Poltronavirus. Breve viaggio intorno alla mia libreria.

di NICOLA R. PORRO

Mi ha colpito il poltronavirus. È un effetto collaterale del covid-19. Colpisce chi non lo ha preso ma si è dovuto rassegnare al confinamento, al lockdown, alla mascherina e al gel igienizzante. Difendendosi come poteva. Nel mio caso trincerandosi in casa in compagnia dei quasi quattromila volumi, debitamente certificati da Anobii, della mia libreria. A conti fatti, per leggerne la maggior parte, non dovrei esalare l’ultimo respiro prima del 2112. La patologia che mi affligge sembra si possa classificare come una forma lieve di disposofobia: la tendenza a conservare tutto e la resistenza a liberarsi del vecchio e del superfluo.

Nel mio caso la battezzerei bibliodisposofobia. Riguarda infatti solo i libri e poco altro: fotografie, album, alberi genealogici, memorie di famiglia, l’archivio di casa, documenti fiscali, cose così. Tutto ciò che prima della rivoluzione digitale solo la carta aveva il potere di consegnare alla memoria. Dei beni materiali (mobili, oggetti di artigianato, stoviglie, preziosi ecc.) mi importa poco o nulla. Ho smarrito, rotto o danneggiato tante cose. Una volta mi hanno svaligiato la casa. Ne ho sofferto come sarebbe capitato a tutti, ma niente drammi e pochi rimpianti. Con i libri no, è diverso. 

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Azzardo che la mia bibliodisposofobia affondi radici nell’educazione famigliare. Da bambino sono cresciuto nella casa dei nonni materni: non erano degli intellettuali ma amavano la lettura e nutrivano una venerazione quasi feticistica per i libri. Li conservavano diligentemente, debitamente foderati e custoditi in un’ampia libreria ornata di vetri intarsiati. Erano vetri lavorati a piombo e dovevano avere un certo valore se lo spazio prossimo alla libreria era il solo interdetto al transito del mio triciclo. Quel mobile, massiccio ma non privo di grazia, era stato fabbricato in Francia negli anni Venti da un ebanista portoghese che lavorava nell’impresa di mio nonno. Nella mia fantasia di bambino possedeva un significato totemico, quasi rappresentasse l’ombelico simbolico, il centro cerimoniale della famiglia. 

Crescendo credetti di essermi liberato dalla paura di separarmi dai libri. Alla scuola superiore e all’Università mi sarei disinvoltamente dedicato come tutti alla vendita o allo scambio dei testi usati. 

La recidiva è arrivata anni dopo. Ed è stata innescata, o quanto meno favorita, da ragioni professionali. Una discreta percentuale dei libri ancora in mio possesso, infatti, non li ho mai comprati. Intendiamoci: non li ho nemmeno rubati a librai distratti o dimenticato ad arte di restituirli a chi me li aveva prestati. 

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Il fatto è che nel corso della mia carriera, ai tempi del compianto cartaceo, ho sempre rappresentato una preda appetibile per editori e agenti. Nei pochi anni in cui ho insegnato nei licei avevo ogni anno tre corsi e un’ottantina di alunni, ciascuno dei quali avrebbe acquistato almeno tre-quatto libri delle mie materie (la Filosofia, la Storia e l’ingiustamente negletta Educazione civica). Quando si avvicinava la stagione delle adozioni in vista del corso successivo, editori, agenti e sub-agenti ci sommergevano di testi in visione. Poi ho insegnato per quarantaquattro anni in quattro diverse università. Lì le cose andavano ancora meglio. I libri omaggio li inviavano gli editori magnificando a suon di recensioni farlocche le opere che speravano inserissimo nel menu didattico dell’anno successivo. In primavera, quando si aggiornavano i programmi, tutti stilavamo un elenco più o meno nutrito di testi a scelta libera.  I corsisti ne avrebbero scelti un paio da preparare per la sezione monografica del programma, a integrazione del monumentale manuale “di riferimento”. Il ciclo di vita dei manuali si calcolava in ere geologiche. Quello delle monografie aveva la stessa volatilità delle hit parade musicali dopo il Festival di Sanremo o del prêt-àporter all’indomani di Milanovendemoda.

