Un modo nuovo per valutare le trasformazioni storiche e la diffusione delle pandemie.

di ANTONIO MAFFEI

Da molti anni ho rivolto la mia attenzione alle ricerche archeologiche e alle trasformazioni storiche mettendole, spesso, in relazione a tragici eventi naturali. Un mio studio, di prossima pubblicazione, affronta l’argomento dell’esplosione del vulcano di Santorini, che causò verso il 1550 a.C. la fine della Civiltà Minoica e, nelle nostre zone, il passaggio dall’Età del Bronzo Antico all’Età del Bronzo Medio e la formazione della così detta cultura Appenninica.

Non sono stato sorpreso, di conseguenza, dalla notizia apparsa su internet dei risultati sorprendenti emersi dalle recentissime ricerche effettuate dalla Società di Medicina Ambientale e dalle Università di Bologna e Bari, che hanno analizzato il profondo legame esistente tra le polveri sottili PM2,5 e PM10 e la diffusione del coronavirus.

Le polveri sottili, come è noto, sono dei corpuscoli inquinanti diffusi nell’aria che respiriamo, e sono di natura organica o inorganica e possono essere presenti allo stato solido o liquido. Le polveri sottili sono capaci di attirare sulla loro superficie diverse sostanze con proprietà tossiche quali  nitrati, solfati, metalli e altri composti volatili tipo i virus, e più queste particelle sono piccole maggiormente hanno la capacità di penetrare nell’apparato respiratorio.

La presenza di polveri sottili nell’aria e la diffusione del coronavirus hanno un legame. Ad affermarlo è un position paper pubblicato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e dalle università di Bologna e di Bari (da Andrea Barolini, Ambiente 20.03.2020 internet).

 “ELEMENTI DI CONOSCENZA SCIENTIFICA

Riguardo agli studi sulla diffusione dei virus nella popolazione vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (es. PM10 e PM2,5).

È noto che il particolato atmosferico funziona da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze.

Il particolato atmosferico, oltre ad essere un carrier, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni. Il tasso di inattivazione dei virus nel particolato atmosferico dipende dalle condizioni ambientali: mentre un aumento delle temperature e di radiazione solare influisce positivamente sulla velocità di inattivazione del virus, un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso diffusione del virus cioè di virulenza.

Nel caso di precedenti casi di contagi virali, le ricerche scientifiche hanno evidenziato alcune caratteristiche della diffusione dei virus in relazione alle concentrazioni di particolato atmosferico. Di seguito alcuni risultati e conclusioni:

– (2010) l’influenza aviaria può essere veicolata per lunghe distanze attraverso tempeste asiatiche di polveri che trasportano il virus. I ricercatori hanno dimostrato che vi è una correlazione di tipo esponenziale tra le quantità di casi di infezione (Overall Cumulative Relative Risk RR) e le concentrazioni di PM10 e PM2.5 (μg m-3)”, (da SIMA Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione, internet).

Per tali motivi viene sempre più avvalorata l’ipotesi che in Lombardia il notevole inquinamento atmosferico abbia contribuito, in modo determinante, alla diffusione del Coronavirus.

Nelle mie ricerche sulle trasformazioni storiche avevo già ipotizzato che la diffusione della peste nera, del colera, della spagnola fosse da collegare al trasporto del virus nell’atmosfera per lunghissime distanze, e in particolare avevo già collegato le pandemie alle grandi e disastrose esplosioni vulcaniche, che provocano tra l’altro estesi fenomeni climatici.

Tali fenomeni avvengono frequentemente in seguito a violente attività vulcaniche, specialmente dopo eruzioni esplosive che immettono nella stratosfera un areosol contenente notevole quantità di pulviscolo e di gas, che forma uno strato, uno schermo, riflettente gran parte dei raggi solari in direzione opposta alla terra, con il conseguente raffreddamento della troposfera provocando gravi alterazioni dei processi climatici.

Le polveri sottili provenienti da eruzioni vulcaniche di bassa intensità interessano solamente l’emisfero in cui è avvenuto il fenomeno, ma se l’eruzione è più violenta o esplosiva la nube che si forma interessa la stratosfera di tutto il mondo permanendo nell’aria per molto tempo, spesso per anni, influenzando di conseguenza il clima e la temperatura media per un lungo periodo.

Per avere un’idea di questi eventi straordinari estremi è necessario riportare alla memoria la famosa esplosione del vulcano Tambora che ebbe luogo nell’aprile  1815, della quale si conserva una notevole documentazione.

L’esplosione del vulcano Tambora è richiamato alla memoria per “L’anno senza estate”, noto anche come l’anno della povertà perché si moriva di freddo e di fame nei paesi di lingua inglese, anno durante il quale le gravi anomalie al clima estivo distrussero i raccolti nell’Europa settentrionale, negli stati americani del nord-est e nel Canada orientale. Lo storico John D. Post lo ha battezzato “l’ultima grande crisi di sopravvivenza nel mondo occidentale”.

