Il testamento biologico

di ENRICO IENGO 

Dovrebbe iniziare in questi giorni in Parlamento la discussione sul cosiddetto testamento biologico (D.A.T.: Disposizioni anticipate di trattamento). La proposta prevede che il cittadino decida se essere sottoposto o meno a trattamenti sanitari futuri nel caso non potesse disporre della capacità di intendere e volere a causa della malattia. Il soggetto potrà nominare un fiduciario che faccia da garante con i medici, i quali potranno opporsi alla sospensione delle terapie solo se esistano concrete possibilità di trarre vantaggi per il paziente, tramite evidenze scientifiche certe.

Ma cosa è accaduto fino ad oggi?

 Nel 2005 Il Gruppo Italiano per la Valutazione in Terapia intensiva fece una ricerca, rimasta famosa, che dimostrò come su 3200 pazienti terminali, ricoverati in oltre 100 reparti di rianimazione, nel 62% dei casi i medici, in perfetta solitudine o dopo aver sentito i familiari, decidevano di interrompere terapie che avevano il solo scopo di prolungare un’agonia senza speranza. Comportamenti analoghi avvengono tutti i giorni nel chiuso delle case e in altri luoghi di cura.

Come si puo’ immaginare queste decisioni ai margini della legalità, si prendono nell’angosciosa solitudine dei medici e dei familiari, ai quali vengono demandate scelte moralmente difficili con conseguenti sensi di colpa che si trascinano per intere esistenze segnate dal ricordo della perdita del caro.

Poi escono i casi di Coscioni, di Welby e di Englaro, che hanno il coraggio di denunciare il clima di ipocrisia che ammorba la società italiana e, scegliendo di non risolvere i loro drammi nel chiuso della famiglia, mettono sotto la luce dei riflettori le loro odissee, ne fanno una battaglia di libertà e di civiltà e scatenano una guerra ideologica.

E’ noto a tutti che le tecnologie mediche riescono a procrastinare la morte senza garantire una vita vera o dignitosa: nello stato vegetativo persistente non ci sono emozioni, né sentimenti, né sensazioni, né relazioni, in altri termini non c’è coscienza; nello stato terminale c’è una sofferenza senza speranza e il dolore senza speranza toglie ogni dignità alla vita di un individuo.

E quindi, come si è detto, in questi anni si è continuato a comportarsi come detta la coscienza individuale dei medici e dei familiari, senza tener conto delle indicazioni della persona malata.

A tutt’oggi infatti la legge stabilisce che le D.A.T. non sono vincolanti per il medico e che la nutrizione e idratazione artificiali sono sempre obbligatori.   A questo proposito si è combattuta negli scorsi anni e si combatterà una battaglia ideologica da parte di gran parte del centro destra sulla idratazione e nutrizione artificiali, considerati non trattamenti sanitari, ma “il cibo e l’acqua”(!) che solo una legge disumana può negare al paziente terminale. Chi afferma ciò nega qualsiasi evidenza scientifica.

Oggi è in discussione non solo la libertà di decidere del proprio corpo e della propria vita, è in discussione il modo di affrontare laicamente i temi eticamente sensibili che riguardano i diritti dei cittadini.

Come si sa l’art. 32 della Costituzione sancisce la libertà delle persone nella scelta se accettare o meno le cure mediche.

Si tratta di un problema di libertà individuale che non può non essere garantito dalla Costituzione, quello cioè di affermare che non possono essere imposte obbligatoriamente ai cittadini pratiche sanitarie”. (dalla dichiarazione dell’on. ALDO MORO, tratta dalla seduta del 18 Gennaio 1947, Commissione per la Costituzione, Assemblea Costituente).

ENRICO IENGO