IL RIMEDIO: Prologo – Colle del Fico

di FEDERICO DE FAZI ♦

L’aria fredda e umida della notte le riempiva i polmoni, grattandole la gola. I piedi nudi e le gambe erano stati lacerati dai rovi, dai rami e da ogni tipo di pianta dotata di spine che cresceva nel bosco.

Il piccolo fagotto che portava in braccio, un bambino di pochi mesi, piangeva disperatamente per gli strapazzi e gli scossoni, ma ancora più forte del pianto del bambino erano gli abbai e i guaiti dei cani, quasi indistinguibili da quelli dei loro altrettanto feroci padroni, che ad ogni passo che faceva guadagnavano distanza su di lei.

Più di una volta aveva messo il piede in fallo, perso l’equilibrio ed era caduta a terra, rovinando su un cespuglio di pungitopo o sulla radice di un albero, ma era sempre riuscita a proteggere il bambino, il suo bambino, dalla caduta. Si era poi rialzata, incurante della veste strappata e sporca del suo sangue, e aveva ripreso a correre.

La foresta era buia e a malapena poteva evitare di andare a sbattere contro i tronchi degli alberi, quindi era inutile per lei sperare di capire in quale direzione andare. Ormai l’importante era solo correre. Correre senza fermarsi e senza voltarsi, perché se si fosse fermata quelle bestie feroci sarebbero state su di lei e avrebbero fatto a brandelli lei e suo figlio.

E fu quando ogni speranza sembrava svanita, quando anche la forza datale dalla disperazione stava per abbandonarla, mentre poteva sentire ormai il lezzo dei cani e di chi li teneva al guinzaglio, quando le gambe non riuscivano più a sostenere lo sforzo della corsa, che una voce sembrò chiamarla per tirarla fuori dalla scura e folle disperazione nella quale sempre più stava sprofondando.

<<Mia signora!>>.

Dall’oscurità, quasi ne fosse avvolto, emerse un giovane alto e robusto, rischiarando la notte con un fascio di luce bianca proveniente da quello che sembrava un globo luminoso appeso alla cintura.

Il giovane indossava un farsetto dal taglio semplicissimo, decorato con strani ricami e una cordicella che passava da una spalla a un’altra.

La donna riconobbe in quel ragazzo uno dei suoi più fedeli servitori e, capendo di essere al sicuro, si accasciò su di lui.

<<Mio figlio! Il figlio di Baiardo! Salvalo, ti prego!>> gridò la donna, porgendo al giovane il fagotto piangente.

Il giovane guardò avanti a sé. Il bosco pareva aver preso fuoco, illuminato com’era dalle torce degli sgherri che erano stati messi alle calcagna della Contessa di Piandorata e del nipote di Sua Maestà Imperiale.

<<Vi salveremo entrambi, mia signora>>.

A parlare era un altro giovane, più basso del primo di mezzo palmo, avvolto in un mantello. Il suo volto era adombrato da un grande cappello tondo di vimini e dietro di lui sembrava quasi prendere forma dall’oscurità del bosco un cavallo dall’aspetto spettrale.

<<Puoi tenerli a bada?>> chiese il giovane robusto all’altro.

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<<Credo di sì>> rispose questi, appoggiandosi a un bastone dritto lungo circa nove palmi.

Il robusto non disse nient’altro. Prese la donna e la fece salire su un asino dal fisico equino che si trovava poco distante, per poi salire in sella anche lui e dirigersi con galoppo sicuro e silenzioso in direzione opposta agli inseguitori.

Il giovane col cappello invece prese un tubo cilindrico dalla sella del suo cavallo, lo poggiò a terra e tirò una cordicella alla sua estremità più bassa. Dall’estremità più alta partì una scintilla bianca, che salì fin sopra le fronde degli alberi, per poi esplodere in un bagliore che illuminò per un istante la foresta.

Una volta cessato il bagliore, non tornò l’oscurità, perché l’avvampare di una mezza dozzina di torce infuocate continuava ad illuminare il sentiero.

Davanti al giovane si trovavano altrettanti uomini dal volto truce, vestiti con gambesoni slabbrati e armati con rozze mannaie da boscaiolo. Due cani, due enormi mastini dalla razza indefinita, si fermarono subito e iniziarono a tirare il guinzaglio per fuggire nella direzione opposta, mentre il resto della marmaglia rimase per un istante indeciso sul da farsi.

