BOCCADIROSA

di CARLO ALBERTO FALZETTI

Un attimo di tregua con il tema Pandemia! Riprendo con i Quadri della Memoria (dopo Zavota, il Lupo Mannaro, Angelino il Peloso…).

Nell’aula del Senato il dibattito s’infuocava. Il venerando senatore Pieraccini prese a parlare. Era l’epilogo di una lucente carriera di medico e di politico fiorentino. Sarcasmo, ironia, retorica ciceroniana si alternavano ai toni affettuosi. Nessun conflitto di interesse circa l’argomento trattato offuscava  l’oratore, ormai prossimo alla dipartita terrena. Sigillare per sempre le “dolenti case”, gli asili del vigore maschile, impedire il passo oltre le soglie proibite era solo incitamento allo sfruttamento senza regola, preludio indiscusso ad una mascolina disastrosa epidemia nazionale da spirocheta pallida. Questo, in breve, la sua accorata orazione.

A nulla valse, a nulla condusse il fine acume del nostro venerando: il 20 febbraio del 1958 il disegno della senatrice Lina Merlin divenne legge dello Stato!

E così che Lina Merlin fece scempio del sodalizio secolare.

L’Italia, dunque, più non tollerava!! E così dovette fare la nostra città:  Civitavecchia più non tollerò!

E per tutti coloro che la malvagità del tempo aveva beffardamente impedito il compimento dei diciotto anni non rimase altro che la curiosità di osservare i luoghi deserti di quello che un tempo ero spazio arcano di rito di iniziazione.

Già all’indomani dell’editto bigotto veneri vaganti  svolazzavano fra i tavoli dei bar, lungo qualche marciapiede, nei pressi della stazione, lungo il viale in attesa di uno sguardo interessato. Ciò che un tempo si imponeva quale porto sicuro assicurato da una consolidata malleveria pubblica era ormai sostituito dalla casualità, dall’incertezza,  dall’informazione vaga, dall’insicurezza perniciosa.

Questo, in breve, lo scenario nazionale all’interno del quale si inserisce il nostro quadro cittadino.

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Il mare l’aveva  trasportata dalla sua ardente terra di Sardegna. Approdata  a Civitavecchia aveva messo in piedi la sua attività di libera professionista non più disturbata dalla competitività imprenditoriale delle ditte di affermato marchio ( il civettuolo villino della sora Mimma che si vantava del marchio di una valuta pregiata , lo squallido ma molto frequentato Gabbione..)

Era di quelle bellezze non rare nel nostro mediterraneo. Di statura non alta. Formosa, dai neri capelli e gli occhi corvini, vivaci, penetranti. Spirito non quieto, altezzosa, di umore simpatico. Scaltra, sagace con quel suo accento barbaricino.

Amava raccontarsi. Libera da ogni vincolo era fiera del suo passato, indifferente del suo presente, disillusa del suo futuro.

L’inizio del piacere!  Una storia che rabbrividiva gli ascoltatori imberbi e sprovveduti che a stento potevano comprendere che anche per lei c’era stato un inizio.

Fu  marinaio il protagonista della sua iniziazione. Ardeva di fuoco il suo corpo di femmina  ancora incorrotta. Le mani forti stringevano gli ottoni del letto. Era fiera nel riferire che quelle mani, quell’intensità di piacere, quella liberazione dei sensi avevano provocato una forza così vigorosa da piegare la resistenza del metallo. Una esagerata eloquenza che tradiva l’intento di procurare nel meravigliato ascoltatore un intenso desiderio propedeutico alla successiva stipulazione contrattuale.

Ma, forse, era proprio così che la faccenda era andata. Nonostante la fatica del mestiere, lei, non più giovane primizia, era ancora ebbra di passione. Certo, simulava, come tutte le mestieranti:  non per amore, solo per equo scambio!  Ma, nei momenti a lei propizi sapeva anche partecipare con  passione congiuntamente a quel corpo che casualmente la sovrastava, corpo così ansimante, così assurdo, corpo così  a lei estraneo.

