la paura del futuro. Ha chiesto di rompere il muro della solitudine e del silenzio, di ascoltare i ragazzi e di offrire loro possibilità concrete. E ha pronunciato parole che dovrebbero essere meditate da ogni governo: il disagio dei giovani non può essere affrontato né con indulgenza né con lassismo, ma neppure con l’illusione che tutto possa essere risolto attraverso una prospettiva esclusivamente securitaria.
È una posizione di straordinario equilibrio istituzionale. E proprio per questo mette in discussione tanto chi giustifica la violenza in nome della rabbia sociale quanto chi pretende di risolvere ogni problema attraverso l’inasprimento delle pene.
5. Il governo Meloni e la tentazione della risposta securitaria
La reazione del governo è arrivata rapidamente. Il Consiglio dei ministri del 20 ottobre ha approvato un nuovo decreto-legge in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile, poi pubblicato come decreto-legge 22 ottobre 2026, n. 190, entrato in vigore il 23 ottobre.
Il provvedimento introduce, fra le altre misure, nuove possibilità di arresto in flagranza differita, strumenti di prevenzione nei confronti di alcuni minori, restrizioni alla possibilità di radunarsi con determinate persone in luoghi specifici e un incremento di 500 unità del contingente militare impiegato nell’operazione «Strade sicure» a Milano, fino alla fine del 2026. Prevede inoltre una presunzione relativa della capacità di intendere e di volere per i minori che abbiano compiuto quattordici anni.
Il problema politico del governo Meloni non è la condanna della violenza, che deve essere senza ambiguità. È la tendenza a presentare l’inasprimento delle misure penali e preventive come la risposta principale a fenomeni che hanno anche radici sociali, educative e culturali.
La domanda è semplice: più arresti, più divieti e più militari possono impedire a un gruppo di ragazzi di devastare il centro di una città? Possono forse contribuire a contenere un rischio immediato. Ma possono davvero ricostruire il rapporto fra un adolescente e la comunità nella quale vive? Possono restituire fiducia a chi considera il proprio futuro irrilevante? Possono sostituire una scuola che non riesce a includere, un servizio sociale che non dispone di risorse sufficienti, una famiglia lasciata sola? La risposta, evidentemente, è no.
C’è poi una seconda questione, che riguarda la tutela delle libertà democratiche. Il nuovo decreto interviene in un quadro normativo nel quale il governo aveva già promosso misure più restrittive in materia di ordine pubblico e manifestazioni. L’insieme di queste disposizioni merita un esame attento, perché il contrasto alle violenze non deve diventare il pretesto per restringere indiscriminatamente lo spazio del dissenso.
Il diritto di manifestare pacificamente non è una concessione del governo di turno. È una libertà costituzionale. L’articolo 17 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi; l’articolo 21 tutela la libertà di manifestazione del pensiero. Nessuno di questi diritti autorizza la devastazione o l’aggressione. Ma nessuna devastazione può giustificare la compressione indiscriminata dei diritti di chi non ha commesso reati. È precisamente questa distinzione che una democrazia deve saper difendere.
Le preoccupazioni sono state espresse anche da Amnesty International Italia e dalle organizzazioni riunite nell’Hub for Defenders, che hanno criticato il nuovo decreto per il rischio di un ampliamento eccessivo degli strumenti repressivi, con conseguenze sul diritto di manifestare e sulle garanzie dei minorenni. Si tratta di valutazioni critiche che il Parlamento dovrebbe esaminare seriamente durante la conversione del provvedimento, senza liquidarle come una difesa ideologica dei disordini.
La politica della sicurezza, inoltre, non può essere separata dalla politica sociale. Se il governo investe energie legislative nell’inasprimento delle sanzioni, deve dimostrare altrettanta determinazione nel contrastare la povertà educativa, nel rafforzare i servizi per l’infanzia e l’adolescenza, nel sostenere le famiglie, nel rendere accessibili lo sport e la cultura e nel garantire opportunità di formazione e lavoro.
Altrimenti si rischia di costruire un paradosso: uno Stato che interviene quando il disagio è diventato violenza, ma che arriva troppo tardi quando quel disagio poteva ancora essere intercettato e affrontato.
E non è soltanto una questione di giustizia sociale. È anche una questione di efficacia. Prevenire la marginalità, sostenere i percorsi educativi e offrire alternative credibili alla devianza sono investimenti nella sicurezza collettiva. Non rappresentano un’alternativa alla legalità, ma una delle sue condizioni.
6. Una sinistra che non deve avere paura della parola «sicurezza»
Di fronte a questo scenario, la sinistra ha una responsabilità particolare.
Non può permettersi di apparire incerta nel condannare le violenze, né di offrire l’impressione che le ragioni sociali di un comportamento siano sufficienti a cancellarne la responsabilità. Se un negoziante vede distrutto il proprio esercizio, se un agente viene aggredito, se una famiglia deve attraversare una piazza in preda al caos, non le si può rispondere che tutto ciò è soltanto il prodotto di una società ingiusta.
