Nel tempo del virus. Cosa insegna la Lombardia

di NICOLA R. PORRO

Scrivo queste considerazioni la mattina del 29 maggio, due giorni dopo l’allarme suscitato da un’imprevista ripresa dei contagi e dei decessi. Due terzi dei nuovi casi e la metà dei decessi si sono verificati ancora una volta in Lombardia: al 28 maggio l’Italia denunciava dall’inizio “ufficiale” dell’epidemia 231.732 “casi totali” di contagio e 33.142 decessi. La Lombardia, dove risiede il 16.7% degli italiani, con 88.183 contagi rappresentava il 38.1% del totale nazionale e, con i 15.974 casi, addirittura il 48.2% dei decessi.

Si può abbozzare una comparazione con il Lazio, l’altra grande regione che ospita una città metropoli (Roma ha circa il doppio della popolazione di Milano) e la cui popolazione costituisce quasi un decimo di quella nazionale (9.7%). Il Lazio faceva registrare alla stessa data 7693 casi totali (3.3% del totale nazionale) e 708 decessi (il 2.1 % del totale nazionale). Considerando che la popolazione lombarda è 1.7 volte maggiore di quella laziale, i contagi in Lombardia sono stati quasi sette volte quelli del Lazio e i decessi addirittura quattordici volte tanti. 

Scomputando i dati epidemiologici lombardi dal totale nazionale, il caso italiano potrebbe essere classificato di intensità media, meno drammatico rispetto a quello britannico, spagnolo, francese e vicino ai valori registrati in Germania. Con un tasso di mortalità superiore al 18%, la Lombardia risulta tuttavia la macro-area territoriale più colpita al mondo fuori dagli Usa. Quasi sei punti percentuali sopra Parigi e l’Ile de France, cinque sopra Madrid, le altre aree d’Europa più martoriate. Ce n’è abbastanza per interrogarsi sulle ragioni di questa anomalia, che associa vastità del contagio e letalità, facendo dell’Italia alla fine di maggio il terzo Paese al mondo per numero di vittime pur essendo il sesto per numero di contagi. 

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Vanno doverosamente ricordate alcune importanti specificità di un territorio collocato al crocevia delle principali direttrici di traffico europee e che, se fosse uno Stato indipendente, sarebbe per popolazione fra i primi dieci della UE e vanterebbe un PIL paragonabile a quello della Svezia. La Lombardia è uno snodo nevralgico di traffici e comunicazioni, un’area densamente popolata e con un’elevata percentuale di popolazione anziana. È anche una regione ricca, con livelli occupazionali assai più elevati del resto d’Italia. La combinazione di questi fattori aiuta in parte a capire la mattanza di anziani nelle residenze sanitarie assistite. In famiglie dove lavorano tutti è più difficile prendersi cura degli anziani e più frequente il ricorso a strutture specializzate che l’epidemia ha trasformato facilmente in focolai di infezione con le tragiche conseguenze cui si è assistito soprattutto nelle province di Bergamo e Brescia. Qui il virus ha letteralmente decimato intere classi di età: quelle che avevano ricostruito l’economia lombarda nel secondo dopoguerra e dato uno straordinario contributo al boom economico nazionale degli anni Sessanta. 

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Il caso lombardo non può tuttavia essere derubricato a semplice variante della casistica nazionale, come dimostra il ben diverso andamento che l’epidemia ha conosciuto nelle regioni limitrofe, quasi tutte rette da amministrazioni dello stesso colore politico. Per non far torto al comune buon senso occorre allora risalire ai tratti specifici, e assai politicamente sensibili, del caso lombardo. In esso convergono due distinti ordini di questioni. Il primo rinvia a quel rapporto fra Stato centrale e poteri regionali che dal 2001 regola il sistema sanitario italiano e di cui l’epidemia ha rivelato tutta la vulnerabilità e la criticità. Il secondo concerne gli effetti di una strategia di ampio respiro mirante a fare specificamente della Lombardia il laboratorio di una mutazione genetica di ispirazione liberista dell’intero sistema di welfare. 

Quanto al primo punto, la crisi ha ampiamente dimostrato la necessità di disporre, nelle situazioni di emergenza, di una sola linea di comando, di una centralizzazione delle decisioni e di una rigorosa attribuzione di competenze e responsabilità. Invece abbiamo avuto la guerriglia dei tamponi, la frammentazione delle competenze, la battaglia dei galli fra Presidenti, illegittimamente ribattezzati “governatori” (l’Italia non è uno Stato federale e la Lombardia o il Veneto non sono l’Ohio o il Wisconsin).  Di qui l’esigenza di avviare presto una riflessione coraggiosa sull’ordinamento statuale e sulle relazioni centro-periferia.

