Uccelli… migranti

di SILVIO SERANGELI

Mia nipotina Flavia, molto eccitata, ripete qualche monosillabo ad alta voce, indica in alto, verso il cielo, poi con le braccine mima il volo. A incuriosirla non è l’allegro garrire delle rondini festanti della nostra infanzia, e neppure il rapido passaggio di qualche passerotto. Nel blu dipinto di blu si staglia la sagoma minacciosa di un gabbiano che volteggia e si esibisce in qualche picchiata con il suo caratteristico stridere per niente piacevole. Nello spazio di cielo romano a noi familiare spesso i gabbiani sono attaccati dagli stormi delle cornacchie, padrone assolute, al punto di avere cancellato ogni traccia di altre specie di volatili. Qui non trovi la presenza invadente di tortore e piccioni, che invece sono protagonisti nel cielo della petite ville con epicentro il nostro terrazzo e relative connessioni edilizie. Per dire che nel mio caso potrei parlare di allevamento di pennuti con particolare predilezione per tortore, per qualche piccione e, in questa ultima stagione, complice la quarantena e l’allontanamento da casa, di alcuni gabbiani. Complice la tolleranza mia e di mia moglie, che in un certo periodo elargiva a piene mani mangime alle nostre tortorelle, in questi anni abbiamo incrementato la razza dei volatili almeno di una quarantina di esemplari. Il nostro terrazzo, le nostre vasiere, sono considerate un rifugio sicuro, una nursery di lusso per le coppie di tortore che ti straziano  con il loro ripetitivo tubare, sconvolgendoti la pennichella pomeridiana. In piena estate, imbracceresti un fucile a pallettoni per far smettere la litania del corteggiamento, il  proverbiale tubare dei piccioncini.

Sera 2

Niente fucile, perché in questi anni di convivenza  ci abbiamo fatto l’abitudine, come del resto  il nostro Paco, breton  da caccia, che se abbaiava con furore verso qualche gabbiano che volteggiava sopra il nostro terrazzo, ha sempre tollerato i  volatili  con il loro tu-tu, tu-tu snervante. La nostra è stata una scelta in aperta polemica con vicini e confinanti sovranisti salviniani che hanno difeso i loro spazi con i dissuasori puntuti in acciaio, con i grandi palloni con l’occhio, con le cornacchie di plastica, con i cd legati in sospensione. Noi no, nello spirito dell’accoglienza della sinistra. Nessun respingimento, soltanto qualche tentativo di allontanamento vocale nei momenti della siesta o quando si era formata una piccola colonia, ben piazzata sulle intelaiature in legno delle nostre tende da sole.

