Il miracolo

di CARLO ALBERTO FALZETTI

STELLA MARIS

Procede con leggero dondolio.

S’arresta, riprende.

Curva oltre il ponte della ferrovia.

Sinuosa lungo la strada si stende.

Il vertice è ora davanti al cancello delle suore.

Il centro lascia alla sua sinistra il mulino Assisi.

La coda s’attarda sul ponte.

E dal labro, d’improvviso, il canto.

                          Noi vogliam Dio ch’è nostro Padre….

Giulio episcopo ostenta l’ostensorio a raggiera.

Dietro,  la turba curiale salmodiante.

Pie donne nero vestite palpeggiano rosari in fila parallela.

Agitati scout mantengono ordine con  incessante andirivieni.

                        Noi vogliam Dio ch’è nostro Re…

L’Autorità dov’è? Dove il Sindaco, dove gli Assessori?

Ma importa cercarli? Importa scovarli?

 C’è lui! E ciò basta a rincuorare i cuori curiali.

Eccolo lì, al centro. Che ondeggia ed ondeggiando procede e procedendo  gorgheggia.

Cheren presente , ad maiorem dei gloriam!

                      Noi vogliam Dio Vergin Maria…

 

Dalle finestre dell’edificio  municipale, spoglio di Biancofiori, impegnati nel sacro evento, gli sguardi sono attoniti. Immediata è la non comprensione. Si tenta qualche indulgenza, ma poi è incredulità seguita da acido sarcasmo fino ad arrivare ad ironia e, poi, in rapida successione scherno, irrisione, beffa. Il pensiero progressista social-comunista non si dà pace.

La domanda  rampolla gagliarda: come possono uomini di lettere, di scienza, professionisti affermati mescolarsi a timorate donnette, a torme di preti salmodianti e petulanti. Come si può tollerare lo biascicar parole astruse dondolandosi in file canore lungo le vie di una città che ha tanto bisogno di essere ricostruita, governata, amministrata, curata dei suoi mali  sociali, economici, civili’?                                                         

La città aveva superato la violenza del ’48, i disordini, le lesioni, gli arresti, il processo alla Resistenza. La violenza fisica era alle spalle, necessitava lottare per un programma serio, laico, razionale.

Ad egregie cose il forte animo accende: il compito giusto era quello di essere alle prese con la fatica dell’intelligere le penetranti  pagine del Capitale, le sperate cadute tendenziali del saggio di profitto , le metamorfosi della  Merce in Denaro-Merce,  il Diamat chiave interpretativa degli umani eventi e, soprattutto, il  dover assimilare , qual novello  gioiello, i Grundrisse che proprio in quegli anni cominciavano sommessamente a circolare tra gli addetti alla intellighènzia. Come potevasi cedere alla paura, al superstizioso gioco di un aldilà spacciato come vero?  

Eppure…il potere della campana era reale.

Un rettangolo murato largo tanto da ospitare un discreto seppur disadorno campo di calcio. Una rozza rotante giostra ferrigna. Un teatro dalle valenze molteplici convertito in spazio sacrale la domenica mattina. Donpandolfi ed il maritozzo di premio alla presenza, dopo l’ite Missa est! Donpandolfi e le tende degli scout in partenza per gli Abruzzi. Donpaldolfi ed i fischi di rigore. Donpandolfi e le punizioni per imprecazioni semplici, moccoli complessi,  giaculatorie irriverenti. Donpandolfi e la tonaca roteante. Donpandolfi  tempesta ed impeto. Donpaldolfi ed il reclutamento di legioni di ingenue marmotte e scaltri giovani adulti.

E che dire della falange delle mogli, mogli dei devoti ma anche mogli dei libertari d’ogni rango politico e ceto sociale? Come in un racconto di Guareschi non si trattava solo di  vecchiette canute e stanche.

 Il Mistero,  ecco l’arma feroce. Arma impropria, sleale perché irrazionale: come  fa la ragione a combattere con il sentimento? Come fa il limpido pensiero a trionfare contro la melassa, contro la pappa del cuore?

Il Mistero aveva dalla sua il fatto di non indagare, di credere senza capire, di recitare ciò che si ignora. Sursum corda!  Si ode e  si risponde come prescritto. Ma il significato non vale. Vale solo il significante. La parola è sacra perché il prete così  stabilisce. Dobbiamo, dunque, “salire sulla corda”, quella che conduce al cielo? Forse è così, ma non importa sapere più di tanto. Genitori genitoque…..procedenti ab utroque. Forse, nel profondo del cuore, in un angolo segreto il fedele avrà provato a intendere qualcosa. Questi genitori chi saranno mai? E dove mai sarà questa città di Utroque da cui essi arrivano? Ma, ancora una volta, che importa intelligere? Per le genti a cui si rivolgono le Beatitudini non vale il principio teologico fides quaerens intellectum.

A quel tempo  la fede era al riparo dal Vaticano Secondo. L’organo non aveva ancora subito l’offesa della chitarra. Il latinorum regnava incontrastato perché il volgare non aveva ancora denudato il Mistero.   

Ma, ancora una volta,  gli osservatori esterni  avvertivano il disagio dell’intelligenza, compativano l’accecamento della ragione, l’immaturità infantile delle masse e la malizia subdola della casta sacerdotale. Certo che esisteva il potere ma questo potere era fondato sulla fede come credenza, sulla fede come menzogna, sulla fede come superstizione. Nell’aula Calamatta era scontro sulle azioni, sui provvedimenti amministrativi ma, dietro le forme della politica, era scontro tra due visioni antitetiche.

