VEDI NAPOLI E CI TORNI

di LUCIANO DAMIANI ♦

Ci sono luoghi che una volta visitati desideri di ritornarvi, te ne vai con l’idea di tornare, come se qualcosa di bello fosse sfuggito, bello da meritare un ritorno. E così capita, una, due, tre volte ancora. Napoli, per me, è uno di quei posti, uno dei posti per i quali potresti spendere fiumi di critiche, eppure, nonostante tutto, c’è qualcosa che ti attira, che ti fa stare bene, l’ultima volta mi sono persino trovato a dire a mia moglie: “che bell’aria che si respira, pure l’aria è buona a Napoli”.
L’ultima volta era a cavallo della Befana. Arriviamo, attorno all’ora di pranzo, alla Stazione Centrale. La stazione è moderna, pulita a specchio, affollata ma nessuno pare correre. C’è un pianoforte a disposizione di chi voglia suonare qualcosa, c’è un signore che suona alcune antiche melodie partenopee ed un capannello di persone, chi con la valigia e chi senza, è fermo tutt’attorno a godersi lo scorrere delle note, le dita picchiano abili sui tasti bianchi e neri. La musica napoletana predispone bene l’animo ad affrontare la città, come se volesse dotare le persone del giusto atteggiamento, una sorta di “ritmo lento” se pur a volte serrato. In effetti nessuno pare andare di fretta.
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– Il pianoforte pubblico alla Stazione centrale, c’è sempre qualcuno che suona ed un capannello di gente che ascolta e a volte canta.
Dopo il caloroso applauso di rito, lasciamo il pianista e ci dirigiamo verso la metro, la linea M1, quella dell’Azienda Napoletana di Mobilità, da non confondere con la Metro delle FFSS o con la Circumvesuviana. Un bimbo si guadagna un euro per toglierci dall’impaccio di capire come funziona la macchinetta sputa biglietti. Passiamo il tornello  e ci ritroviamo ad imboccare una sorta di largo pozzo che scende nelle profondità del sottosuolo con una serie di scale mobili che si incrociano, gente che sale e gente che scende. Le scale che scendono si incrociano con quelle che salgono. La parete di fronte riflette le figure delle persone, un gioco di specchi pare moltiplicare uomini e donne. Tutto è luminoso e tirato a lucido. Ogni interstizio pare meticolosamente pulito. La Metro del’ANM è veramente notevole, molto bella oltre ad essere pulita e funzionale. Ogni stazione ha la sua “personalità”.
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M1 Stazione Mater Dei

Nei pochi giorni di permanenza avremo modo di notare come la Metro delle FS non sia allo stesso livello, ne come bellezza ne per pulizia e manutenzione. Anche questo è una di quelle contraddizioni di Napoli. Ma le contraddizioni, se sei giustamente disposto, ti permettono di godere della parte migliore, tanto peggiore è l’altra. Scendiamo dal treno alla stazione “Municipio”, nella larga sala sotterranea dei tornelli ci sorprende la presenza di antiche mura, chissà forse una antica fortezza, ci aspettiamo di ritrovarla una volta in superficie,  ma non c’è ombra di fortezza, mistero napoletano.
Non è la prima volta che “scendiamo” a Napoli, per i napoletani chi va a sud scende e chi va a nord sale. Di luoghi “turistici” ne abbiamo visitati nelle nostre precedenti visite, ma ancora ne abbiamo di mete appuntate da visitare. Una di queste è un’altra parte di  “Napoli sotterranea”, quella che, dalle parti di Piazza Plebiscito, viene indicata come “Galleria Borbonica”. Il sottosuolo di Napoli è una rete di gallerie di scavi di cui forse nessuno ha una vera e completa traccia. Già al tempo dei greci si scavava il tufo del sottosuolo per costruire le case in superficie. Nei secoli poi gli scavi vennero usati come acquedotti e cisterne, poi come rifugi ed ancora come discariche. La Galleria Borbonica utilizza parte di questi scavi per permettere la fuga del re Borbone, appunto, durante i moti del ’48 che agitarono le acque di mezza Europa, Regno delle due Sicilie compreso, costituzioni date e tolte. Da quei moti il detto: “e’ successo un 48”.
La guida che ci accompagna si sofferma sull’uso dei sotterranei come rifugi durante l’ultima guerra. Interessante il racconto della “mappatella”. Un fagotto che la gente teneva sempre pronto nel quale venivano raccolti i “beni preziosi” di casa. Come suonava la sirena d’allarme c’era l’incaricato di famiglia che doveva prendere la “mappatella” e portarla con se nel rifugio. Sul tufo erano scavate delle mensole che ospitavano appunto le “mappatelle” delle famiglie, nessuno le toccava. Qualche oggetto del tempo rimane a testimoniare quei giorni, qualche branda oramai distrutta dalla ruggine, qualche gioco, frammenti di bombe portati giù per collezione dai ragazzi. Alcune scritte graffiate sulle pareti raccontano delle persone che vissero in quei giorni nel sottosuolo napoletano. I bombardamenti erano tanto frequenti che alcune famiglie si stabilirono in modo fisso in quei luoghi. Il genio militare si occupò delle infrastrutture essenziali, una linea a bassa tensione, alcuni gabinetti. La parte del rifugio che serviva i quartieri più signorili era meglio attrezzata, servizi di Richard Ginori ancora fanno mostra di se nei bagni dei signori.
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Servizi igienici dei rifugi nel sottosuolo napoletano

