Il paradosso della felicità, ovvero l’autocoscienza di una città.

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Il reddito è la felicità!

Una proposizione vera universalmente?

Lo è certamente per il disoccupato, il giovane in cerca di un lavoro, l’emarginato, il povero, l’immigrato.

Il reddito è la dignità. E’ la differenza fra una vita drammatica e una vita serena. E’ il presupposto fondamentale della vita sociale. Uno Stato che non riesce a garantire reddito a tutti i suoi cittadini tradisce uno dei suoi principi fondativi.

Ma, al di là di questa soglia minimale possiamo ancora considerare vera quella proposizione?

Secondo un comune senso di ragionare, uno Stato che produce di più rispetto ad un altro è economicamente più forte e se questa supremazia conduce anche ad un reddito pro-capite più elevato, si è decisamente propensi a pensare che quello Stato abbia un maggior livello di benessere. La domanda a cui rispondere è, allora, la seguente: quello Stato è anche più felice?

Secondo il modo di pensare del liberismo e, anche, dello Stato benevolente, la domanda è inutile, fuori campo, forse anche risibile.

Eppure, da qualche tempo l’Economia Accademica ha iniziato a pensare che la felicità sia un buon predicato di questo ramo del sapere.

Immaginiamo un uomo correre sopra un tapis roulant. Si affatica, corre, muove le gambe sempre più intensamente. Col passar del tempo il respiro si affatica, i ritmi cardiaci sono frenetici, il sudore copioso. Eppure, non si è mosso di un centimetro; è sempre stato allo stesso punto: più aumentava il passo più aumentava il ritmo del tappeto  rullante in senso opposto.

La legge del tappeto rullante è la drammatica metafora dell’economia capitalista (liberista o social-democratica): l’aumento del reddito a tutti i costi (il Pil come unico obiettivo di uno Stato) porta con sé qualcosa di altro che “rema in senso opposto”vanificando ogni sforzo. Si corre, si incrementa il Pil, si lavora come se ciò fosse l’unico senso dell’esistenza ma al maggior benessere economico si oppone un malessere in termini di infelicità. Come nel tappeto rullante si corre, ci si agita con frenesia ma in realtà si sta fermi. Siamo di fronte ad un gioco “a somma zero”!

Napoli settecentesca:  Antonio Genovesi e Pietro Verri intuiscono che il fine ultimo di uno Stato non è il reddito ma il reddito che si coniuga con la felicità. L’Economia è per costoro la scienza della “pubblica felicità”. Una scoperta antica (si pensi alla eudaimonia di Aristotele) ma che sarà presto sconfitta dall’utilitarismo inglese che invaderà tutto il dominio dell’Economia fino ai nostri giorni.

Il “paradosso della felicità”: i Paesi più ricchi, le persone più ricche non sempre sono le più felici. Certo, la povertà aspira a buon diritto ad un benessere economico ma, quel benessere, una volta raggiunto e superata una certa soglia, non sperimenta, nelle indagini statistiche, una correlazione tra reddito e felicità.

Perché esiste questo “imbarazzante” paradosso così ben espresso dalla metafora di cui sopra (treadmill effect) ?

Primo: una velocità di adattamento al nuovo livello di benessere. Una sorta di effetto edonico  per cui aspiriamo ad un bene desiderandolo oltremodo e quando il livello di benessere aumenta  ad un livello tale da permetterci di possederlo, dopo poco tempo ,il meccanismo psichico di adattamento ci riconduce ad un livello di desiderio antecedente l’acquisto di quel bene.

Secondo: le aspirazioni più elevate il linea con gli aumenti del reddito costringono a spostare sempre più in alto l’asticella della desiderabilità.

Terzo: il benessere percepito è sempre relativo rispetto al benessere del prossimo. Il consumo degli altri (vicini di casa, amici, parenti, concittadini…) contamina, invade, inquina, vanifica, il mio benessere. I beni presentano molto spesso una caratteristica “posizionale”: accanto al valore di scambio esiste un valore d’uso non più meramente soggettivo ma legato al confronto con gli altri.

Adattamento , rivalità e invidia queste le componenti che scatenano il paradosso della infelicità.

Come è possibile arginare questa deriva così presente nelle odierne società capitalistiche?

Forse, concentrare l’attenzione sui fatti di casa nostra favorisce meglio la comprensione.