Sarebbe un errore politico e morale.
Ma la sinistra deve anche rifiutare l’idea che la sicurezza sia un monopolio culturale della destra, o che affrontarla significhi necessariamente accettarne le ricette. La sicurezza è un diritto di tutti, soprattutto di chi non dispone di mezzi economici per proteggersi privatamente, di chi vive nei quartieri più fragili, di chi usa i mezzi pubblici, di chi lavora fino a sera e di chi vorrebbe semplicemente poter tornare a casa senza paura.
Proprio per questo una politica progressista dovrebbe proporre un’idea più ampia di sicurezza: sicurezza dalle aggressioni, ma anche dalla povertà; sicurezza nei luoghi di lavoro, ma anche nella possibilità di conservarlo; sicurezza nelle strade, ma anche nel diritto a una casa, a una scuola dignitosa, a un’assistenza sanitaria accessibile.
Una sinistra credibile deve saper dire che chi devasta paga le conseguenze delle proprie azioni e, contemporaneamente, che lo Stato ha il dovere di impedire che migliaia di ragazzi crescano senza opportunità. Deve difendere le forze dell’ordine dagli attacchi e pretendere che ogni intervento avvenga nel rispetto della legge. Deve tutelare i commercianti danneggiati e chiedere politiche che restituiscano vitalità ai quartieri nei quali le attività economiche chiudono e gli spazi pubblici si impoveriscono.
Deve soprattutto ricostruire una cultura della partecipazione.
Perché uno dei rischi più gravi di questi anni è la perdita di credibilità della politica come strumento di cambiamento. Se i cittadini percepiscono le istituzioni come distanti, se le promesse si ripetono senza produrre risultati e se la discussione pubblica si riduce a una guerra permanente fra tifoserie, cresce la tentazione di cercare altrove una forma di riconoscimento.
Per alcuni, quell’altrove può diventare il gruppo che promette identità attraverso l’odio. Per altri, la comunità virtuale che premia l’aggressività. Per altri ancora, il gesto distruttivo che offre una momentanea sensazione di potere.
Non possiamo attribuire ogni episodio di violenza alla crisi della rappresentanza, ma sarebbe miope ignorare il rapporto fra la debolezza delle istituzioni sociali e la crescita di comportamenti antisociali.
La risposta deve cominciare dalla scuola, che non può essere soltanto il luogo in cui si trasmettono nozioni, ma deve tornare a essere uno spazio di educazione alla cittadinanza, al rispetto e alla gestione non violenta dei conflitti. Deve continuare nei quartieri, attraverso biblioteche, centri giovanili, associazioni, impianti sportivi e servizi educativi. Deve raggiungere le famiglie, senza colpevolizzarle, offrendo sostegno a chi si trova ad affrontare situazioni di disagio che spesso non sa come gestire.
E deve coinvolgere anche le piattaforme digitali, chiamate a una maggiore responsabilità nella gestione dei contenuti violenti e dei meccanismi di amplificazione che possono trasformare la provocazione in un modello di successo.
Non basta chiedere ai ragazzi di comportarsi meglio. Gli adulti devono domandarsi quale mondo stiano consegnando loro e quali esempi offrano attraverso il linguaggio pubblico, la comunicazione politica e il modo in cui si affrontano le divergenze.
Quando la politica utilizza sistematicamente l’insulto, descrive gli avversari come nemici e alimenta la paura per ottenere consenso, non può stupirsi se una parte della società finisce per considerare il conflitto permanente come la normalità.
7. Tre Italie, una sola responsabilità
Torniamo allora alle tre Italie dalle quali siamo partiti.
La prima chiede un futuro. Non va criminalizzata, ma ascoltata, anche quando contesta radicalmente le scelte del governo e dell’Europa.
La seconda chiede di poter vivere del proprio lavoro. Non ha bisogno di solidarietà rituali, ma di politiche economiche credibili, di risposte alle crisi industriali, di sostegno alle imprese produttive e di una distribuzione più equa dei costi delle trasformazioni economiche.
La terza pone una domanda più difficile. È quella dei ragazzi che non sembrano trovare una causa nella quale riconoscersi, un’organizzazione nella quale impegnarsi, un progetto attraverso il quale trasformare la propria rabbia in qualcosa di utile. È la parte più inquietante del quadro, perché la sua violenza può essere insieme brutale e priva di una direzione politica riconoscibile.
Queste tre Italie non devono essere confuse. Ma sarebbe sbagliato immaginare che non abbiano nulla in comune. Tutte, in modi diversi, interrogano la capacità della società di offrire prospettive, riconoscimento e appartenenza. Una società responsabile non può limitarsi a registrare le conseguenze delle proprie disuguaglianze. Deve interrogarsi su come ridurle, su come ricostruire i legami comunitari e su come impedire che la frustrazione si trasformi in rancore e il rancore in violenza.
