PANEGIRICO DEL TAPPETTO – Lettura riservata esclusivamente a maschi ultrasessantenni competenti di ciclismo

di ETTORE FALZETTI ♦

Allorché un mio sodale romano, vedendoli, esecrabilmente li appellò birrini, precisai con fermezza: tappetti, sono tappetti.

Essi infatti per consistenza e dignità ontologica vantavano provenienze molteplici, non  certo unicamente cervogesche, avendo costituito  pluricromatico cappello a contenenti  multiformi il cui bollicinante contenuto salvaguardavano a ristoro e sollazzo dell’utente. Avevano strenuamente compresso e conservato l’effervescenza succulenta di aranciate, chinotti, gazose, spume, acque minerali, rabarbari, cole e birre. Anche birre, anche.

Quando poi tramite cessione di moneta tintinnante l’assetato ne esigeva la destituzione dalla funzione afferente la sfera dell’utile, essi inconsapevoli trasfiguravano l’essenza loro entrando nella dimensione aerea  e non meno meritoria del ludus. Ma il passaggio dall’immanenza alla trascendenza esigeva delicatezza di tocco e perito uso dello stappabottiglie senza i quali il dorso del tappo si straziava in un angolo di 45 gradi destinandosi così all’ Erebo dei fondi di caffè, da cui mani pietose – le mie e quelle di alcuni eletti- li estraevano tentando improbabile riabilitazione.

Quelli che invece il dorso conservavano diritto o appena lievemente concavo erano accolti a nuova e gloriosa vita entrando a far parte della scuderia di un Franco, un Giancarlo, un Massimo o -se fortunatissimi- di un Ettore.

Ed eccoli ai nastri di partenza i campioni Egeria, Neri, Recoaro, San Pellegrino, Moretti, Peroni, Dreher, Appia, degne controfigure di Coppi, Bartali, Bobet, Magni, Koblet, Nencini,Kübler, Van Steenbergen per i fratelli maggiori, di Gaul, Anquetil, Baldini, Bahamontes, Poblet, Van Looy, Darrigade, Defilippis per i minori. Fra i quali io.

Solevano i maggiori, per la vacuità postbellica delle strade, di rado percorse da mobili a motore, ben più da proletarifere biciclette, da carrozze  a onniscacazzanti cavalli e financo da tricicli da gelataio in un paesaggio che la memoria pretenderebbe in bianco e nero ché così lo figurano i cinemaestri, solevano appunto i maggiori far gareggiare i Coppi e i Bartali su un percorso tutt’ affatto rettilineo e piano o in pendenza lieve, lievissima, quasi trascurabile che un geometra dotato di occhiuto senso del reale avrebbe senz’altro riconosciuto come il bordo del marciapiè di via Buonarroti, e neppure di tutta, ma di un isolato.

Erano i maggiori- e duole il dirlo-  negligenti ogni purità mimetica in forza di una loro (loro!) puberale competizione che striminziva campioni di gloria onusti in un giro d’Italia che poteva essere al più una ripetizione continua di una tappa Bologna-Imola, corta, cortissima e senza Pordoi o Stelvio o almeno Terminillo. Si smarriva sicché la trasposizione fantastica dei garretti dell’ Airone espandendosi per converso crudamente il valore  (o disvalore) del puro meccanico gesto –più o meno abile- dello scoccare del dito medio, vinta la resistenza del pollice, a colpire la corona del tappo in modo che esso scivolasse lontano, ma sia chiaro entro i confini del bordo. Un gesto che, come è universalmente noto, ha la denominazione di “zecca”.

Fin qui i maggiori, la generazione della guerra e della strada, di Rossellini, De Sica e biciclette spossessate, della radio e dello zucchero d’orzo. Poi il tappetto abbandona le vie, infestate ormai da Seicento e lambrette colla loro potenza schiacciatrice e si rifugia nei cortili, sui terrazzi e – laddove e madri e nonne e spazi consentano- nelle camere infrequentate o sui pianerottoli delle case. E’ l’alba della rivoluzione.

Tappetti 2.0 richiedeva, qualora la superficie ludica lo reclamasse e non ostante la volontà del proprietario della medesima, un locupletante supporto tecnologico, una stecca di solfato di calcio assai in uso a quel tempo in pratiche assai meno avvincenti nella prima metà del giorno. Essa  stecca, che i più appellano gessetto, se sapientemente adoprata disegnava circuiti riccamente compositi con armoniosa alternanza di curve e rettilinei e, nel caso felice di disporre ad esempio di una rampa d’accesso a un garage, i tornanti dello Stelvio, del Gavia e –in presagente prospettiva europeistica – dell’izoard e del Galibier ad maiorem gloriam, se non di Magni e di Bobet, di Anquetil e Gaul almanco.

Ma non solo di percorsi nuovi la rivoluzione fulgidamente si ammantava, trattandosi ça va sans dire di una rivoluzione eminentemente morale  avente, secondo lezione manzoniana, l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo. Ora, essendo utile e interessante impliciti nella categoria del ludus, era sull’attenzione al vero che doveva concentrarsi lo Streben neuronico del moderno Prometeo. Quale senso poteva mai risiedere nel percorrere tornanti così mirabilmente ingegnati da parte di corridori tutti con identica pancia sugherina? La maglia necessitava e il numero! Tracciati dischetti su carta da quaderno (meglio a righe per il più diffuso biancore), essi venivano colorati col verde della Legnano, il biancoceleste della Bianchi, il biancorosso della Faema, il rossobiancoblu della St Raphaël, quindi venivano ritagliati non senza che prima fosse apposto –giusto al centro del dischetto- il numero quando non addirittura il nome istesso del corridore. In fine, con ferma pressione digitale, eran fatti aderire al sughero dal quale nessun capriolante accidente li avrebbe separati.

Così, in un tripudio di colori, nel trionfo della verisimiglianza, il giro d’ Italia poteva iniziare con conforto di radiocronaca a beneficio di gatti e lucertole circostanti scarsamente educati invero alla cultura sportiva.

Non occorreva più per questi eventi epocali la pletora di ragazzini in competizione; anzi sarebbe stata essa dannosa giacché per molcere l’ipertrofia dell’io sarebbero stati alcuni capaci di far vincere una tappa di montagna a un velocista qualora toccasse a loro manovrarne la dinamica. No, la competizione non aveva da essere fra gli zeccatori sibbene fra i tappocorridori: meglio dunque essere soli a far procedere la poderosa macchina del giro. Soli, e deontologicamente corretti: ai capitani erano assegnati i tappi dal dorso più liscio per maggior scorrevolezza in modo che sperabilmente alla fine fosse uno di loro a trionfare (e se poi vinceva un gregario, pace; infine anche nella vita poteva accadere).

Per la cronaca il tappetto Zilioli vinse un mio giro d’Italia, cosa che allo Zilioli ciclista non capitò mai, e sì che lo avrebbe più volte meritato. Innumerevoli e imperscrutabili sono le vie attraverso cui la giustizia si manifesta nel mondo..

ETTORE FALZETTI