L’ITALIA AL VOTO: VERSO UNA DEMOCRAZIA SENZA PARTITI? 

di NICOLA R. PORRO

Alla fine la tensione compressa sotto la superficie di una sonnolenta campagna elettorale è emersa. Qualche schiaffo, un po’ di nervosismo, colpi bassi sferrati senza troppa convinzione all’ultimo minuto: niente di nuovo sotto il sole. Quello del 25 settembre è però, sia detto senza retorica, un appuntamento storico. Per la prima volta, infatti, si vota con un sistema elettorale che riduce drasticamente la rappresentanza parlamentare. L’Italia diverrà così il Paese europeo con il rapporto fra popolazione ed eletti più basso al mondo: si veda la figura 1 che propone una comparazione sinottica con gli altri Paesi europei. Nessuna delle grandi democrazie continentali presenta un rapporto così squilibrato fra eletti ed elettori e quello in vigore prima della riforma non era affatto così sbilanciato come declamava la propaganda grillina. L’accresciuta dimensione geografica dei collegi renderà ovviamente meno facile la comunicazione fra gli eletti e le comunità territoriali. Ciò darà ulteriore impulso a una “digitalizzazione” della politica, perfettamente coerente con la filosofia di una democrazia senza partiti.  Già in apertura di questa campagna elettorale è apparso infatti evidente come la formazione di collegi più ampi abbia incentivato il controllo delle candidature da parte di partiti colonizzati da gruppi di interesse o le ambizioni di cacicchi locali capaci di finanziare in proprio una campagna elettorale. Nelle regioni demograficamente più piccole, quelle che eleggono non più di tre senatori, uno solo verrà eletto con sistema uninominale e gli altri due con il proporzionale, trasformando di fatto in maggioritaria anche la quota uninominale. Solo le forze maggiori potranno così ambire a eleggere un rappresentante sul territorio: quella imposta dai cinquestelle e subita, quasi senza colpo ferire, dalle altre forze parlamentari è davvero un’idea singolare di ampliamento della democrazia partecipativa.

Figura 1

Una riforma elettorale improvvisata, sostenuta da una martellante propaganda anti-casta e gestita nel più politicista dei modi e senza nemmeno predisporne gli strumenti attuativi, non concorre certo alla qualità dell’offerta politica. Si tratta di una marchetta a cinque stelle che rischia di produrre effetti controproducenti proprio in materia di democrazia e trasparenza delle istituzioni. Il male oscuro della politica italiana si annida piuttosto nella relazione sempre meno stretta fra elettorato e istituzioni. Se la fiducia rappresenta il capitale sociale investito nella politica, abbiamo ragione di preoccuparci. Un sondaggio condotto ai primi di settembre stimava al 35.8% la percentuale di elettorato indecisa se votare o decisa a non votare: un valore elevatissimo. Questo fenomeno di disincanto è in costante crescita da qualche decennio, e non solo da noi.  In Italia ha conosciuto una forte accelerazione a partire dal 2010. La figura 2 illustra nitidamente quanto sia diminuita l’affluenza elettorale nell’ultimo decennio. il trend, relativo alle consultazioni di ogni tipo tenutesi a scala nazionale a partire dal 2010, fa temere che il voto di settembre faccia del partito di chi non vota il primo partito.

Figura 2

L’analisi delle cause dell’astensionismo è in corso da tempo. Tutte le ricerche concordano nell’individuare due fattori dominanti: (i) difficoltà materiali e/o scarsa motivazione. Cresce infatti, in quota di composizione, la popolazione anziana, non di rado afflitta da disagi fisici, mentre la popolazione immigrata, i “nuovi italiani” con diritto di voto, fatica spesso (e comprensibilmente) a orientarsi nel ginepraio della nostra offerta politica. Prevalente sembra però il consapevole esercizio del non voto come segnale di protesta o comunque di disaffezione verso la politica in genere. In un precedente articolo ho segnalato come si stia sviluppando una forma nuova di assenteismo, motivato non da indifferenza ma da un rapporto troppo esigente con la politica e ispirato da un robusto scetticismo verso la capacità di rigenerazione dei vecchi partiti. L’astensione tocca però ancora i livelli maggiori nelle fasce di popolazione più povere e fra i giovani, specie nel Meridione. Ciò produce una non trascurabile distorsione nella rappresentatività degli eletti.

La figura 3 (fonte La Voce) rende evidente la crescita costante del fenomeno. Come si è accennato, esso è comune a quasi tutte le democrazie europee, ma a caratterizzare il caso italiano ci sono differenze di condizione socioeconomica a scala territoriale particolarmente accentuate, un’elevata età media, una assai diseguale distribuzione della ricchezza e una rete di appartenenze politico-ideologiche storicamente poderosa ma in avanzato stato di decomposizione.

