Il Brasile ha scelto ancora Lula. E ci riguarda molto più di quanto pensiamo.
di VALENTINA DI GENNARO ♦
La vittoria della sinistra brasiliana, la resistenza della democrazia e la necessità di tornare a parlare alle persone che la politica ha smesso di ascoltare.
Il Brasile ha scelto ancora Luiz Inácio Lula da Silva. Lo ha fatto al termine di una delle elezioni più difficili della sua storia recente, consegnando a un uomo di ottant’anni, operaio metallurgico, sindacalista, già presidente per tre mandati, la responsabilità di guidare ancora il Paese più grande dell’America Latina.
Il 25 ottobre Lula ha ottenuto il 51,79% dei voti contro il 48,21% di Flávio Bolsonaro. Oltre 64 milioni di brasiliani hanno scelto di affidargli un quarto mandato presidenziale. Quattro milioni e quattrocentomila voti di differenza, in un Paese attraversato da disuguaglianze enormi e da una polarizzazione politica che continua a dividere famiglie, città e territori.
C’è un aspetto di questa vittoria che merita di essere osservato con particolare attenzione. Lula aveva perso il primo turno. Sembrava che l’avanzata delle destre nazionaliste, già evidente in molti Paesi latinoamericani, fosse arrivata a travolgere anche il Brasile. E invece qualcosa è accaduto tra il primo e il secondo voto. Le persone sono tornate a occupare le strade, le organizzazioni sociali si sono mobilitate, la sinistra ha recuperato la capacità di parlare fuori dai propri confini tradizionali. Ha cercato gli elettori nei quartieri popolari, nelle periferie e negli spazi digitali dove ormai si costruisce una parte consistente dell’opinione pubblica.
La rimonta elettorale racconta quanto sia sbagliato considerare inevitabile la vittoria delle destre. Le tendenze politiche possono essere rovesciate. Occorre però capire le ragioni che le alimentano, anche quando sono scomode da riconoscere.
Per anni una parte della sinistra, in Europa come altrove, ha pensato che la difesa dei diritti civili e delle istituzioni democratiche fosse sufficiente a definire una proposta politica. Ha progressivamente perso il rapporto con il lavoro povero, con chi non riesce a pagare un affitto, con le persone che vivono l’incertezza economica come una condizione permanente.
Lula arriva da una storia diversa. La sua biografia politica nasce nelle fabbriche, nelle lotte sindacali, nell’organizzazione collettiva di chi aveva pochissimo potere e aveva deciso di costruirsene uno. Conosce il significato materiale della disuguaglianza. Sa che la democrazia viene giudicata anche da ciò che consente di mettere nel piatto, dal costo dei trasporti, dalle possibilità di istruzione dei figli.
In questa campagna elettorale il suo governo ha messo al centro l’aumento dei sostegni alle famiglie più povere, la riduzione dell’orario di lavoro e la difesa dei salari. Si può discutere della sostenibilità economica delle singole misure, e bisogna farlo. Resta una scelta politica precisa: tornare a considerare la distribuzione della ricchezza una questione pubblica, sulla quale lo Stato ha il dovere di intervenire.
La democrazia, del resto, perde credibilità quando chiede continuamente sacrifici alle stesse persone e lascia intatti i privilegi di chi può permettersi di sottrarsi alle conseguenze delle decisioni collettive.
La vittoria di Lula ha anche un altro significato, che riguarda direttamente il tempo politico che stiamo attraversando.
Il suo avversario portava il cognome Bolsonaro. Flávio è il figlio di Jair, l’ex presidente che ha costruito una parte della propria fortuna politica sull’autoritarismo, sulla delegittimazione degli avversari e su un’idea profondamente gerarchica della società. Il bolsonarismo ha dato rappresentanza politica a pulsioni che attraversano anche le democrazie europee: il disprezzo verso le minoranze, l’ostilità nei confronti del femminismo, la nostalgia di un ordine fondato sulla forza e la convinzione che chi governa debba essere liberato dai limiti posti dalle istituzioni.