Cerco di rubare qualche scatto, è proibito fotografare, come spesso accade in Italia, ma non è facile e vengo cortesemente cazziato.
Prima della guerra, quando il sottosuolo era utilizzato a mo’ di acquedotto, l’acquaiolo scendeva lungo improbabili e difficili camminamenti fino al livello dell’acqua, la ripuliva in qualche modo e periodicamente svuotava e puliva le vasche, non sdegnando di sporcarle per poter essere richiamato per pulirle nuovamente e quindi guadagnare qualche soldo in più. Qualche volta l’acquaiolo, indossando un mantello come fosse monaco, saliva nelle case sovrastanti per rubare oggetti o denari, e qualche volta anche il piacere di qualche moglie. Il “monaciello” divenne, in quei tempi, una sorta di spirito che frequentava le case facendo sparire le cose, ma anche facendo misteriosamente ingravidare le fanciulle e le signore. Il mistero del “monaciello” era bastante a padri e mariti per farsene una ragione. Chi è stato? E’ passato il monaciello e ha detto amen.
L’Associazione che si occupa di gestire i sotterranei, ha ripulito quella parte di sottosuolo dalla monnezza e dai detriti con un lavoro volontario durato 5 anni, ora gli stessi volontari accompagnano i visitatori incassando il prezzo di un biglietto con il quale pagano le spese ed il “fitto” al Demanio per gestire quel luogo in concessione. 5 anni di lavoro volontario sperando di incassare un giorno il prezzo del biglietto. Ci vuol coraggio, l’assurdo a Napoli è di casa.
Negli ultimi anni la Galleria Borbonica, che sbuca ad un capo al livello stradale, in via Morelli, fu usata come deposito giudiziario di auto e moto sequestrate. Ne è conservata una interessante collezione arrugginita e coperta di polvere come a raccontare il tempo passato, assieme ad interessanti sculture realizzate con pezzi di ferro da demolizione. Altre mille storie raccontano quei sotterranei.
Fa un gran freddo, ma Via Caracciolo, con nostra sorpresa, è chiusa al traffico per una buona parte anche nei giorni feriali,  molta gente vi passeggia in libertà e tranquillità. Il Vesuvio imbiancato è oggetto di mille scatti e selfie, Castel dell’Ovo fa la sua brava figura. La “folla” è invece in via Toledo, è talmente tanta che il suo respiro riesce a mitigare il vento gelido. Un improbabile corteo in costume percorre la via con in testa dei musicanti: tamburelli, caccavelle, triccheballacche, sischi e compagnia sonante, suonano una tarantella che un anziano signore ed una prosperosa donna ballano senza risparmio. Un signore col megafono invita la gente a seguire il corteo verso il presepe vivente di Montecalvario.
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Nella folla di Via Toledo un piccolo corteo in costume preceduto da una tarantella

Ci si ferma a mangiare le sfogliatelle da Pintauro, pare siano le migliori. File di avventori segnalano le botteghe che propongono il “cuoppo” di fritto napoletano e la pizza sapientemente piegata in modo che si possa mangiare senza sbrodolarsi di sugo e mozzarella. Nel decumano c’è persino un cestino dei rifiuti a forma di cuoppo.
C’è tanta gente in giro per Napoli, ma anche tanto traffico. Tutto però è “slow” anche il cibo da strada si gusta in piedi, ma in tutta tranquillità ostentando sommo piacere. Antichi ricordi portano alla memoria un traffico isterico, impazzito, clacson strombazzanti e motorini sguscianti. Ora invece pare che il traffico delle auto sia in armonia con la gente, puoi tranquillamente attraversare la strada che le auto si fermano senza dare segno di impazienza e senza suonare se ti attardi. Da non credere, il casco viene per lo più indossato anche sui motorini.

Nelle trattorie alla Pizza si affianca la pasta e patate con la provola, la propongono un po’ tutti, da piatto di casa è divenuto alla moda nelle trattorie cittadine. Addirittura l’abbiamo vista servita dentro una grattugia, quelle tonde e larghe che si usavano una volta. Una spanna sopra tutto, però, è la pizza fritta dell’Antica Pizzeria Bellini, al limite dell’omonima piazza. Una pizza fritta da urlo, che non ti unge se la mangi con le mani, fai prima a digerirla che a mangiarla. Come non c’è via senza pizzeria, nel contempo non mancano presepi in tutte le salse, mostre presepiali sono frequenti e c’è anche una mostra “scenica”: al posto di più presepi ci sono singole scene della vita di Gesù, dalla nascita alla Resurrezione, vi è anche una scena nella quale una famiglia di “signori” ammira il bel presepe realizzato nel proprio salotto.

