IL RIMEDIO – 1. Sizara

di FEDERICO DE FAZI

Cavallo e cavaliere si avvicinarono alle mura cittadine con calma. Ormai il sole era tramontato da un pezzo ed era improbabile che le guardie gli avrebbero aperto, anche se il cavaliere aveva un lasciapassare sigillato e firmato dal Primo maestro dell’Ordine del Gran Calice azzurro in persona.

Di recente Sizara e i contadi circostanti erano stati minacciati da una banda di briganti di origine betena estremamente aggressivi e astuti. Era certo quindi che i guardiani di quella città così vicina al confine beteno fossero divenuti più che mai intransigenti.

Se le guardie non gli avessero aperto i cancelli nonostante il lasciapassare, il cavaliere avrebbe cercato riparo in una stazione di posta nelle vicinanze. Se non avesse trovato una stazione di posta, avrebbe costruito un rifugio nei pressi di uno degli alberi ormai resi scheletrici dall’autunno.

Un’aria umida e fredda iniziava a scendere sul terreno. Il cavaliere calò ancora di più il cappuccio della pellegrina sulla fronte e si strinse nel corto tabarro di lana vegetale, unico indizio nel suo vestiario che dava ad intendere la sua appartenenza alle terre meridionali di Surransia, dove era d’uso coltivare questa pianta dalle particolari proprietà.

Un brivido lo percosse come una bastonata. Non era abituato al freddo di quelle terre del Nordest, ma aveva imparato ad ignorare quell’orrida sensazione di gelo mordente.

Si guardò intorno, alla ricerca di un luogo dove avrebbe potuto costruirsi un buon riparo. A parte che per il freddo, l’idea di dormire all’aperto, con il rischio di incontrare qualche animale affamato, uno spettro o un brigante, non lo preoccupava.

Non aveva molto potere in quella terra lontana, ma ne aveva abbastanza per potersi difendere e per stare all’erta. Glielo dimostrava il fatto che, mentre l’umidità scendeva minacciosa, avvolgendo tutto con una cappa grigia, avvertiva già i sogni discesi dall’Empireo alla ricerca di qualcuno a cui raccontare le loro storie. E questo, come gli suggeriva l’esperienza, era segno che poteva ancora fare uso di una buona dose della sua magia.

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Quando giunse alle mura, la cappa di umidità era definitivamente discesa e dominava solo l’oscurità di un cielo velato e senza luna. Grandi bracieri erano comunque accesi ad illuminare la porta principale.

<<Chi va là?>>. Gridò una guardia da una delle due torri quadrate che sorreggevano un gigantesco portone di legno borchiato.

Il cavallo, un robusto morello con una balzana bianca sulla zampa sinistra, ebbe un fremito nervoso. Era per via dei due balestrieri che li tenevano sotto tiro.

Il cavaliere deglutì e, cercando di sfruttare al massimo la poca voce che gli era rimasta dopo la lunga cavalcata in quella terra fredda e umida, disse: <<Sono Samaele Lontrastuta da Antilla, delle terre di Surransia. Ho un lasciapassare del Primo maestro dell’Ordine Azzurro di Sizara, Joanni Palavici>>.

<<Ci sono già troppi Surransi da queste parti, cavaliere>> disse la guardia.

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disegno di LORENZO MEUTI

 

Samaele stava per girare i tacchi e andarsene, quando una porticina di  lato si aprì e ne uscì un uomo vestito con un gambesone imbottito e una cuffia dello stesso materiale. Teneva in mano una grossa torcia.

<<Non fare scherzi, surranso, o i miei uomini ti ridurranno a un puntaspilli>>.

Samaele guardò il bagliore della torcia. Per un attimo rimase incantato dal suo calore e fu trasportato dall’indicibile desiderio di sdraiarsi al chiuso, riscaldato da una fiamma che gli togliesse l’umidità dalle ossa.

<<Allora? Hai il tuo lasciapassare o no?>>.

Samaele si scosse dal suo torpore e porse all’uomo un cilindro di legno finemente istoriato con motivi floreali.

<<Aprilo tu>> disse la guardia, arretrando istintivamente.

Con un movimento lento Samaele tolse il tappo di legno,  assicurato al corpo del cilindro con una catenella, e vi estrasse un rotolo di cartapecora da cui pendevano due sigilli di stagno fissati a uno spago e uno di bronzo fissato a una catenella dello stesso metallo.

La guardia fece finta di leggere la cartapecora, osservò con attenzione i sigilli in ceralacca posti davanti alle firme in calce e poi quelli metallici che pendevano dalla pergamena. Quando alzò gli occhi verso il cavaliere ebbe un sussulto.