Le città non diventano sicure soltanto perché aumentano i controlli. Diventano più sicure quando le persone possono vivere dignitosamente, quando i quartieri non vengono abbandonati, quando la scuola offre una possibilità di riscatto, quando il lavoro garantisce autonomia e quando i ragazzi trovano adulti disposti ad ascoltarli prima che sia troppo tardi.
Naturalmente, nessuna politica sociale può sostituire la responsabilità individuale. Chi devasta, saccheggia o aggredisce deve rispondere delle proprie azioni. Ma nessuna politica repressiva può sostituire una società capace di educare, includere e offrire un futuro.
Il 17 ottobre ci ha mostrato una rabbia che non possiamo ignorare e una violenza che non possiamo giustificare. La scelta politica è decidere che cosa fare di entrambe.
Possiamo utilizzare quelle immagini per alimentare la paura, dividere il Paese e giustificare nuove restrizioni. Oppure possiamo riconoscere che la sicurezza richiede legalità, certo, ma anche scuola, lavoro, diritti, responsabilità e comunità.
La prima strada è più semplice da raccontare. La seconda è più difficile da percorrere.
Ma se vogliamo una democrazia più forte, e non soltanto un Paese più sorvegliato, è dalla seconda che dobbiamo cominciare.
ROBERTO FIORENTINI

L’articolo di Roberto Fiorentini offre una chiave di lettura lucida e rigorosa dei fatti del 17 ottobre, rifuggendo dalle semplificazioni mediatiche e dalla polarizzazione sterile che domina il dibattito pubblico. Il merito principale del testo è quello di disarticolare il fenomeno di protesta in tre Italie radicalmente differenti per motivazioni, composizione e obiettivi, purtroppo spesso messe pericolosamente nello stesso calderone.
L’articolo evidenzia con forza il limite del governo Meloni: l’adozione di un decreto legge fortemente securitario che rischia di produrre un grave paradosso. Affidarsi esclusivamente alla logica repressiva, trattando il disagio sociale e giovanile come mero problema di ordine pubblico, significa intervenire quando la ferita è già aperta e incancrenita, ignorando le cause strutturali (scuole inadeguate, marginalità, povertà assoluta).
Al contempo , il testo richiama a una grande onestà intellettuale: comprendere le cause profonde della rabbia sociale non deve mai trasformarsi in alibi o in una giustificazione per la violenza e il saccheggio.
Partendo dalle sollecitazioni dell’articolo mi sono chiesto quale proposta politica può fare la sinistra italiana. La sinistra deve uscire da una falsa alternativa: non può cedere alla tentazione del giustificazionismo tollerante, ma deve recidere il monopolio culturale della destra sul tema della sicurezza.
La proposta politica concreta deve articolarsi su tre assi:
1 Il piano nazionale per la sicurezza (sociale e urbana) che ridefinisca il concetto di sicurezza, unendo la tutela della incolumità pubblica e del commercio di vicinato alla sicurezza sociale. Non c’è ordine pubblico senza coesione sociale. La proposta consiste nel varare un fondo straordinario finanziato da una redistribuzione fiscale (tassazione delle grandi ricchezze e degli extraprofitti) per:
-azzerare le liste di attesa sanitarie nei quartieri a rischio;
-introdurre un piano pubblico per l’edilizia residenziale universitaria e popolare, calmierando gli affitti che strangolano studenti e famiglie;
-potenziare i servizi sociali territoriali e i presidi educativi pomeridiani nelle periferie abbandonate, intercettando il disagio giovanile prima che si trasformi in devianza.
2 Patto di Lavoro e Reddito dignitoso. Per rispondere alla seconda Italia che produce ma scivola nella povertà, la sinistra deve battersi per l’introduzione di un salario minimo legale e per la detassazione dei rinnovi contrattuali legati all’inflazione reale. Va inoltre affiancato un sostegno attivo alle transizioni industriali ed ecologiche (agricoltura, trasporti, manifattura) affinché il costo della transizione non ricada unicamente sulle spalle dei lavoratori e dei piccoli produttori.
3 Patti di Comunità e Patto di Responsabilità giovanile. Istituire agorà civiche permanenti nei comini capoluogo, gestite insieme alle scuole e al terzo settore per dare ai giovani uno spazio istituzionalizzato di protagonismo politico e decisionale (coinvolgendoli nei bilanci partecipativi locali): chi devasta e saccheggia paga per i danni causati, ma lo Stato deve dimostrare di essere presente prima della sanzione, offrendo percorsi di recupero, educazione alla legalità democratica e opportunità di inserimento lavorativo e culturale che restituiscano ai ragazzi la percezione di avere un futuro.
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