UNA GIORNATA AL CIMITERO DI CIVITAVECCHIA

di CARLO ALBERTO FALZETTI

Eri rimasto colpito dagli articoli scritti sul blog che descrivevano le misere condizioni del Cimitero.

Volevi vedere, capire il perché di tanta incuria.

Un cimitero permette ciò che nella società dei vivi non è reso possibile. E’ lo spazio che unisce senza distinguere. E’ lo spazio di una fratellanza che non conosce l’alterità.

Eppure, i vivi vogliono persistere nel distinguere ed i sepolcri insistono nel differenziare le loro forme.

Vagando lungo i vialetti fosti attratto da un bianco mausoleo che imperiosamente faceva mostra di sé accanto all’emiciclo devastato. Il cancello di bronzo era semichiuso. Varcasti la soglia e ti introducesti nella cripta

Scendesti l’ultimo scalino. La stanza umida ti invase di un tepore inaspettato. Avvertivi l’odore acre dei fiori ormai marciti e della loro acqua putrescente. Le pareti sbiadite, corrotte dalle infiltrazioni piovane, presentavano un colore verdastro nei punti più alti, agli angoli, ai bordi delle lastre di marmo. Il pavimento era coperto da polvere, un sottile strato di polvere che fluttuando nell’aria era lentamente disceso dalla decomposizione dell’intonaco.

Sfregasti leggermente con la mano una delle lastre infisse verticalmente sulla parete ed il nome apparve in modo più chiaro. Altrettanto facesti  con le altre lastre. Lentamente, come per accarezzare l’anima di ciascun nome. Un nome, una data, un pensiero, una croce. Solo questo offriva la realtà di quella stanza. Eppure i nomi che affioravano, rimossa la coltre della polvere, non erano a te estranei. Erano nomi di un antico affetto. Un incantesimo stava pervadendo quel luogo. Erano i nomi della tua vita.

Lì, in un luogo che non doveva loro appartenere.

Un brivido si impossessò del tuo corpo. Ma  la memoria ed il cuore presto presero il sopravvento compensando l’angoscia del momento.

Una sedia malconcia dalla impagliatura ingiallita ti offrì la possibilità di meditare con maggiore tranquillità.

Ricorda.

Cominciasti a far rivivere i volti, le movenze, le parole. Dalla profonda voragine del ricordo iniziarono ad affiorare i fantasmi. Affannosi, irrequieti, confusi i fantasmi tentavano di invadere la tua mente. Risa, pianti, grida, parole inutili, parole gravi, continuamente mutavano di scena, si confondevano sommergendo  l’immagine precedente. Icone di un passato ansiose di rivivere un attimo, di imporsi come protagoniste uniche nella mente . Quelle lastre fredde e decadenti emanavano ricordi, ribollivano di una energia che la tua testa assorbiva tumultuosamente.

Piegasti il capo affossandolo entro le mani aperte. Per un attimo il tumulto del passato  cessò ed il silenzio scacciò i ricordi. Sentivi solo l’assillante sibilo trasmesso dalle tempie.

Quando rialzasti la testa di fronte a te la folla dei ricordi si era materializzata. Erano lì, tutti, di fronte, fuori di quelle lastre.  Di fronte a te, come un tempo. Stretti l’uno accanto all’altro, silenti.

Il cuore ti sembrava fermo, le membra irrigidite, le mani stringevano fortemente i bordi di legno della sedia. Guardavi lentamente da una parte all’altra la scena , senza proferire alcun suono. Una tranquillità algida ti aveva investito. Non c’era terrore e non c’era calma. Tutto sembrava svolgersi con il sapore della più completa assurdità.

Le figure avevano le sembianze amiche di un tempo. Si muovevano con gesti lenti, avanzavano qualche tratto, indietreggiavano. Ma ciò che più ti colpiva era la loro totale mancanza di un sorriso, di un rapido accenno di saluto, di una piega del viso che trasmettesse qualche emozione. Eppure era volti d’amore, di sconfinato affetto per te. Erano mani che erano state strette, che ti avevano stretto con forza, quasi a divorarti. Erano occhi che ti avevano baciato assorbendoti il cuore. Erano labbra che avevano troppe volte dischiuso sorrisi ed infinito affetto. Erano dita che ti avevano sfiorato  il corpo. Erano parole che ti avevano protetto, dato la vita.

Volti drammaticamente familiari ma gesti e sguardi drammaticamente estranei.

Questa la scena che ti si offriva, desolante.

Erano, per te, solo involucri, finzioni. Nulla c’era della loro esistenza se non la pallida immagine.  Sembrava che avessero  fissato l’attimo della morte, per sempre.

Rammenta! Ti alzasti dalla sedia. Avanzasti  verso quella folla. Accennasti un sorriso, tentasti di comunicare, invocasti con il cuore il passato.

Ma il passato era come divorato, come inabissato per sempre. Al tuo procedere in  avanti le ombre indietreggiavano, mute.

Provasti la cosa più naturale. Ti rivolgesti alla più cara e amata di quelle immagini. Come poteva non reagire? Quale maleficio poteva vietare il riconoscimento? Chi poteva aver deciso di annullare il passato, come se non fosse mai esistito?

Eppure quel volto provocato da un cenno di affetto non rispose, nessun cenno di corresponsione, nessun gesto di minimo sentimento.

Quale dannato funzionario della mediocrità  poteva provocare con la sua azione bislacca l’inquietudine di quelle anime?

Uscisti e con rapidità giungesti al cancello principale.

Tumultuoso era il bisogno di comunicare il tuo disagio.

Ora l’hai fatto,

ma la tristezza non è vinta.

.   .   .

I morti dovrebbero riposare nella pace, non nella inquietudine.

Essi non fanno più rumore di un esile filo di erba che lento fuoriesce dalla terra.

Nulla è dato sapere, se non l’affidarsi all’alito lieve della speranza, del loro risorgere un giorno.

E’ loro il diritto alla quiete, al decoro del sepolcro, al rispetto del tempo.

E’ nostro, fin che si è in vita, il dovere della cura.

Noi dovremmo offrire loro un futuro,

affinché loro possano offrirci un passato.

Perché solo recuperando il passato noi possiamo procedere vero il futuro più degno

 Una comunità che desidera un  futuro civico degno non dovrebbe mai  provocare disagio a chi ci ha preceduti nel tempo nella casa della quiete.  

CARLO ALBERTO FALZETTI