<<Qualcosa non va, buonuomo?>> disse Samaele, che incominciava realmente a desiderare un luogo caldo dove riposarsi e, perché no, un bagno e un pasto come si dovevano. In quel momento il suo intento di dormire all’agghiaccio si dissolse del tutto e si sentì pronto a condizionare la mente della sentinella pur di convincerlo a farlo entrare.

<<I… il vostro cavallo…>> disse la guardia, la quale doveva essersi finalmente accorta che il cavallo aveva gli occhi caprini, un accenno di barba e i canini sporgenti.

<<È innocuo, mastro milite. Vi do la mia parola d’onore>>.

La guardia fece un ulteriore passo indietro, accorgendosi che lungo il manto marezzato del cavallo, a seconda dell’inclinazione della luce, sembravano apparire strani glifi dall’aspetto sorprendentemente minaccioso.

<<Se non sono sufficienti le mie parole>> lo incalzò Samaele, cercando di tenere a bada il nervosismo dell’animale con lievi carezze lungo il collo, <<Vi bastino quelle dei Consoli e del Primo maestro, le quali, se avete letto la pergamena, assicurano che le mie intenzioni sono del tutto benevole nei confronti di Sizara, dei suoi abitanti e dei terreni che la circondano>>.

La guardia guardò di nuovo la pergamena.

<<Il penultimo paragrafo, mastro milite>> disse Samaele, capendo benissimo che l’armigero probabilmente non sapeva leggere, o che almeno aveva difficoltà a comprendere i caratteri in minuscola ruggeriana con i quali era scritta la missiva.

La guardia guardò di nuovo i sigilli e poi guardò Samaele. Finalmente disse: <<Va bene, potete passare, ma dovete scendere da cavallo e farvi perquisire>>.

<<Nessun problema>> rispose Samaele, smontando da sella.

Il fatto che la guardia fosse passata dal “Tu” al “Voi”, il cavaliere lo attribuì all’autorità che conferivano i sigilli della sua missiva, ma non poté non pensare alla possibilità che fosse stato anche merito dell’aspetto del suo singolare cavallo.

Trovò comunque inutile indagare sulla cosa e seguì la guardia nella porta che si apriva sul lato del portone.

Una volta dentro, altri due armigeri raggiunsero la guardia per aiutarla nella perquisizione.

Samaele aprì il mantello in modo che la sentinella potesse vedere cos’aveva addosso, mentre le due guardie frugavano l’ingombrante carico sul dorso del cavallo.

<<Questa cosa cos’è?>> chiese la guardia, indicando una specie di cilindro appeso alla cintura che stringeva la giornea di Samaele.

<<Una lanterna. Si accende una candela dentro>>.

<<Che strano coltello…>>.

<<La lama è blu perché si è ossidata al contatto con il latice di un fungo dei sepolcri… Ehi, attenzione!>>.

Samaele si girò in seguito a un tonfo. Una delle borse di cuoio appese alla sella del cavallo era stata maldestramente tolta ed era caduta a terra. Le guardie si erano fatte indietro come per paura che esplodesse.

<<C’è roba fragile lì dentro!>>.

Samaele si precipitò a controllare la sacca. La aprì e frugò con la mano, ma era tutto al suo posto, anche perché si era premurato di disporre tutto in modo da resistere agli urti.

<<Ma che roba è?>> chiese una delle guardie.

Samaele alzò gli occhi e vide che l’armigero aveva in mano una specie di disco di vimini del diametro di circa due palmi e mezzo. Il disco era bombato al centro, dove aveva un’imbottitura con degli alamari nel lato concavo.

<<Che strano scudo…>>.

<<È un cappello>> disse Samaele, trattenendosi dallo strapparglielo di mano.

La guardia se lo mise in testa, ma il copricapo scivolò giù.

<<Bisogna fissarlo a questo>>. Samaele si tolse il cappuccio e indicò un corto copricapo cilindrico di feltro vegetale imbottito con una cuffia di seta di ragno.

Cominciava a spazientirsi della curiosità inopportuna di quelle guardie, ma non era ancora disposto a rinunciare alla cortesia che si addiceva a un mago del suo ordine.

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<<Per favore, vogliate condurmi dal Primo maestro Palavici o da un vostro superiore, in modo da potergli spiegare…>>.

<<Lontra!>> lo interruppe una voce a lui familiare.