La sua residenza, verso il Faro, era anche il domicilio del suo studio professionale. Era il rosa il colore dominante. Rosa le coperte, rosa le numerose bambole che contornavano l’alcova morbida dai larghi spazi. Alcova rosa dominata da Maria, l’icona che sapeva perdonare, sempre protettiva anche per chi sapeva di errare. Ma era errore ospitare chi desiderava un corpo di donna per qualche momento? Era errore non aver avuto fortuna nella vita? Era errore se il caso, questo demone assurdo, non aveva permesso di  pervenire ad un nodo risolutivo dell’ esistenza? “Madonna mia, tu mi capisci, tu sai leggere nel fondo del mio cuore. Che tu sii benedetta!  Perdonami anche se non so come si fa ad entrare in una chiesa.” Era un errore? E, allora, chi errava tra il maschio e la femmina? Ma l’amore, poi, che cosa era? Era come lo vedeva lei ogni giorno? Semplice appagamento del maschio? O era come un tempo, fanciulletta, lei lo aveva pensato assieme alle amichette della Sardegna:  dare per ricevere reciproco piacere, per il solo piacere di tutti e due. La vita aveva tradito la speranza, disatteso i sogni adolescenti, piegata la volontà di essere come si desidera essere. Destino di tante fanciulle in fiore.   

La turba dei rimpianti e dei rimorsi certo le procurava ansie fastidiose e, a volte, struggenti . Ma tutto si risolveva in breve. Doveva risolversi in breve perché il “lavoro” non poteva avere interruzioni. Ed allora rapido si svolgeva il rito consolatorio: la libertà d’essere padrona del tempo, d’ essere responsabile solo di se stessa.  La cura consolatoria  velocemente metteva le cose a posto riempiendole  il cuore di gioia e gonfiandole gli ampi seni di respiro. Ed allora rammentava a se stessa, come compensazione dei  tristi pensieri, le sue glorie professionali.

Nave scuola!

Questa una delle sue più orgogliose fierezze. Nave scuola di galletti al primo canto! Accademia della gagliarda gioventù che doveva prepararsi ad esibire le proprie capacità virili nella vita sociale.

 Ma sapeva essere anche altro.

Sanatorio per gli incerti. Consolatrice degli afflitti da matrimonio. Casa di cura per gli impotenti. Approdo beatifico per i vigorosi. Sfogatoio per i viziosi. Riformatorio per gli incontinenti. Confessionale per i depressi. Ricovero per i nevrotici. Infermeria per i venerei infermi vergognosi.

Quante sono le categorie dei maschi da proteggere, da sopportare, da lenire, da rincuorare, da rasserenare, da allietare, da distrarre, da rianimare?

Se c’è errore, quale è l’errore? Di chi è l’errore?

Ed il giudizio della gente?  Ma quale gente? Le madri fingevano di non sapere sperando solo che il galletto non si ammalasse. Le mogli sopportavano o forse ignoravano e, comunque, se sospettavano pensavano che fosse  meglio la “signora” che  un amante stabile! I padri o erano complici o comprendevano per antica esperienza. E fra i tavoli dei tanti Caffè di piazza e di via Cencelle non c’era da temere giudizi, tutto era così normale, così scontato.

Gli anni passavano. Il cinema avviluppava la città di pellicole giunte dalla Capitale in bianconero, a colori smaglianti e già in Cinemascope. Cinematografi dappertutto. Traiano, Bernini, Isonzo Cine Star e Arene estive. I Caffè erano quelli  classici del ventennio. Qualcuno in più era riuscito ad infilarsi nelle vie del centro.

Lei sempre sul campo. Dialogava, sempre allegra, sempre con la chioma tumultuosa e nera, con le labbra carnose e rosse, con i suoi sfolgoranti seni. Dialogava, certo, nei tavoli del Caffè, ma anche per il piacere di parlare, di essere tra gli altri. In tranquillità. Senza vendere nulla. Senza chiedere. Senza allettare per adescare. Una sigaretta, un caffè, un alcolico, un sorriso,  una cattiveria sussurrata, un raccontino piccante, un segreto scabroso svelato, una storiella indecente ma tanto comica,  una considerazione sulla vita vissuta, un ricordo, un sospiro intenso, una intensa tirata di fumo, una pausa di tristezza. Il volto che si cristallizza in una smorfia,  una piega amara che si imprime laddove era apparso  il sorriso,un silenzio troppo lungo, imbarazzante per il tono allegro dell’inizio di serata. Ancora un alcolico per porre fine alla serata. L’ invito rivolto in modo svogliato, per una automatica abitudine. Il rifiuto.  Il saluto finale.

Ogni luogo ha la sua “Boccadirosa”. Ogni luogo ha da raccontare la sua storia.

 Questa è la nostra storia.

CARLO ALBERTO FALZETTI