Figura 3

Un’interessante ricerca dell’Istituto Cattaneo, reperibile su Openpolis del 9 settembre 2022 (figura 4), ha indagato le ragioni del non voto in riferimento alle ultime elezioni parlamentari (2018). Le “cause di forza maggiore” rappresentano circa un quarto delle risposte e una discreta percentuale di mancato elettori (gli indecisi) motiva il non voto con l’incapacità di scegliere fra offerte politiche diverse. Resta il fatto che, sommando sfiducia, disinteresse e protesta, si supera ampiamente la metà dei rispondenti.

Figura 4

A indiretta conferma c’è la stima Istat-Openpolis (figura 5) che colloca il Parlamento, e soprattutto i partiti politici, agli ultimi posti nella scala della fiducia riposta nelle istituzioni. Appare così evidente come la fiducia sia in relazione inversa al grado di politicità: in testa Vigili del fuoco e Forze dell’ordine, in coda Parlamento e Partiti.

A mio parere, tuttavia, l’indicatore astensionismo non è sufficiente a misurare il reale tasso di disaffezione rispetto al sistema politico. Nel caso italiano è altrettanto importante osservare il fenomeno che i politologi definiscono del voto outsider. La elevata variabilità dei rapporti di forza fra i partiti, che è subentrata alla lunga stagione postbellica del voto stabile e delle appartenenze ideologiche perinde ac cadaver, è un fenomeno di straordinario interesse sociologico. Esso misura infatti la propensione, da parte di un elettorato, sempre più emancipato da antiche lealtà, alla mobilità del voto. L’insoddisfazione spinge a mettere alla prova ciò che si propone come novità, quale che sia. Per ritirare la delega senza rimpianti alla consultazione successiva.

Figura 5

Il fenomeno delle liste outsider, il voto usa e getta carpito dall’imbonitore di turno, può rappresentare un indicatore ancora più rilevante del non voto per misurare la complessiva fragilità del sistema. Non a caso, infatti, la propensione al voto usa e getta rinvia a motivazioni sovrapponibili a quelle dell’area del non voto. Come stupirsi allora di un approccio alla politica tanto disincantato e diffidente da parte dei giovani e dei nuovi cittadini, gli uni e gli altri forniti di uno scarso capitale sociale? E anche, specularmente, del disamore da parte di fasce di elettorato dotate di un capitale sociale sufficiente a “cavarsela” da soli e perciò “egoisticamente indifferenti” ai destini comuni.

Quasi naturalmente, discende da questo quadro la configurazione dell’offerta politica, sempre più inquinata dal ruolo di leader esuberanti ma di qualità politico-culturale spesso inadeguata al compito. A dimostrarlo stanno gli effimeri trionfi e i bruschi tracolli di quelle liste outsider che, a partire dagli anni Novanta, hanno massicciamente contribuito a trasformare – nel bene o nel male – il sistema politico nazionale.

Leaderismo e volatilità del consenso hanno concorso a configurare veri e propri idealtipi di leader: l’imprenditorial-imbonitore adoratore di sé stesso, l’arringapopolo “elevato” – caricatura in formato social della figura del leader carismatico -, il secessionista padano, un Fregoli pronto a convertirsi, secondo le convenienze del momento, in focoso nazionalista o in appassionato pacifista.

Nel tracollo del sistema dei partiti (ripeto: non esclusivo dell’Italia ma da noi più sensibile) il solo Pd conserva una parvenza di forza organizzata a raggio nazionale. Un profilo che potrebbe però paradossalmente nuocergli in termini di consenso, favorendone una rappresentazione, impropria ma diffusa, di partito architrave del vituperato sistema.

A rendere ardua e faticosa persino l‘analisi tecnica delle trasformazioni del comportamento elettorale sta, infine, la continua modifica delle regole del gioco nella convinzione (o nell’illusione), da parte dei governanti di turno, di lucrarne qualche vantaggio elettorale. Il sistema vigente, il rosatellum – ne ho già scritto – costituisce solo l’ultima e più indecente risposta alla condivisibile  esigenza di garantire stabilità e durata alle legislature.

Come che sia, quelle del settembre 2022 saranno le none elezioni politiche generali tenutesi nell’arco di 28 anni: un record europeo. Mentre scrivo queste note impazza il totovoto a dispetto del blackout sondaggistico. Agli occhi di un elettorato dagli umori mutevoli si ripropone la suggestione di affidarsi al nuovo, quale che sia. Può beneficiarne questa volta la candidatura di una donna proveniente dalle fila dell’estrema destra. Ancora relativamente giovane, combattiva ma già avvezza al gioco del potere – sebbene priva di esperienze di governo nazionale – ha saputo costruire con abilità quell’icona nuovista che più facilmente stuzzica gli umori di un elettorato senza passioni. Si candida a rappresentare il nuovo, ma quanta odora di vecchio ciò che si muove intorno a lei…

NICOLA R. PORRO

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