L’esplosione del Tambora inquinò mari, laghi e fiumi, e scatenò la peggiore epidemia di colera della storia. L’eruzione del 1815 causò infatti anche, direttamente e indirettamente, delle gravi malattia come l’epidemia di colera che dall’Indonesia con i rapporti commerciali, si pensava, si diffuse rapidamente in tutto il mondo provocando centinaia di migliaia di morti. Le ceneri del vulcano Tambora disperse nell’atmosfera di tutto il mondo, sono stati responsabili anche di gravi carestie.

La prima pandemia di colera, che dall’India si estese a tutta l’Asia meridionale, al Medio Oriente e poi al Mar Caspio e di lì alle coste del Mar Baltico, arrivò in America, nel Mediterraneo e del nord Europa. Era, e lo è tuttora, opinione comune che il virus cammina con “le nostre gambe” e con i traffici commerciali marini arrivò in tutti i porti del mondo.

Gli studi effettuati in questi mesi dalla Società di Medicina Ambientale e dalle Università di Bologna e Bari, portano ad altre conclusioni. Pur restando veritiera la considerazione che la diffusione della pandemia del colera sia avvenuta anche attraverso i traffici commerciali, la responsabilità maggiore è da attribuire alle polveri sottili prodotte dall’’esplosione del vulcano Tambora che si sono diffuse in tutto il mondo.

Successivamente la pandemia della spagnola ha ucciso oltre 60 milioni di persone (più dei morti della Grande Guerra), contagiandone più di 500 milioni, in tre fasi: primavera 1918, autunno 1918 e inizio 1919. Il virus influenzale si diffuse sino a tutto il 1920. Anche se il termine globalizzazione era ancora semi-sconosciuto, il virus si estese in tutto il mondo.

Successivamente all’aver devastato Europa e Stati Uniti, raggiunse zone sperdute come l’Alaska e le isole del Pacifico. I più colpiti, diversamente dalla pandemia attuale, furono i giovani e gli adulti.

Anche la diffusione della pandemia della spagnola deve essere messa in relazione a una grande esplosione vulcanica. Il vulcano Katla ubicato in Islanda, dormiente, si svegliò il 12 ottobre 1918 e continuò a scoppiare per 24 giorni interi. Era estremamente potente e ha riversato tonnellate di lava vulcanica, cenere e altri detriti nell’area circostante, e una enorme nube di polveri sottili che elevandosi negli strati più alti dell’atmosfera si diffuse in tutto il mondo.

Non è certo un caso che l’attuale pandemia di Coronavirus, o forse meglio di Covid 19, si sia diffusa in concomitanza con l’esplosione del vulcano Taal delle Filippine avvenuta il 15 gennaio 2020. Le prime avvisaglie sono state avvertite lo scorso anno, ma l’ escalation è avvenuta nel mese di gennaio 2020 Il vulcano Taal non è molto grande, ma è considerato tra i più pericolosi al mondo.

Settantacinque scosse di terremoto in nemmeno due giorni, 32 delle quali di grado superiore al secondo della scala Richter. E una nuvola di cenere che ha oscurato il cielo prima di depositarsi in parte sull’isola di Luson e di diffondersi nell’atmosfera di tutto il mondo. La prima delle emissioni nocive dovute alle esplosioni verificatesi nel vulcano Taal è avvenuta il 12 gennaio e ha ucciso tutti gli animali e le piante della zona. A dare la notizia è stato il National Disaster Risk Reduction and Management Council.

L’attuale pandemia per arrivare anche nell’isola di Pasqua, isolata al centro dell’oceano Pacifico, può essere stata trasportata solamente dalle correnti aeree stratosferiche contenenti le polveri sottili emesse dal vulcano Taal.

Di fronte a tali evidenze non è concepibile che ancora molti clinici illustri continuino a sostenere che il virus cammina esclusivamente con “le nostre gambe”.

Le gravi insufficienze sanitarie che hanno portato alla malattia e alla morte di migliaia di persone, specialmente nelle Case di Riposo, dovrebbero far riflettere perché dovute alla scarsa conoscenza, diciamo anche ignoranza, delle regole basilari da seguire durante una pandemia.

Non basta percorrere solamente quella che si ritiene una buona strada. E’ necessario seguire negli studi epidemiologici anche gli stradelli, che  si possono rivelare nella pratica come la strada maestra.

Nelle ricerche sui fenomeni e gli elementi molto piccoli, o addirittura microscopici, non si considerano più le vecchie concezioni di chimica, fisica o biologia, ma si devono tenere in debita considerazione le ultime scoperte scientifiche, tipo le nuove teorie del ”Caos” e della meccanica quantistica.

ANTONIO MAFFEI