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Autori prolifici e non disinteressati partorivano annualmente prodotti destinati al vorace consumo dei corsi universitari. Spesso erano il frutto di abili operazioni di camouflage: vecchi lavori rimontati, aggiornati alla buona e resi accattivanti da qualche sottotitolo adattato all’attualità. Noi che ci occupavamo di sociologia politica rappresentavamo, per comprensibili ragioni, i bersagli più facili. A contraddire la dichiarazione di intenti contenuta nella prima pagina del venerato Manuale di riferimento – “…la sociologia è la scienza della società condotta sulla base di ipotesi di lavoro teoreticamente orientate ed empiricamente verificabili”, la nostra disciplina rivelava tutta la sua vulnerabilità. Ai cultori visionari della Grande Teoria, ai profeti visionari, mancava spesso il supporto della ricerca sul campo, cancellando così la distinzione fra sociologia e filosofia politica. Ai diligenti ricercatori sul campo, viceversa, non sempre arrideva l’illuminazione intellettuale, la visione ispirata a una buona teoria. Forse appena una volta su dieci si trattava di studi davvero originali o comunque meritevoli di essere distillati nei crani dei nostri studenti. Col tempo eravamo tutti divenuti più esigenti e più scafati. Avevamo imparato a distinguere il grano dal loglio, per buttarla sull’evangelico. Qualcuno, fra i meno ligi, si affidava a un poco cristallino gioco di squadra: in adozione finivano quasi solo libri pubblicati, guarda caso, dal proprio editore. Le nostre librerie si riempivano comunque periodicamente di carrettate di volumi nuovi di zecca, con l’angolino del prezzo ritagliato a identificarli come “copia omaggio”.

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Gli editori di maggior prestigio attuavano strategie più sofisticate. Al momento giusto, ad esempio, ti proponevano di redigere una recensione destinata a qualche rivista specializzata gravitante nel loro circuito. Per i più giovani o i meno titolati rappresentava un’occasione appetibile di “fare curriculum” assecondando la bulimia pubblicistica che aveva afflitto noi per accanirsi più spietatamente sulla generazione dei nostri allievi. L’illusione di moralizzare e razionalizzare le procedure di reclutamento adottando cervellotici criteri di valutazione della produzione scientifica avrebbe rappresentato un caso esemplare di eterogenesi dei fini. Ogni riga scritta doveva essere sottoposta a giudizi misurati da algoritmi che incrociavano lo standard editoriale della rivista o dell’editore, classificata in relazione all’ISBN, all’ISRC e, dulcis in fundo, all’incorruttibile DOI. Acronimo di Digital Object Identifier, l’incorruttibile è capace (recitano le istruzioni per l’uso) “di identificare persistentemente all’interno di una rete digitale qualsiasi oggetto di proprietà intellettuale e di associarvi i relativi dati di riferimento, i metadati, secondo uno schema strutturato ed estensibile”.

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Si possono immaginare gli effetti di ritorno del poliziotto telematico sulla psiche degli aspiranti accademici. Costretti all’esercizio quotidiano di rituali compulsivi dovevano destreggiarsi fra citazioni di riporto e tecniche di riscrittura del copiato utili solo a ingannare i crudeli metadati. Furono pochi fra i nostri colleghi più giovani a non precipitare nel baratro della nevrosi ossessiva. La produzione di ciascuno cresceva in quantità e perdeva di qualità. E continuavano a scrivere e a pubblicare, a pubblicare e a scrivere. Non tutto ma di tutto: purché comparisse su pubblicazioni “di classe A”, quella valutabile per il concorso, purché evitasse l’anatema del DOI, purché possedesse l’ISBN giusto…

Un guaio anche per noi, i sopravvissuti a un’epoca dove l’incipiente potere dei metadati era ancora bilanciato dalla spietata guerra per bande dei potentati accademici e dal secolare regime di vassallaggio che vi presiedeva, presentando però almeno il vantaggio di dare un volto ad amici e nemici. Prima o poi dovevi per forza indossare una maglia, ma almeno ti illudevi che si trattasse di un’”opzione intellettuale”. Le nostre pubblicazioni e le nostre carriere erano ostaggio di consorterie accademiche e di gruppi di potere spesso intrecciati con altri interessi di tipo editoriale o politico. Impossibile nutrirne nostalgia. Ai nostri allievi, però, sarebbe andata peggio. Ai vecchi mali si sarebbero aggiunte la tirannia dei metadati, la dittatura degli algoritmi, la razionale irrazionalità delle procedure di selezione. 