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Qui ci occupiamo invece di aspetti squisitamente politici, sebbene non riducibili al giudizio su qualità e capacità dei leader locali. Questa volta non si tratta infatti di malaffare o di incapacità, di cui si occuperà eventualmente la magistratura riguardando i comportamenti di singoli amministratori. Quella che si vuole ricordare è invece come la Lombardia abbia rappresentato, fra il 1995 e il 2020, il laboratorio di un’offensiva liberista che ha un solo precedente nell’Europa postbellica: quella condotta in Gran Bretagna dalla Thatcher fra il 1979 e il 1990. In un decennio fu demolito il welfare britannico, il più antico d’Europa, e liquidato un sistema sanitario pubblico giudicato oggi fra i peggiori del continente, come ha confermato in queste settimane una gestione dell’epidemia del tutto simile a quella lombarda.La regione più sviluppata d’Italia è stata il bersaglio di una precisa strategia, nutrita di umori liberisti, sostenuta da corposi interessi economici e orientata a indurre una specie di mutazione genetica del sistema di welfare. Architetti ed esecutori di questa strategia ne sono perfettamente consapevoli, come dimostra il panico suscitato dall’istituzione di una commissione d’inchiesta regionale e i disperati tentativi di affossarla. 

I più anziani ricordano come la Lombardia sia stata teatro già negli anni Ottanta di una sfida secessionista, quella della Lega di Bossi. Dietro il folclore falso-padano – quando le ampolle e i proclami indipendentisti incendiavano di passione l’adolescente Salvini, non ancora convertitosi alla sovranità della Nazione – gli osservatori più avvertiti non tardarono a subodorare operazioni meno chiassose ma ben più insidiose. Nei diciotto anni della presidenza Formigoni e poi nella stagione di Maroni (2013-2018) avrebbe infatti preso corpo quell’operazione di smantellamento del welfare di prossimità che, ispirandosi alla più angusta ortodossia liberista, porterà in Lombardia a un drastico ridimensionamento della sanità pubblica[1]. 

Il conto di quella sciagurata stagione – lo stesso Formigoni riconosce oggi la sostanza dell’accusa indirizzandola però al suo successore Maroni – è stato brutalmente presentato ai lombardi nel marzo di quest’anno: quando si è scoperto quanti posti letto e quante postazioni di terapia intensiva mancavano all’appello dell’emergenza. 

È ispirandosi al modello lombardo – privatizzazione del diritto alla salute, massicci investimenti nelle strutture di eccellenza, brutale contrazione delle risorse pubbliche – che i governi nazionali di centrodestra, da Berlusconi in poi, avvieranno fra il 2009 e il 2017 un tentativo di progressiva metamorfosi del sistema sanitario. La contrazione selettiva delle risorse statali alla sanità, ad esempio, colpiranno assai più le strutture pubbliche di quelle private operanti in regime di convenzione. Negli stessi anni sarà chiuso in Italia il 19% degli ospedali e ridotti del 14% i posti letto. Le cliniche private se la sarebbero cavata con un più sopportabile 9%. L’operazione procederà con successo nel contesto lombardo sino alla fatidica stagione del virus. 

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Sono questi antefatti e questa combinazione di politiche neo-liberiste, interessi di potentati economici e ideologia dello Stato minimo a spiegare in larga misura un dramma sanitario che non è piovuto dal cielo e di cui l’epidemia ha evidenziato quasi teatralmente cause e responsabilità.

Le impressionanti immagini dei camion militari che a Bergamo trasportano le bare solitarie dei vecchi deceduti in strutture sanitarie al collasso non saranno dimenticate facilmente. Alle carenze di organici sanitari costantemente ridimensionati hanno supplito la generosità e il coraggio dei medici e degli infermieri pensionati richiamati al lavoro, la mobilitazione dei corpi militari e un robusto e capillare tessuto di volontariato. 

Se la catastrofe non si è tramutata in un’apocalisse, insomma, lo si deve principalmente a donne e uomini sopravvissuti – è il termine giusto – a venticinque anni di offensiva liberista. Anche a raggio nazionale, d’altronde, l’offensiva contro il welfare di prossimità e la sanità pubblica si è identificata sin dalla metà dei Novanta nella cosiddetta “ideologia lombarda” e in leader e forze politiche saldamente radicati in quel contesto territoriale. 

