CV coloniale

di SILVIO SERANGELI

Non mi prendo certo l’onere di filosofeggiare, come tanti, troppi notisti di questi tempi. La mia è solo una riflessione ad alta voce, che nasce spontanea dal fenomeno che sta scavalcando  persino le giuste preoccupazioni per il virus che non molla. Mi riferisco alle proteste impetuose contro il razzismo e all’ondata contro il colonialismo che sta toccando anche il nostro Bel Paese con spruzzi di bombolette. È una rivisitazione della Storia.  Ma credo che la Storia debba essere lasciata in pace e letta in maniera corretta, non dimenticando mai il contesto. La guerra è guerra, sempre e dovunque: «Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente»,  scrive Bertolt Brecht, per dire che la guerra è una cosa sporca, che porta morte e distruzioni, saccheggi, e mette a nudo la bestialità dell’umanità fino al disprezzo perfino dei cadaveri. E questo furono anche le guerre coloniali, tornate in prima pagina di questi tempi. Tutte le guerre, anche quelle che videro protagonisti gli Italiani Brava Gente che non lo furono affatto. Per troppo tempo le gesta  delle truppe in grigio verde sono state depurate, per non dire nascoste dalla storiografia ufficiale e, soprattutto da certa stampa: un libro Cuore falso e fasullo. Mi chiedo perciò quanto sia utile adesso andare a rivangare episodi e personaggi lontani nel tempo, che hanno già avuto un giudizio chiaro di condanna: basta leggere storici seri come Del Boca e Rochat. Invece è stata compilata una specie di lista, che potrebbe esser ampliata a dismisura andando a spasso nel tempo delle guerre italiche.

Scansione 3 2

Quale voto dare alla la sporca guerra per la conquista della Libia in era prefascista, e all’uso dei gas della Prima Guerra Mondiale, il Piave mormorava…? Mi sembra che questo tentativo di riscrivere la Storia  da parte dei verniciatori dei busti  e delle scritte sovrapposte abbia lo scopo di mettersi in mostra, cercando l’elenco dei bersagli da colpire su Internet. Se veramente la Storia deve essere insegnamento e maestra di vita, a maggior ragione tutti simboli, anche quelli giudicati nefasti, dovrebbero  essere mantenuti. Non come i souvenirs dei piccoli blocchi del  muro di Berlino, finiti su ebay e mostrati con stupido orgoglio come gli scalpi degli indiani.

Scansione 2

Dal serio al faceto, per ricordare che nella nostra petite ville, che come al solito non si fa mancare proprio niente,  non è stato recepito questo messaggio di intolleranza coloniale. Neppure dalle stelline che, appena insediate al Palazzo del Pincio, rimossero la statua del bacio fra il marinaio  e l’infermiera, la più fotografata e ricercata fra i visitatori; precursori in assoluto (era il 9 settembre del 2014), del buttiamolo giù dal piedistallo, fieri di aver rimosso questo simbolo della guerra. Neppure loro si sono accorti del ghiotto boccone per spray rosso e imbrattamento di protesta che offre la vasta area del  Cemento, meglio Cimento, il rione lambito dalla via Claudia. E vado così ad alcune domeniche della mia infanzia, vissute lungo i luoghi cari alle italiche gesta coloniali. Come le passavo? D’inverno: compiti la mattina, perché non eravamo di chiesa,  quando andava bene, pranzo con i nonni materni, zia e cugino,  con brodo e stracciatella, d’estate tagliatelle fatte in casa col sugo di carne e la stessa tavolata. Sempre il nonno a capotavola col suo piatto buono, conservato gelosamente per l’occasione. Tutti stretti stretti. Quando mio padre non lavorava, subito dopo mangiato e fatto i piatti, ci mettevamo in prima per la visita parenti: quelli di mio padre che abitavano tutti al Cimento. E questo era l’itinerario coloniale. Da via Doria, dove abitavamo, raggiungevamo via Claudia. Prima tappa Largo Tripoli bel suol d’amore, all’ingresso dello stabilimento. Fermata dallo zio Amilcare, autotrenista Italcementi, e da zia Rosa. Poi salita da Giro d’Italia con fermata all’angolo con via Ambaradam per saluto con bacio sulla guancia del nonno Nicola di stanza all’osteria; di qui via Claudia e lunga cerimonia dalla nonna con copiosa bevuta di acqua pescata nel secchio di zinco con lo sgommarello,  perché il caseggiato non aveva l’acqua corrente, il gabinetto comune era nel cortile. Altri tempi. Nel giro dei saluti non bisognava dimenticare nessuno. All’inizio di via dello Scirè zia Silvana e lo zio Antonio palombaro, zia Angelina e zio Ernesto autista Italcementi: «mamma mia come è  cresciuto! Dove vorrai arrivare!», e poi i discorsi dei grandi con il lavoro in primo piano, le ultime notizie sui parenti e conoscenti, perché ancora nessuno in famiglia aveva il telefono. Ed io che tiravo il vestito di mia madre per implorare il ritorno a casa. Così per evitare i miei lamenti mi veniva permesso di scendere un po’ giù, in strada. Mi è sempre piaciuto osservare, così ricordo ancora bene le targhe delle vie che percorrevo nel mio giretto di libertà: via dello Sciré, via Endertà, via Neghelli, via Gondar: l’AOI, le gesta coloniali in un fazzoletto.

