Tra il politicamente corretto e scorretto

 di ROSAMARIA SORGE ♦

Ero stata sollecitata da anni a scrivere non solo di urbanistica ed architettura e ci avevo provato con quel mio articolo ”In vino veritas” ma alla fine anche parlando di vino ero finita col parlare di architettura raccontando le straordinarie cantine progettate dagli archistars.

Non so dove mi porteranno queste note che nascono da recenti avvenimenti che mi hanno coinvolto e da  riflessioni che sono andate  maturando  e che riguardano il politicamente corretto, il suo opposto e in generale il linguaggio.

L’espressione “politicamente corretto” nasce per garantire il rispetto delle minoranze o ritenute tali, attraverso l’uso di un linguaggio inclusivo che li riconosce come soggetti di diritto al pari delle maggioranze. A tal proposito vengono utilizzate una serie di parole che attenuano il più possibile la crudezza di certe condizioni, che possono essere fisiche, naturali, frutto di scelte ben precise, risultato di eventi della vita

Di fatto penso che non si possa negare che il problema sia fondamentalmente di natura ideologica; la scelta di un linguaggio determina il nostro modo di relazionarci agli altri, ed è una componente fondamentale della nostra vita, è il risultato dell’educazione ricevuta, del nostro livello culturale, della società in cui viviamo ed è il manifestarsi di un potere dominante che ci condiziona oltre la nostra consapevolezza.

Il linguaggio rappresenta il modo in cui articoliamo i pensieri ma anche il modo in cui i pensieri si formano nella nostra mente e più il nostro linguaggio è ricco, più lo sono i pensieri che si manifestano; attraverso il linguaggio si determinano i modi del politicamente corretto stabilendo una sorta di potere alternativo al politicamente scorretto ma tra i due poteri il politicamente corretto si mantiene   ben distante  dalla possibilità di definirsi come oppressione di una maggioranza che schiaccia una minoranza come oggi una corrente di pensiero, tipico prevalentemente delle destre, vuole farci credere.

Ma non possiamo non chiederci se la scelta oculata di un determinato linguaggio determini quella reale accettazione relazionale che dovrebbe essere il vero scopo del politicamente corretto. L’uso di un linguaggio attento a non suscitare malesseri o disturbi nelle minoranze di qualunque genere, siano esse religiose, etniche, sociali, culturali, fisiche, dovrebbe stimolare un cambiamento nelle nostre società e non  rimanere un esercizio solo di “ buona  educazione.”

Ci vuole sicuramente tempo affinché un nuovo modo di esprimersi superi lo steccato del solo formalismo; Io stessa, ad esempio, vado ad abituarmi ad essere chiamata da alcuni “ architetta” e a non avere le reazioni che avevo inizialmente, anche se mi rimangono ancora indigeste ingegnera, ministra e sindaca.

Di contro al “politicamente corretto” non possiamo sacrificare tutto.

Recentemente c’è stata una grande polemica intorno ai simboli di un passato imbarazzante che, passando dalla rimozione della statua di Montanelli a Milano è arrivata a ipotizzare la possibilità di radere al suolo l’Eur a Roma o distruggere le opere di grandi architetti del periodo fascista come  Luigi Moretti, a parere mio tra i più grandi, a riprova che il talento non ha nulla a che vedere con l’ideologia,  basti citare quel capolavoro che è “La Casa delle Armi a Roma” e senza dimenticare la Casa del Fascio a Como di Terragni. Ipotesi che per fortuna hanno sollevato lo sdegno di tanti e che, se portati avanti, non avrebbero avuto niente da invidiare alla distruzione dei Budda da parte dei  talebani in Afganistan.

Anche in questo caso non potevo esimermi da un accenno all’ Architettura.

Quando il “ politicamente corretto “ diventa furia iconoclasta si cade in quella che viene definita “cancel culture” a  cui Zerocalcare ha dedicato un fumetto che  diverte molto  pur mantenendosi  ambiguo,  che invito a leggere e che ho scelto come immagine di questo breve articolo.

Di contro mi chiedo quanti film, libri, frasi “ politicamente scorrette” di cui non avevamo consapevolezza  ci hanno a volte divertito, a volte affascinato, a volte meravigliato. Taccio ovviamente delle manifestazioni più nazionalpopolari  il cui contenuto e la cui forma non hanno nulla a che vedere con queste tematiche rimanendo solo volgari e basta.

Penso a  Sasha Baron Cohen con “ Borat” e con  “il Dittatore”.

E sull’altare del “ politicamente corretto avremmo sacrificato   “Lolita” di Nabokov, non avremmo letto o visto “Arancia Meccanica” o “ Morte a Venezia”  e anche   “Madame Bovary“ o  “Memorie delle mie puttane tristi” di Marquez e probabilmente nemmeno un classico della filmografia mondiale come “ Via col Vento”.

Quanto a battute” politicamente scorrette “ le serie TV ne sono piene  a cominciare da un classico televisivo come il  “Dr House”  passando per “i Griffin” e per finire a “The Office”  dove si tocca veramente il fondo del politically incorrect, con quello straordinario attore che è Steve Carrel;  per tornare in Italia ricordiamo  “Boris” con Francesco Pannofino  e poi Checco Zalone e Fantozzi; ma vogliamo dimenticare anche le canzoni? da quel “ guidare a fari spenti nella notte” a “ siamo i Watussi gli altissimi negri” o canzoni come “ Teorema” con “prendi una donna trattala male” passando per molte canzoni di Buscaglione che oggi non sarebbero state scritte e  per finire con  quel concentrato di tutto: razzismo, allusioni sessuali e volgarità che è “il tucul è una capanna dove Zambo fa la nanna”. E alcuni testi dei Rolling Stones vogliamo trascurarli? She is under my thumb, down to me the chance has come.

 

 Queste mie riflessioni credo siano giunte alla fine e come spesso capita quando si affrontano argomenti così complessi, hanno tracciato  un campo su cui tutti dobbiamo ragionare, ma una cosa è sicura: l’uso appropriato del linguaggio ha sottratto una moltitudine di persone dal dolore della emarginazione sociale, di genere, condizione fisica e tanto altro ma nessuna sostituzione di parole è in grado di ridurre il tasso di intolleranza che c’è nelle nostre società.

ROSAMARIA SORGE