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Un altro ex presidente, Bruno Tabacci, ha ricostruito con lucida amarezza un’intera parabola storica[2]. Emerge dalla sua testimonianza come per venti anni l’artiglieria mediatica berlusconiana abbia bombardato l’opinione pubblica delegittimando sistematicamente il sistema pubblico e aprendo la strada alla famelica fanteria dei nuovi liberisti.  Ne sarebbe derivato quel “privato sociale” destinato a insediarsi nei gangli nevralgici e più lucrosi del sistema sanitario mentre venivano via via demoliti i presidi territoriali. Lo mostra eloquentemente il confronto fra le due tavole che illustrano la trasformazione dal vecchio sistema delle Usl (1983) a quello delle Asl (2018). In Lombardia l’accorpamento viene attuato in maniera più draconiana che altrove: se nel 1983, ad esempio, le 88 Usl regionali servivano fra un minimo di 2208 residenti e un massimo di 83.328, le Asl nate nel 2018 copriranno da un minimo di 336.339 residenti a un massimo (stratosferico) di 3.454.413.  Quasi una pietra tombale sul sistema di prossimità.

I finanziamenti sottratti alla sanità di prossimità e all’adeguamento dei servizi sono stati dirottati ai “poli di eccellenza”, fiori all’occhiello del modello Lombardia e moltiplicatori di profitti per quel mix pubblico-privato sempre più sbilanciato a favore del secondo. Alcune fra le istituzioni sanitarie lombarde, non solo milanesi, garantiscono prestazioni di eccellenza all’avanguardia in Europa[3]. Performance di eccellenza in strutture di altissima specializzazione e collasso dell’assistenza di base sono due facce di una stessa medaglia.

Ma proprio il depotenziamento dell’assistenza pubblica ha alimentato la miscela esplosiva deflagrata proprio lì, nel territorio di sperimentazione del nuovo miracolo italiano annunciato a suo tempo dalle fanfare di Arcore[4].

Riassumendo: se compariamo i dati dell’epidemia a scala globale balza agli occhi come siano stati colpiti soprattutto Stati marcatamente federalisti (Usa, Belgio) – o caratterizzati da un ruolo preminente dei poteri locali in ambito sanitario, come Italia e Spagna – e Stati governati da élite politiche di marcata ispirazione neoliberista (gli Usa di Trump e la Gran Bretagna di Johnson). In un caso, il maggiore fattore di criticità va individuato nell’assenza di una linea di comando centralizzata. Nell’altro, negli effetti di politiche che hanno depotenziato il sistema sanitario pubblico. Il caso lombardo associa in maniera esemplare entrambi gli aspetti. Lo smantellamento dell’offerta sanitaria ha rappresentato il caposaldo di un’offensiva di lungo periodo, favorita da un’interpretazione talmente estensiva della delega conferita nel 2001 alle Regioni in materia sanitaria da provocare la reazione di un ex Presidente della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli, intervenuto a ricordare quanto impropri siano i poteri di cui le Regioni si sono progressivamente appropriate sino a rivendicare quella sciagurata “autonomia differenziata” che dividerebbe drammaticamente il Paese[5]. 

Il dramma sociale in atto ci offre allora l’opportunità di ripensare tanto il patto istituzionale fra centro e periferia quanto la struttura del sistema sanitario, liberandoli entrambi da eredità nefaste. Serve la stessa lungimiranza che già nel lontano 1981 ispirò la profezia di un leader politico preoccupato che l’assalto della politica alla sanità pubblica generasse un pervertimento dello stesso progetto regionalistico. Non era un nostalgico del centralismo autoritario: si chiamava Enrico Berlinguer.

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NICOLA R. PORRO

[1]Lo stesso Formigoni sarà alla fine travolto da una vicenda giudiziaria che interessava il prestigioso Istituto San Raffaele (caso Maugeri e Daccò).
[2]”La sanità con la Dc era pubblica, ha cambiato volto con Formigoni. La Regione ammetta gli errori”, intervista di Concetto Vecchio a B. Tabacci, Repubblicadel 20 aprile 2010.
[3]È esemplare al riguardo come alla fine di maggio, mentre serpeggiava l’allarme per un ritorno di fiamma dei contagi e autorevoli ricercatori contestavano i dati ufficiali giudicandoli significativamente sottostimati, un’équipe chirurgica realizzasse al Policlinico di Milano, per la prima volta in Europa, un trapianto di entrambi i polmoni a beneficio di un giovane colpito in maniera severissima dal virus. 
[4]Noticina biografica:ho troppo sangue lombardo nelle vene per temere l’accusa con cui la trimurti Belpietro-Feltri-Sallusti cerca di contrabbandare per meschina invidia sociale e risentimento etnico la contestazione di quel sistema regionale.
[5]Cesare Mirabelli, “La clausola di supremazia spetta allo Stato”, Il Messaggero del 12 maggio 2010. Sono riflessioni che discendono dalla natura della salute come bene comune, come l’economia o la difesa: nemmeno nei regimi più marcatamente federalisti è consentito alle autonomie locali di battere moneta o dotarsi di Forze Armate territoriali indipendenti.