Scansione 4

Dopo il classico bicchierino di vermuth per i grandi e qualche bicchiere d’acqua del rubinetto per i piccoli, finalmente iniziava il ritorno da via dell’Ambaradam con sosta dal simpaticissimo zio Remo, anche lui autista Italcementi con le ciminiere dello stabilimento che sembravano  cadessero addosso alla sua casa che aveva costruito con mio padre e mio zio. Un saluto fugace, che non poteva mancare, all’amico d’infanzia il calzolaio Ennietto e poi la discesa verso casa con fermata al campo di bocce di via Terme di Traiano per riprendere fiato. Voi direte: quanta strada! Ai tempi si viveva al rallentatore, non c’era la frenesia di oggi, camminavi e osservavi anche quelle targhe che sono ancora lì. Vi furono messe a suggello del sogno coloniale poi miseramente infranto. La faccetta nera, magari riveduta nel suo valore esotico, rimase anche nel dopoguerra. Del resto si vendevano ancora le sigarette Africa con la bella africana a petto nudo con collana e bandana, che ricordo fumava la vicina Clara. E poi  la negretta con turbante e labbra rosse emblema dei bonbons al cioccolato, le nugatine Talmone, le più vendute quando mia zia gestiva il negozio Venchi Unica Talmone di via Cencelle. E dove lo mettiamo l’ascaro Andalù con sahariana coloniale agli ordini dell’amico degli animali Angelo Lombardi? Qualcuno cantava ancora: «Er neguse da piccolo, faceva l’aviatore, pe’ nun sprecà benzina pisciava nel motore…bombacè….». E il recentissimo bel culetto Morositas? Per avere notizie delle  nostre vie coloniali sono andato a ritrovare la ricchissima Guida dell’Africa Orientale Italiana della Consociazione Turistica Italiana, pubblicata nel 1938 in 490.000 esemplari e 640 pagine, e il prezioso libretto dei Lions, pubblicato nel 1994, con la descrizione della toponomastica cittadina. Così leggo che l’Ambaradam è il luogo in cui nel febbraio del 1936 si svolse la battaglia vinta dalle truppe italiane che aprì le porte di Addis Abeba, alla quale si ricollega l’Endertà nella regione che ha per capoluogo Maccallè. Neghelli è il villaggio che fu occupato per primo nella conquista dell’Etiopia. Lo Scirè si trova nella regione dell’Etiopia Settentrionale e diede il nome al sommergibile incursore famoso per le sue imprese. Di Tripoli bel suol d’amore c’è poco da dire. E Gondar, capoluogo del governatorato dell’Amara, fu l’ultimo baluardo a cadere, il 28 novembre 1941. La fine dell’avventura imperiale di cui sono rimaste tante barzellette a coprire gli orrori.

SILVIO SERANGELI