Il giovane non concesse loro neanche quell’istante, ma conficcò il bastone nel suolo, generando così un rumore sordo e una folata di vento che spense le torce e fece arretrare gli armati di un buon passo.

Inutile per quei meschini individui tentare di avventarsi sul giovane, poiché l’oscurità stessa sembrò avvinghiarli in viticci e tentacoli, impedendo loro ogni movimento.

<<Mago dei nodi schifoso!>> era l’imprecazione più gentile che quegli uomini rivolgevano al giovane, il quale tuttavia non si fece scuotere e tenne la presa sul bastone conficcato a terra, incurante delle invettive rivolte a lui, sua madre, suo padre, l’Uno e tutti i Maghi dei nodi suoi confratelli.

Poi però alle ingiurie si unirono colpi di tosse, seguiti da grida di paura, che presto divennero grida di dolore. Il bastone del giovane mago iniziò a vibrare violentemente, mentre gli intagli a fuoco con il quale era fittamente decorato all’estremità superiore iniziarono a danzare come gocce d’inchiostro in un bicchiere d’acqua. Alla vibrazione si unì il grido acuto del legno che si incrinava e il mago capì che qualcosa stava agendo da dentro i viticci d’ombra per smembrare il suo incantesimo. Fece appena in tempo a lasciare la presa e ripararsi col mantello e con il rigido cappello di vimini intrecciate, che fu colpito da una pioggia di schegge di legno.

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Quando alzò gli occhi, vide gli uomini che aveva intrappolato trasformati in statue di sale bianco sgretolate per una buona parte. In mezzo a loro si era raggrumata una figura vagamente umana, che brillava di luce lunare. Rapidamente la figura si definì e apparve come un uomo imponente, avvolto in una giornea bianca, avente come volto una maschera argentea inespressiva. La testa era avvolta in una candida via di mezzo tra un turbante e un cappello, come quelli che si portavano nelle regioni dell’Est.

La cosa guardò il giovane con gli occhi privi di pupille e, con una voce simile al rumore che fanno le unghie quando grattano l’ardesia, disse: <<Mai far fare a dei masnadieri il lavoro di un mago, vero, giovanotto?>>.

Il giovane non ebbe un attimo di esitazione. Dalla scarsella appesa alla cintura afferrò un oggetto che nella sua mano guantata prese a brillare di calor bianco e lo scagliò contro la cosa.

Non rimase a vedere la cosa sgretolarsi in mille pezzi con una fiammata giallo-arancio, né ad ammirarla mentre riprendeva forma, togliendola a quello che restava delle statue di sale a terra, ma montò sul cavallo e corse a galoppo forsennato nella direzione dove era andato il suo compagno.

Muovendosi abilmente nello stretto sentiero, il giovane a cavallo sbucò fuori dalla parte più fitta della foresta, dove il groviglio di querce, peri selvatici ed arbusti di ogni sorta cedeva il passo a una collina erbosa, punteggiata ogni tanto da qualche albero sparuto e basso. La luce azzurra della luna, che sembrava splendere come il sole in confronto all’oscurità della foresta, fu per un attimo adombrata. Il cavaliere guardò in alto e vide la sagoma di un gigantesco uccello volare verso Est, nella sua stessa direzione.

Ben sapendo che il suo compito era stato ormai portato a compimento, il giovane dovette trattenersi dal fermarsi, sguainare il lungo coltello da cacciatore che portava al fianco e affrontare il nemico che lentamente usciva dalla foresta.

Non lo vedeva, ma poteva benissimo sentire lo stridore innaturale che faceva ad ogni suo movimento, cristallizzando ogni cosa vivente con cui entrava in contatto.

Quell’abominio aveva ucciso degli uomini che gli erano fedeli pur di raggiungere il suo scopo ed era disposto a fare scempio di ogni cosa si ponesse tra lui e il suo volere. Il giovane sapeva che, se l’avesse affrontato da solo, sarebbe morto, ma avrebbe potuto avere la soddisfazione di colpirlo talmente in profondità da impedirgli di fare male ad altri in futuro.