 “La religione vera è la religione della ragione! Non la religione della superstizione  e della mitologia biblica”.

Parole giuste. Eppure l’irrazionale che si voleva allontanare dal foro municipale si affannava a riprendere un suo ruolo. Non sembrava così facile la vittoria contro la religione come alienazione. L’irrazionale sapeva trovare le vie giuste, scavare a mò di talpa, come si dirà in futuro a proposito  della Storia.

E’ in questo clima che accadde l’evento.

 Accadde perché necessitava l’accadere. Accadde perché era il segno del tempo. S’era nel dopoguerra,  il tempo del ricordo devastante,il tempo della speranza,  il tempo del ringraziamento. C’erano cuori ardenti che reclamavano impegno, lotta, giustizia sociale ma c’erano tanti altri cuori pronti a palpitare di devozione. Ringraziare la sorte o ringraziare l’angelo della Provvidenza per essere sopravvissuti?

 Accadde un giorno d’inverno.

Tutto era iniziato in Francia. Il Grand Retour . Il ritorno di Maria fra la sua gente di Francia nel ’43 in un momento di angoscia. Nel ’46-47 la Peregrinatio Mariae aveva investito le diocesi  italiane: Udine, Milano, Catania, Napoli, Bologna, Firenze,la Lucania, la Sardegna, la Puglia.

L’8 dicembre del 1954 si compiva il centenario del dogma dell’Immacolata Concezione. Civitavecchia assolveva al suo compito inneggiando tra strade in costruzione, rovine rimosse, quartieri sorgenti.

Macula non est in te. La giornata era zeppa di eventi. Ai  Zoccolanti tolto il telo era apparsa un’ abside dipinta a tinte vivaci: strani guerrieri giapponesi avevano crocifisso frati e sostavano tranquilli ai loro piedi. Una signora dagli occhi a mandorla con il braccio un bambino, ieratica e lucente. Alle Grazie di Allumiere un portale inaugurato. La Madonna ”Pilligrina” a spasso per le vie. Folla inaudita. Autorità d’ogni rango, politici al completo (o quasi) vigili, marinai, finanzieri, carabinieri, pompieri, militari, suore, tante suore, tutte le suore.

Azione Cattolica,Acli, Giac, Fuci, Agesci, Confraternite, Scout, Circolo Santa Fermina,  Amore e Fede, Repubblica dei Ragazzi (e più non ricordo!)

E preti, tanti preti, preti secolari, canonici , parroci, vicari, cappellani, diaconi, chierichetti e monsignori, monsignori con berretta, monsignori senza berretta.  Ed ancora, frati, frati predicatori (orfani di Santa Maria), frati minori conventuali,  cappuccini, francescani, minimi di San Francesco, terz’ordine francescano. Poi, parrocchie,  vecchie parrocchie, nuove parrocchie, simil parrocchie (in attesa di ricostruzione). Infine, il Biancofiore, simbolo d’amore, tutto al gran completo.

Alla confluenza di  via Cencelle con il viale Baccelli la folla s’arresta. L’ora segna le 15 e trenta. Il “Pastore del gregge” armato di pastorale affianca la statua:  Civitavecchia all’Immacolata madre di Dio Regina del Cielo e della Terra. Tripudio, canti, benedizioni, banda , folla plaudente.

Ma ecco che, d’un tratto,affiora dello sgomento tra qualcuno dei tanti Biancofiore, simbolo d’amore. “Ma non doveva la Signora esser rivolta verso Roma secondo un’ unione mistica con il centro della cristianità? Civitavecchia , per il tramite di Maria, non doveva  guardare verso  San Pietro?”

Qualcuno che sa parla. “E’ vero, doveva esser così ma la Regina del Cielo, ha voluto altrimenti. E lo ha fatto attraverso vie arcane. Un gruppo di lavoratori  del porto si sono opposti:   Lei, la Signora, doveva mirare col suo materno sguardo il luogo del lavoro, il Mare Nostrum, la città martoriata. Non distrarre lo sguardo altrove!”

Ed ecco l’arcano disegno celeste farsi realtà attraverso una rotazione di novanta gradi in senso orario: una prospettiva tremendamente diversa.

E fu così che il prodigio si avverò attraverso il cuore di chi, con la ragione, avrebbe dovuto stare dall’altra parte.

Il Mistero sa giocar irregolare. Si insinua infido. Ama trastullare la ragione. L’irrazionale si arma del simbolo e lo manovra quale arma potentissima.

Chi non crede depone le articolate costruzioni teologiche, Madre di Dio, Figlia del Tuo Figlio. Chi crede abbraccia con slancio vibrante tutta la Pietà Mariana. Ma, tutti, chi non crede e chi crede, sanno riconoscere il volto materno del simbolo.

Già, la madre!  Chi non cede a colei che dà la vita? Che non le tributa la naturale venerazione?

Segno polivalente, tanto antico, quello della Grande Madre osannata, da sempre, nelle molteplice forme dei tempi.

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 Così  la Signora divenne ciò che doveva divenire:  Stella Maris affiancando la nostra dolce santa sirenetta Firmina.

CARLO ALBERTO FALZETTI

 

 

 

 

 

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