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Gli effetti sistemici di queste dinamiche sulla mia libreria sono intuibili: ai saggi stranieri da recensire o tradurre si aggiungevano gli omaggi degli autori e i prodotti dei colleghi del cerchio interno, quelli segnalati dagli editori in vista delle adozioni, il profluvio di articoli e pubblicazioni sempre più stereotipici prodotti dalle vittime del DOI, i plichi gonfi di “produzione scientifica ai fini di valutazione accademica” che si accatastavano sul pavimento dei nostri studi quando ci toccava partecipare a qualche commissione di concorso. Chi era di rango più elevato, inoltre, disponeva di qualche finanziamento in più da destinare all’acquisto di lavori più o meno attinenti l’oggetto delle ricerche in corso. Era rarissimo che nei successivi decenni qualche amministrativo pignolo ci chiedesse di renderne conto. Noi stessi perdevamo memoria della loro provenienza e comunque nessuno si azzardava a restituirli: i bibliotecari, costretti a schedare e classificare altri volumi, ci avrebbero sbranati. Così le nostre librerie si dilatarono, si specializzarono, lievitarono, invasero palmo a palmo tutti gli spazi pensili o calpestabili di studi e abitazioni. La bibliodisposofobia è una patologia professionale. Anteriore alla rivoluzione digitale, è in parte sopravvissuta ad essa: chi vivrà vedrà.

Ecco spiegate in buona misura sia le dimensioni assunte nel tempo dalle mie librerie – ne parlo al plurale perché sono ubicate in sei diversi ambienti domestici – sia la netta prevalenza di pubblicazioni tematiche. Prevalentemente ma non esclusivamente sociologiche, ma comunque nell’area delle cosiddette Scienze umane e sociali (qualunque cosa si intenda con questa formula). Ciò non mi ha impedito di coltivare anche una passione genuina per la lettura tout court: classici della letteratura, ma anche giallistica, narrativa. Meno rappresentate nei miei scaffali la poesia, ma qualcosa si trova. In materia letteraria sono di bocca più buona e di gusti più semplici. Non subisco la pressione indotta dalle deformazioni professionali, non ho ambizioni critiche e spesso mi accontento di letture avvincenti più che di qualità sopraffina. Però di tutti i grandi autori classici e dei maggiori fra i contemporanei credo di aver letto almeno un’opera. Per il relax amo i gialli di tutte le latitudini con una leggera preferenza per gli scandinavi. Fra i nostrani – sono poco originale – preferenza per Camilleri, Carofiglio e De Giovanni. A seguire Lucarelli, Malvaldi, Manzini e via via tutti i migliori, sgranati come al tappone dolomitico del Giro d’Italia.

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Da un po’ la mia dispofobia manda timidi segnali di miglioramento. Articoli da conservare, materiali didattici, documenti, ricevute sono ormai da anni emigrati in rete. Di recente sono riuscito a consegnare alla raccolta differenziata di carta e cartone (secchio bianco: lo ritirano il giovedì) gli annuari anni Ottanta-Novanta di una vecchia rivista. Ho fatto fuori una cassa di libri scolastici appartenuti a tre generazioni. Ho svuotato i classificatori di bollette e ricevute di famiglia. Mi sono separato con uno struggente rito di commiato dalle dichiarazioni Irpef anteriori al 2010. Ho detto addio delle Guide Touring degli anni Sessanta ereditate da mio padre.

Mi ha persino sfiorato la tentazione di sgomberare i ripiani dai manuali scolastici ricevuti in visione prima del 1976. Però no, non ce l’ho fatta: ho quattro nipoti di età compresa fra cinque e gli undici anni. Hai visto mai qualcuno avesse bisogno prima o poi di un sunto fatto bene del “Timeo” di Platone o di qualche paginetta sulle cause della Guerra greco-gotica…

Però il poltronavirus mi ha stimolato il desiderio di leggere con un passo diverso, con meno precipitazione, anche saggi e ricerche più legate alle vicende storico-politiche in cui siamo immersi. Non ho più da adottare qualcosa o da giudicare qualcuno. Nessuno mi regala più libri, se non per il compleanno. Però qualcuno posso permettermi di acquistarlo ed è una buona cosa: mi costringe a essere selettivo, a fare scelte più oculate. E poi sono diventato un predatore della rete: colpisco senza preavviso, balzo di sito in sito, mi approprio di tutto l’appropriabile, lo classifico per temi e per autori. Alla fine, lo ripongo con destrezza negli inesauribili ripostigli immateriali della memoria informatica. Grazie al poltronavirus, insomma, sto riscoprendo il piacere di leggere per curiosità, dedicandomi soprattutto a ciò che interroga l’attualità per cercare di spiegarla. Ho imparato a diffidare degli autori che emettono sentenze troppo in fretta e in assenza di contraddittorio. Però mi piacerebbe commentare qualche lettura, socializzarla fra amici, scambiare opinioni. Non è il programma del nostro blog?

NICOLA R. PORRO