Samaele si girò e vide un giovane uomo sui ventitre anni, dai lunghi capelli biondi legati a coda di cavallo, il cui volto, leggermente butterato dall’acne che doveva averlo colpito in adolescenza, era appena ombreggiato da una rada barba dello stesso colore dei capelli. I vestiti e l’acconciatura erano chiaramente quelli di un giovane mago della Leveransia nordoccidentale, ma la voce, il naso aquilino, il fisico tarchiato e l’andatura che lo faceva sembrare un uccello palmipede, lo rendevano comunque inconfondibile agli occhi di Samaele.

<<Anatra!>> gridò lui di risposta, avvicinandosi al vecchio amico.

I due si abbracciarono e si baciarono sulle guance secondo l’usanza dei popoli del Sud, incuranti del capitano delle guardie, un individuo di taglia mastodontica  che aveva scortato Anatra e probabilmente non comprendeva quel rituale di saluto.

<<Accidenti quanto tempo! Ma ti aspettavamo tra tre giorni>> aggiunse Anatra, che di nome faceva Marzio.

<<Ho evitato soste inutili. Comunque penso che lo zelo di queste guardie mi farà arrivare in orario alla vostra foresteria>>.

Marzio diede un’occhiata rapida al gigantesco capitano delle guardie, il quale si rivolse ai suoi sottoposti latrando nello stretto dialetto del luogo ordini, insulti e forse anche una buona bestemmia. Samaele intervenne quando una delle guardie cercò di riappendere la sacca a una sella.

<<Faccio io>> disse, fissando le cinghie nel giusto ordine.

<<Capitano>> disse Marzio <<Siate così gentile da accompagnare mastro Samaele alla foresteria dell’Ordine, mentre io sbrigo alcune faccende>>.

Il capitano, un uomo alto e rubizzo, che indossava oltre al gambesone anche una piastra pettorale con su incisa l’araldica della città, guardò Marzio con attenzione.

<<Maestro, le strade sono poco sicure a quest’ora, non sarebbe meglio rimandare a domani le vostre faccende?>>.

<<Se le strade sono poco sicure, allora assegnatemi una scorta. Noi ci vediamo alla foresteria, Samaele>>.

I due si salutarono e Samaele, tenendo il cavallo per le briglie, si incamminò dietro al capitano, scortato da altre due guardie.

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In confronto alle grandi città dell’Est come Òssia, Gevena o Sentra, Sizara si sarebbe potuta considerare poco più che un borgo. Le case avevano quasi tutte un primo piano in muratura, ma il secondo era in legno e i tetti erano di paglia. Avvicinandosi al centro, tuttavia, si iniziavano a vedere edifici completamente in muratura, con i tetti di tegole. Alcuni avevano anche le pareti dipinte con motivi più o meno elaborati, che rappresentavano prevalentemente giardini e piante, secondo il costume delle ricche città orientali.

Man mano che i due si avvicinavano al grande fiume navigabile che attraversava la città, Samaele iniziava a sentire l’umido e il freddo aggredirgli le ossa, mentre le case si facevano di nuovo di legno.

<<Perdonate lo zelo dei miei uomini, mastro Samaele. Ignoravano la vostra importanza>> disse il capitano.

<<Perdonate voi l’incomodo, Capitano. Convengo che percorrere queste strade a quest’ora non sia proprio raccomandabile>>.

<<Nessun disturbo, la guarnigione è di strada. Quanto ai ladruncoli che abitano questi vicoli, non oserebbero attaccare un capitano della guarnigione, non temete>>.

<<E riguardo al mio amico? Quali impegni improrogabili lo portano ad aggirarsi per le strade dopo il coprifuoco?>>.

Il piccolo corteo percorse una strada che costeggiava l’argine del fiume, la quale dirigeva verso un grande edificio con due piccole torri in muratura dall’architettura particolarmente elaborata rispetto alle costruzioni circostanti.

<<Negli affari dell’Ordine Azzurro cerco di non immischiarmi troppo. Sono eccellenti guaritori e i loro rimedi mi hanno salvato la pellaccia un paio di volte. Tanto basta>>.

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L’orecchio fine di Samaele avvertì una serie di squittii nella parte più bassa dell’argine del fiume, mentre un senso che non avrebbe potuto definire meglio gli fece presente che c’era qualcuno che lo stava osservando dal vicolo. La cappa di gelida umidità si faceva sempre più pesante, mentre la stanchezza lo invogliava a chiudere gli occhi. Doveva resistere ancora un po’. Presto sarebbe arrivato a destinazione, avrebbe messo il suo cavallo nella stalla, si sarebbe tolto quei vestiti impolverati e avrebbe cacciato via il freddo con un bel bagno caldo.

FEDERICO DE FAZI

L’immagine del titolo è di  Ludovico Serra.