Il risultato elettorale dice che quella cultura politica è stata sconfitta nelle urne. Dice anche che quasi sessanta milioni di brasiliani hanno votato per il suo candidato. Sarebbe un errore enorme dimenticarlo.
Il bolsonarismo continuerà a esistere. Ha una presenza radicata nella società brasiliana e dispone di una rappresentanza parlamentare capace di condizionare il nuovo mandato presidenziale. Lo stesso Flávio Bolsonaro ha contestato il risultato chiedendo l’annullamento del voto, mentre le autorità elettorali hanno confermato la validità delle operazioni.
È proprio qui che si misura la responsabilità di una sinistra che governa: impedire che la difesa della democrazia diventi una formula rituale, buona per i discorsi pubblici e incapace di incidere sulle ragioni della sfiducia.
Perché chi vota un leader autoritario può farlo per convinzione ideologica, ma anche perché ha smesso di credere che le istituzioni siano interessate alla sua vita. Questo secondo elettorato va compreso e riportato dentro una prospettiva democratica. Liquidarlo con un giudizio morale significa lasciarlo definitivamente nelle mani di chi ha imparato a trasformare la paura in consenso.
C’è poi la questione ambientale, che rende questa elezione decisiva ben oltre i confini brasiliani.
L’Amazzonia è uno dei territori dai quali dipende l’equilibrio climatico del pianeta. Durante il mandato appena concluso, il governo Lula ha ricostruito una parte degli strumenti di controllo smantellati negli anni precedenti, rafforzando la tutela della foresta e contribuendo a una riduzione consistente della deforestazione. Secondo le analisi pubblicate nei giorni precedenti al voto, il calo nel corso del mandato ha raggiunto il 71%.
Sono risultati che vanno difesi, senza ignorare le contraddizioni di un Paese che continua a dipendere dall’estrazione di risorse naturali e da un’agricoltura intensiva legata ai mercati internazionali.
Ma la questione ecologica brasiliana riguarda soprattutto il rapporto tra territorio e potere. La foresta è abitata, attraversata da culture antiche e da popolazioni indigene che hanno subito per decenni espropriazioni, violenze e politiche di cancellazione. Difendere l’Amazzonia significa riconoscere a quelle popolazioni il diritto di decidere sul proprio futuro.
È un tema che dovrebbe interessare molto anche la sinistra europea, ancora troppo spesso incapace di tenere insieme le politiche ambientali e la giustizia sociale. La transizione ecologica avrà consenso se saprà intervenire sulle disuguaglianze esistenti. Se i costi continueranno a ricadere prevalentemente sui redditi più bassi, diventerà sempre più facile per le destre presentare la tutela dell’ambiente come un privilegio delle classi benestanti.
E poi ci sono le donne.
Nelle elezioni brasiliane il loro voto ha avuto un peso rilevante nel sostegno a Lula, così come era già accaduto nella mobilitazione contro Jair Bolsonaro.
È un dato politico che merita attenzione, perché l’avanzata delle destre autoritarie porta spesso con sé un attacco all’autonomia femminile, alla libertà di scelta e alle politiche di contrasto alla violenza.
I diritti delle donne sono diventati uno dei terreni sui quali si confrontano due idee diverse di società. Da una parte la libertà femminile viene trattata come un elemento da contenere, attraverso il controllo dei corpi e la riaffermazione dei ruoli tradizionali. Dall’altra c’è la possibilità di costruire politiche che rendano quella libertà effettiva: lavoro dignitoso, indipendenza economica, servizi pubblici accessibili e strumenti di protezione dalla violenza maschile.
Sono questioni sulle quali anche i governi progressisti devono essere giudicati per ciò che realizzano. Il sostegno delle donne non può essere considerato acquisito una volta per tutte.
La rielezione di Lula introduce anche un elemento di discontinuità negli equilibri internazionali. Il Brasile continuerà a rivendicare una propria autonomia politica rispetto agli Stati Uniti di Donald Trump, mantenendo rapporti economici con la Cina e un ruolo nei BRICS. In un mondo nel quale le grandi potenze cercano di ricondurre ogni Paese dentro la propria sfera d’influenza, questa autonomia ha un peso.