Si pensi a Civitavecchia (ma si può pensare a tanti altri luoghi). Come si può rappresentare la funzione del benessere economico di questa città? La funzione del benessere è certo data dallo stock di patrimonio (immobiliare e non)  che esiste ad un dato istante. Inoltre, il livello del benessere è dato dall’insieme del reddito prodotto e percepito dalla popolazione. Questi due valori, uno di “fondo” l’altro di “flusso”, individuano la funzione “privata” del benessere della nostra città. A ciò si deve aggiungere il complesso dei beni pubblici e dei servizi pubblici di cui la città dispone. Beni privati, reddito e beni pubblici sembrano, così, esaurire la funzione del benessere. Eppure, una città non è solo un luogo dove si condivide lo spazio pubblico e si gode lo spazio privato. Una città non è solo il luogo di lavoro, il luogo dello scambio di equivalenti.

Una città è anche e, soprattutto, il mondo delle relazioni, il mondo dove si possono produrre beni relazionali. Beni completamente diversi dai beni privati caratterizzati, questi, dall’essere rivali ed escludibili tra di loro. Ma i beni relazionali sono anche completamente diversi dai beni pubblici perché,  se condividono con questi la non rivalità e la non escludibilità, sono tuttavia fondati  sulla relazione reciproca e  sulla gratuità.

I beni relazionali sono una numerosa famiglia:  amicizia, rapporti di parentela equilibrati, amore reciproco, associazionismo, solidarietà efficientemente organizzata ed istituzionalizzata, luoghi aperti dove confrontare le idee, civismo, centri di diffusione della cultura, spazi di democrazia deliberativa che sostituiscano gli esausti spazi di democrazia rappresentativa  attenuando lo strapotere e l’invadenza del “politico”(evitando le pietose derive del populismo  nostrano). Tutti questi beni sono caratterizzati dal fatto che è il rapporto in sé ad essere il bene! Consumare un bene privato è generalmente un atto individuale. Consumare un bene relazionale dipende dalle interazioni con gli altri, è, come dire, co-prodotto e co-consumato. Quando acquisto qualcosa il bene appare essere strumentale per la soddisfazione di un desiderio o di una necessità. Quando produco, o meglio co-produco un bene relazionale, quel bene non è mai funzionale per qualcosa d’altro.

Spesso, il bene relazionale riveste, si accompagna, fornisce significato ad un bene pubblico o privato. Se io vado al ristorante il bene “privato” è dato dalla bontà del menù proposto e dal modo con cui le pietanze sono state cucinate quel giorno. Ma il rapporto con il proprietario, il servizio che mi viene servito, la confidenza che ho con chi lavora nel locale, riveste un ruolo non certo secondario. Il bene “consumo di cibo” ha una sua esistenza a parte, tanto è vero che potrei ordinare a domicilio le pietanze ed essere, in termini gastronomici,  ben soddisfatto. Andando al ristorante (a parte il desiderio di non cucinare) potrebbe “emergere”un ulteriore bene, cioè, essere co-prodotto qualcosa di intangibile, qualcosa che è in più rispetto al bene tangibile del mercato

Il benessere della città non può essere solo misurato dal patrimonio e dal reddito ma deve essere valutato anche per la terza componente:  l’esistenza dei beni relazionali, la capacità di creare spazio relazionale.

In sintesi, il benessere della città va valutato come somma di capitale economico, reddito e….. capitale sociale!

Quando il dibattito pubblico si accalora contro l’attuale Amministrazione, spesso a buon diritto, bisogna sempre tener presente che si va criticando solo uno dei produttori del benessere della Città. La critica, se vuol essere esaustiva, deve anche tener conto del la capacità che ha il luogo di creare capitale relazionale, ovvero, l’altra componente del benessere che può essere stimolata dal “politico”ma che di certo dipende dal livello civico della popolazione!

Un luogo mal amministrato produce pessimi beni pubblici. Un luogo di scarsa capacità imprenditoriale produce pessimi beni privati e pessimo reddito pro-capite. Un luogo di misero capitale sociale produce pessimi beni relazionali.

La speranza che il pessimo possa essere sradicato da un luogo ove il pessimo trionfa è un obiettivo fondamentale, tuttavia , dovremmo noi tutti tener  ben presente che non potrà mai essere l’opera di un solo attore, ma di tutti e tre gli attori esistenti:  il “politico”, l’imprenditore, la società civile!

CARLO ALBERTO FALZETTI