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Lo trattenne il rigido codice di condotta a cui era fedele, che gli imponeva il rispetto per ogni cosa vivente, benché degenere come il suo avversario, ma anche il pensiero del dolore che avrebbe causato la sua morte a tutti coloro che gli erano cari. Più di ogni altra cosa però, e non aveva nessuna vergogna ad ammetterlo, lo trattenne la sana paura della morte.

Continuò quindi a galoppare dove la collina saliva verso l’alto, fino a raggiungere un’altura dove brillava un fuoco contenuto da un cerchio di pietre.

Altri cinque uomini e donne più o meno della sua stessa età, vestiti con i suoi stessi abiti, lo accolse. Dietro di loro, vicino al fuoco, il gigantesco essere volante stava accovacciato, poggiando il peso in parte sulle zampe posteriori e in parte sulle ali ripiegate.

<<Perché sono ancora qui?>> chiese concitato il giovane, rivolto a una giovane donna avvolta in un mantello come il suo, ma a capo scoperto. Sulla spalla di lei scendeva una lunga treccia corvina.

All’ombra del collo flessuoso della creatura volante si trovava un uomo di mezz’età, con indosso una lungèèa giacca imbottita e un cappello tondo di pelliccia. Era lui a sostenere in braccio il piccolo fagotto, che miracolosamente aveva smesso di piangere.

La donna invece era riversa a terra, avvolta in una coperta e accudita da un’altra giovane con un cappello circolare simile a quello del cavaliere.

<<È troppo stremata. Decollare adesso potrebbe ucciderla>> disse la donna con i capelli corvini, rivolta al cavaliere.

<<Mio figlio… salvate lui… non importa…>> sussurrava la Contessa. La giovane col cappello tondo le mise qualcosa in bocca e le fece bere un sorso d’acqua.

<<Può riprendersi>> disse lei, carezzandole i capelli. <<Ma ha bisogno di un paio d’ore>>.

<<Che ne è degli inseguitori?>> chiese l’uomo con il cappello di pelliccia.

<<Morti>> sospirò il giovane a cavallo.

<<Morti!?>> gridò la donna con i capelli corvini inorridita. Anche gli altri guardarono il cavaliere con la stessa espressione.

<<Un sinarca. Ha usato un qualche ordigno per ucciderli e usare il loro corpo per fare una specie di soldato di sale. Ne ha preso il controllo e ora sta venendo qui>> ansimò lui.

La donna guardò il confratello calma. Anche il volto degli altri si rilassò e così di riflesso anche quello del cavaliere.

Il giovane scese da cavallo e sussurrò qualcosa all’orecchio dell’animale, che andò a mettersi poco distante, all’ombra di un grosso fico solitario.

<<Adrastea>> disse l’uomo con il cappello di pelliccia, rivolto alla donna dai capelli corvini. <<Lasciate che porti l’Arciduca imperiale in salvo. E voi fuggite>>.

<<E la Contessa?>> chiese Adrastea. <<Non possiamo lasciarla qui>>.

Il giovane col cappello tondo si mise a fianco alla donna . L’uomo continuò: <<Anche se riusciste a farla riprendere, rimanere qui ad affrontare un mago così potente di cui nessuno conosce le abilità è un suicidio>>.

<<Insieme possiamo fermarlo>> disse il giovane.

<<Siamo maghi dei nodi esperti, Vostra Signoria. Siamo preparati ad affrontare simili avversari e non lasceremo che un’innocente muoia per la nostra prudenza>> concluse Adrastea.

L’uomo con il cappello scosse la testa, sorridendo di approvazione.

<<E va bene>> sospirò, lasciando il neonato tra le braccia della madre che, esangui, gli si strinsero attorno. Poi si diresse verso la sua elefantiaca cavalcatura alata ed estrasse da un lungo fodero appeso alla sella uno spadone dalla lama ambrata.

<<Facciamo vedere a quel vigliacco come si comportano dei veri servitori dell’Imperatore!>> tuonò infine, schierandosi insieme agli altri.

<<Com’è che recita il vostro Codice?>> chiese, poggiando lo spadone sulla spalla. <<Sarà riparo e sostegno dei deboli, difesa degli indifesi e servitore del prossimo>>.

<<Precisamente>> confermò Adrastea.

FEDERICO DE FAZI

Immagine 1: Matite di Andrea De Fazi, Editing di Ludovico Serra