Sera 1

Così i nostri amici volatili sono in piena azione da marzo a tutto settembre: corteggiamento con tu-tu, tu-tu, accoppiamento, poi la povera femmina depone le sue due uova e le cova per una quindicina di giorni. Sta lì ferma,  accovacciata sul nido di aghi di pino, al vento e spesso alla pioggia.  Segregata per questo lungo periodo, non si sposta quasi mai. Nascono le due tortorelle, scure e bruttine, che  diventano bellissime dopo una ventina di giorni, quando timidamente si sporgono dal nido, fino ad azzardare il primo volo. È un calendario della vita che ho potuto calcolare, soprattutto nei primi anni, attraverso un’osservazione attenta con tanto di foto, perché i volatili pensionanti facevano parte della famiglia. Così, ogni volta, con mia moglie ci mettiamo a osservare i nuovi nati e cresciuti qui da noi che si sono spostati sul terrazzo del condominio di fronte al nostro: “Si saranno ambientati? Che mangiano? Speriamo che non li veda qualche gabbiano”. Purtroppo qualche  volta questo processo si interrompe: capita che le uova non si schiudano, che finiscano per strada a causa di una manovra sbagliata della madre, che il pulcino più forte espella il più debole dal nido. È capitato anche di trovare un piccolo cadavere maciullato da un gabbiano o da una cornacchia. Proprio per evitare il pericolo di questi predatori le vasiere del nostro terrazzo con le piante molto sviluppate sono scelte come un ricovero sicuro. È il ragionamento che deve aver fatto il piccione femmina che abbiamo scoperto a sorpresa, insediato nella vasiera che si trova fuori della finestra che si affaccia sul cortile, quando siamo tornati dopo il lungo esilio da pandemia. È una prima volta, una sorpresa inaspettata, che ci costringe a tenere chiusa la finestra e a privarci della fresca correntina tanto necessaria di questi tempi di calura insopportabile. Dopo la Libia delle tortore la Tunisia dei piccioni, e la nostra Lampedusa. Così registriamo quattro tortorelle covate e poi volate, due piccioncini pronti al volo, per non parlare della novità poco simpatica dell’insediamento di una coppia di gabbiani nel terrazzo superiore del nostro palazzo. Con la loro stazza, e la loro prepotenza, hanno dissuaso la colonia di tordi che negli ultimi anni arrivava dal nulla, puntualmente a primavera, e nidificava con regolarità. Questa nuova presenza non ci piace proprio, per i versi inquietanti che ti capita di sentire anche in piena notte, quando ti alzi per un bicchiere d’acqua o una visitina al bagno. E non ci piace perché insozzano con le loro scariche puzzolenti. Con mia moglie, in mezzo a questo proliferare di pennuti, e a questo loro moltiplicarsi, ci siamo chiesti dove andremo a finire, soprattutto quando, all’ora del tramonto, il cielo sopra di noi viene oscurato dalle orde di gabbiani che si muovono con fare  minaccioso, magari accompagnati dallo svolazzare di cornacchie che ci ricordano “Gli uccelli” di Hitchock, ma dal vivo. E se venissero giù, in picchiata, come ci difenderemo? Quando si schierano sul terrazzo di fronte al nostro, grandi come aquile reali, ti chiedi quali intenzioni abbiano. Il fenomeno, ovviamente, non riguarda soltanto il mio terrazzo, ma questa prepotenza dei volatili che stanno occupando gli spazi cittadini fa riflettere. Diversi anni fa, l’amico Gianni Tassi della Lipu mi rivelò che la diffusione così anomala delle tortore  era stata causata dalla liberazione di alcuni esemplari da parte di un allevatore di san Gordiano. Avevano fatto razza, come i gabbiani che vivono stabilmente nelle città, e sono sempre più aggressivi. Aumenteranno? Saranno sempre più padroni degli spazi, fino a costringerti ad impugnare un fucile, magari a piombini, come ho visto fare ad un tranquillo signore nel palazzo di fronte di Roma, esasperato dalle cornacchie che gli avevano ridotto il balcone a una distesa di guano? È una riflessione che si accompagna a quelle della Ilaria Capua, nella nostra famiglia molto quotata e stimata,  sul futuro del pianeta e su questi mutamenti del comportamento animale che il virus ci impone a studiare e controllare. Così nel mio piccolo ho deciso di introdurre un contenimento delle nascite fra le tortorelle. L’altro giorno ho sanificato, è il verbo del momento, la vasiera e le piante con abbondante acqua. E poi? Blocchiamo gli sbarchi e tutti in fondo al mare? Per dire che buttiamo via le uova? Per dire che i due piccioni ormai cresciuti che non si decidono a volare li prendiamo e li gettiamo in pasto ai gatti?  È la conseguenza della nostra debolezza. È un po’ come gli sbarchi: uccelli e migranti.  Il nostro centro di accoglienza è al limite: i due piccioncini sono diventati piccioni, la madre non li nutre. Un amico ci ha consigliato acqua e mangime perché si rimettano in forze e spicchino finalmente il volo, e intanto c’è il rischio che portino germi e infezioni. Ironia della sorte: l’amico Elvio, che mi è venuto a trovare per un lavoro, e che ha una miriade di pappagallini nelle voliere nella sua azienda sarebbe felice di darmene una coppia. Speriamo non si offenda se gli dico di no.

SILVIO SERANGELI