E dovrebbe interrogare l’Europa.
Perché l’Europa sembra aver smarrito da tempo la capacità di proporre una propria idea di ordine internazionale, troppo spesso limitandosi a reagire alle decisioni prese altrove. La vittoria brasiliana offre una possibilità di dialogo con chi cerca di costruire rapporti internazionali meno subordinati alla logica dei blocchi e più attenti alle disuguaglianze tra il Nord e il Sud del mondo.
Occorre anche evitare ogni idealizzazione. Lula governerà con un Congresso a maggioranza conservatrice, un debito pubblico elevato e milioni di cittadini preoccupati per la sicurezza e il costo della vita. Le difficoltà economiche che hanno alimentato il voto per Bolsonaro sono reali. Ignorarle per celebrare una vittoria politicamente vicina sarebbe un modo superficiale di leggere quello che è successo.
La domanda più interessante, per noi, è allora che cosa possa imparare la sinistra italiana.Da troppo tempo discutiamo della nostra identità attraverso i nomi dei partiti, le alleanze possibili e gli equilibri tra gruppi dirigenti. Molto meno attraverso le condizioni concrete delle persone che vorremmo rappresentare.
Il Brasile ci ricorda quanto conti la presenza organizzata nei luoghi in cui si vive e si lavora. Il consenso si costruisce ascoltando anche chi ha smesso di partecipare, riconoscendo i conflitti sociali e assumendosi la responsabilità di scegliere da quale parte stare quando gli interessi sono inconciliabili.
La sinistra ha bisogno di ritrovare il coraggio di parlare di redistribuzione, di ricchezza concentrata in poche mani, di salari insufficienti. Deve tornare a considerare la scuola pubblica e la sanità come strumenti di uguaglianza. Deve sapere che la libertà di una donna dipende anche dalla possibilità di avere un reddito proprio, che una città diventa più giusta quando i servizi raggiungono chi abita lontano dal centro e che la partecipazione democratica richiede tempo, luoghi accessibili e persone disposte a organizzarsi.
Lula ha vinto anche perché la sua coalizione, dopo la sconfitta del primo turno, è riuscita a mobilitare energie sociali che sembravano disperse. Questa capacità di organizzazione è una lezione politica. I partiti da soli non bastano quando hanno interrotto il rapporto con il tessuto sociale. E i movimenti, senza una traduzione politica delle proprie domande, rischiano di consumarsi nella sola protesta.
Serve ricostruire quella relazione, accettando che la società sia cambiata e che alcune forme tradizionali della rappresentanza abbiano esaurito la propria capacità di parlare alle nuove generazioni.
La vittoria brasiliana arriva in un momento in cui una parte consistente del dibattito pubblico europeo tratta l’avanzata delle destre come un fenomeno irreversibile. Ci siamo abituati a descrivere le società come inevitabilmente più chiuse, diffidenti e ostili alla solidarietà. Finendo per accettare come naturale ciò che è il prodotto di scelte economiche, politiche e culturali.
Il voto del Brasile interrompe questa narrazione. Dimostra che una maggioranza democratica e progressista può ancora formarsi, anche dopo anni di scontri durissimi e sotto la pressione di una destra capace di utilizzare ogni strumento della comunicazione contemporanea.
Non sappiamo se il quarto mandato di Lula riuscirà a mantenere tutte le promesse. Sappiamo che più di 64 milioni di persone hanno scelto di affidargli la possibilità di provarci.
E c’è qualcosa di molto concreto, in questa scelta, che dovrebbe restare al centro della nostra attenzione: dopo aver conosciuto l’autoritarismo, la violenza politica e la paura di perdere le proprie libertà, il Brasile ha ancora trovato le energie per organizzare una risposta collettiva.
Adesso comincia la parte più difficile. Governare quel risultato e fare in modo che, tra quattro anni, chi ha votato Lula possa riconoscere nella propria vita una ragione per averlo fatto.
VALENTINA DI GENNARO