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Mostra presenile scenica: l’ultima cena

Napoli non è certo solo i luoghi del turismo, le vie dei negozi ed il lungomare, Napoli è forse soprattutto un reticolato di vicoli che fanno a gara a chi è più stretto, a chi è più ingombro di panni stesi. Napoli è una moltitudine di cortili spesso bui e sgarbati. Napoli è una moltitudine di palazzi che testimoniano una antica ricchezza e signorilità. Portoni con archi imponenti nascondono corti di antica nobiltà. Mi tornano alla mente i discorsi dei partenopei doc cui ancora dolgono le ferite lasciate dal sacco Savoiardo, dall’Unità d’Italia voluta da altri, voluta da un Regno Sabaudo alla canna del gas che ha visto nella ricchezza Borbonica la possibilità di rifarsi delle spese militari sostenute in anni di guerre.

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Cortile interno del palazzo conosciuto come “Dello Spagnolo”

A volte la pulizia delle strade contrasta con lo stato degli immobili e ti domandi come si possa essere “allegri” in un simile contesto, e pensi all’estate a quanto fa caldo nel basso che fa tornare alla mente la commedia di De Filippo, e pensi alla miseria.
In tutto ciò c’è forte una evidente spiritualità diffusa: edicole ed altarini sono continuamente presenti nei vicoli e nei cortili, e più ti allontani dal centro e più sono presenti.

Girando per il Rione Sanità ne vedi a decine ed anche la pulizia non è la stessa dei Tribunali o di Via Chiaia. Qui i bassi si moltiplicano, a volte i marciapiedi sono occupati dai panni stesi ed il turista non passa. Anche pizzerie e ristoranti non sono così frequenti, appaiono invece piccole botteghe artigiane, piccole officine e qualche orologiaio che ha esposti vecchi orologi e polverosi pendoli. Piccole rosticcerie e botteghe vendono sfogliatelle e taralli “nzogna e pepe”. In via delle Fontanelle una piccola lavanderia appende tappeti e tendaggi ad asciugare lungo un muro che costeggia la strada occupando lo stretto marciapiede. Appesi alla grata di un portene arrugginito dei cuori rosa e celesti, sciupati ed impolverati dal tempo, ricordano che qualche bambino è nato in quel palazzo, chissà quanto tempo fa. Intere pareti sono dipende con soggetti dal profondo pathos a testimonianza della ricchezza culturale ed artistica presente inaspettatamente in questi quartieri.
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Uno dei tanti murales del rione Sanità

 

Tutto è molto “sgarupato”, ma alcuni manifesti elettorali promettono che basta un si per cambiare Napoli, e mi viene da ridere. Qualcuno vende friarielli percorrendo la via con il suo apetto.

Nel rione Sanità c’è il Cimitero delle Fontanelle, nell’omonima via. Il cimitero è una cava di tufo nella quale migliaia e migliaia di ossa sono ben sistemate. Sono in gran parte i resti delle pestilenze che hanno decimato la popolazione negli ultimi secoli. Alcuni teschi sono sistemati in piccole teche con impressi dei nomi.
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Le spoglie anonime delle anime adottate dalle famiglie napoletane

In realtà non sono i loro, non sono i nomi dei naturali proprietari di quelle spoglie, si tratta di “anime adottate” dai napoletani per garantirsi favori dall’aldilà, in una specie di mutuo soccorso, un po’ di devozione, qualche preghiera, in cambio di una parola buona, magari di qualche numero in sogno. Ma c’è un’anima diversa da tutte, è quella di “Donna Concetta”, il suo teschio è l’unico privo di polvere e pare anche trasudare. Dice che “trasuda”. La luce particolare lo fa quasi risplendere. Donna Concetta deve proprio essere venerata assai, è piena di collane, rosari lumini ecc… pare che sia un’ottima dispensatrice di numeri al Lotto. L’usanza di adottare le anime con le loro ossa era talmente radicata che la chiesa dovette intervenire per proibirla tanto vicina al fanatismo si stava facendo.
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Donna Concetta, l’anima che dispensa numeri al lotto oggetto di tanta devozione.

 

Il Lotto, mi dicono, fu inventato dai preti per poter raccogliere danari utili per creare una dote a quelle povere spose che non erano in condizione di averne una.
Il culmine della spiritualità partenopea si manifesta in occasione del miracolo di San Gennaro, la “Faccia Ingialluta”, con la liquefazione del sangue nell’ampolla, assicura che nulla di brutto avverrà, al contrario, quando il miracolo non si manifesta, si teme la catastrofe e la gente in cattedrale urla e strepita reclamando il miracolo. San Gennaro, però, non ha l’esclusiva della liquefazione del sangue, anche Santa Patrizia a San Gregorio Armeno, liquefa il suo sangue, ma pare non abbia significati particolari.
Ecco non ho mai assistito al miracolo di San Gennaro, mi pare un ottimo motivo per tornare a Napoli, oltre ai taralli ’nzogna e pepe, e le pizze fritte…..  ovviamente.
LUCIANO DAMIANI
Foto originali dell’autore
Foto di copertina: Murales a Piazza Sanità