IL PRINCIPIO SPERANZA: UNA INTRODUZIONE ALL’ECONOMIA CIVILE.

 

di CARLO ALBERTO FALZETTI

Si può umanizzare l’economia?

Si può sperare di non essere più totalmente soffocati da notizie che hanno a che fare con gli affari?

Si può sperare in un sistema più efficiente che assicuri lavoro dignitoso ad ogni cittadino?

Si può sperare in un sistema  più equo che dissolva le sperequazioni assurde oggi esistenti?

Due principi hanno retto e reggono il sistema economico: il principio del mercato ed il principio della ridistribuzione.

Il principio del mercato ha fallito in termini di efficienza. Ha fallito nella modalità espresse rigorosamente dal pensiero liberista. Ma certo non ha fallito quanto alla sua invadente presenza.

Oggi il mercato dilaga. La compressione esercitata sul welfare state è vigorosa.

Ogni atto economico, ogni evento di varia natura, ogni azione politica, ogni tradizione, ogni informazione è legata alla logica del mercato. Il mercato incombe su tutto.

 Il mercato è il dominio dello scambio simmetrico. Una logica “condizionale” nel senso che la prestazione dell’altro è pre-condizione della mia prestazione (in ciò si giustifica l’intervento della autorità giudiziaria in caso di inadempienze nei patti). Inoltre, gli atti svolti in un mercato hanno natura bi-direzionale. Più esattamente, il mercato è il dominio dello scambio di equivalenti:   “non è dalla benevolenza del macellaio, del fornaio, del birraio che ci aspettiamo il nostro pranzo ma dalla considerazione del loro interesse; non ci rivolgiamo al loro senso di umanità ma al loro egoismo”.

Ma in un contratto non tutto è contrattabile. Esiste un ‘area che sfugge alla logica dello scambio di equivalenti. E questo fatto ci deve far pensare attentamente.

Il principio della ridistribuzione si è posto per un lungo periodo quale efficace complemento alla logica del mercato e potente alternativa al sistema collettivistico. Oggi  è stato seriamente eroso dalla globalizzazione.

Che cosa significa l’essenza del welfare state? Significa certo desiderio di equità ma significa anche proteggere il sistema dalla penuria di potere d’acquisto. Dunque, significa l’esercizio di uno Stato benevolente in una logica dei due tempi: prima il mercato produce ricchezza e , post factum, interviene lo Stato a riequilibrare. Questo riequilibrio, se viene meno, spinge in azione la logica liberista aprendo la strada a quel capitalismo filantropico tanto in voga negli Stati Uniti. Sia il welfare state che il capitalismo filantropico si basano su una logica incondizionale all’interno della quale c’è assenza di bi-direzionalità.

La domanda che a questo punto ci poniamo è : può aver spazio un principio tale che scaturisca dalla “contaminazione” fra i due principi e conduca ad un qualcosa di ibrido tra la condizionalità e l’incondizionalità. Un ibrido che accolga in sé le positività dei due principi. La positività del mercato risiede nella presenza di bi-direzionalità. La positività del welfare state risiede nella presenza di impegno uni-direzionale. Unire i due principi non significa, allora, una assurda coincidenza di opposti?

Eppure nella realtà un tale ibrido esiste. E’ il principio basato sulla “reciprocità”: io cedo qualcosa ad un altro senza la pretesa  di un immediato equivalente (uni-direzionalità) ma con l’aspettativa di ottenere in futuro un pari trattamento (bi-direzionalità).

Dunque, esiste una speranza nei nostri sistemi economici (e sociali). La speranza di disporre non di un principio che faccia la parte del leone ma del concorso di tre principi che siano coniugati simultaneamente.

Nella Rivoluzione Francese tre erano i capisaldi che si pensava di adottare:  Libertè, Egalitè, Fraternitè. Il primo principio ha trovato spazio di esistenza nel liberismo. Il secondo principio ha trovato spazio nella social-democrazia con la politica ridistributiva. Il terzo principio ha trovato, a fatica, un proprio spazio tuttavia limitato (ma nella sostanza è stato emarginato). Quando un sistema riesce a disporre di tutti e tre i principi siamo di fronte a qualcosa che potremmo definire “economia civile”.

Abbiamo bisogno di una economia di mercato perché abbiamo bisogno di efficienza. Abbiamo bisogno che il mercato non sia il despota assoluto, dunque, abbiamo bisogno di equità ridistributiva. Ma non possiamo pensare che uno stato benevolente risolva tutti i problemi. La povertà relazionale di un sistema sociale è uno dei drammi di tutte le nostre società contemporanee. Abbiamo bisogno, per chiudere il cerchio di una vera economia civile, di beni relazionali, cioè dei beni che scaturiscono dal principio di reciprocità!

I beni esistenti sul mercato sono tutti( o quasi) “beni posizionali”, cioè beni legati allo status sociale. Beni certificatori della nostra posizione, vera o effimera, nella comunità. Beni “gratificanti” che sono oggetto di una intensa, invadente campagna pubblicitaria, beni senza i quali non si “dimostra” di essere membri di un insieme.

I beni relazionali si producono e si consumano simultaneamente, co-prodotti e consumati dagli stessi soggetti coinvolti:   l’amicizia, l’impegno civico, l’amore reciproco,la mutua consapevolezza di essere membri di una città e non di condividere solo il suolo abitativo, la capacità di fare squadra, la capacità di indignazione attiva rispetto al malgoverno locale o nazionale, la com-passionalità, la volontà di includere, la capacità di diffondere cultura bandendo ogni  ricorso all’autosufficienza, il rispetto per l’altrui pensiero, il sapere di non sapere……

I tanti articoli che abbiamo scritto su questo blog a proposito della nostra città tradiscono sempre questa mancanza di relazionalità, di produzione di beni relazionali che spesso si capovolge in produzione di “mali relazionali”. Quanti tentativi sono stati intrapresi per produrre questo patrimonio? E quanto abbiamo sperimentato la fragilità e la vulnerabilità di questo tentativo? La loro scarsa controllabilità?

In una vera economia civile (mercato + equità ridistributiva + reciprocità = economia civile ovvero,  principio speranza) il benessere economico (il PIL) è parte di un benessere altro che lo contiene come parte. E, soprattutto, il benessere economico non deriva dalla somma dei redditi di ogni singolo ma dal loro prodotto: in una somma se viene meno un addendo il totale apparirà solo un po’ più basso. Addirittura, se un addendo si azzera ed un altro aumenta della stessa cifra il risultato non cambia. Ma se la questione è vista come prodotto ne risulta che se un  fattore si azzera….si azzera tutto il risultato!

Tutto questo appartiene al regno dell’utopia? E veramente l’utopia contrasta la dura realtà esistente?

Vorrei poter approfondire ancora questo tema, almeno con un intervento ancora, se non abuso della pazienza del lettore.

CARLO ALBERTO FALZETTI