Quando la protezione diventa una promessa di potere
di PAOLO POLETTI ♦
La crisi dei partiti, l’uso politico dell’immigrazione e la sfida alla democrazia liberale
Con questa analisi tento di mettere a sistema le trasformazioni dei partiti nel loro rapporto con la rappresentanza e le garanzie democratiche. Senza pretese di esaustività, propongo una lettura istituzionale come base per avviare riflessioni e approfondimenti.
In Europa cambiano le forme della rappresentanza, oltre agli equilibri fra maggioranza e opposizione. AfD in Germania, Rassemblement national in Francia, Reform UK nel Regno Unito e Vox in Spagna raccolgono, con differenze importanti, la sfiducia nei partiti tradizionali promettendo protezione nazionale, controllo dell’immigrazione e restituzione del potere al popolo. In Italia, dove Lega e Fratelli d’Italia governano, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci propone una destra ancora più radicale. Il MAGA americano offre un riferimento internazionale. Sul versante opposto, la sinistra radicale interpreta il disagio attraverso redistribuzione e protezione sociale.
Definire populisti questi partiti e movimenti non basta. Il nazionalismo pone al centro la comunità nazionale; il sovranismo rivendica il potere decisionale dello Stato; il populismo contrappone un popolo presunto omogeneo a élite considerate usurpatrici. Nel seguito chiameremo convenzionalmente “destre nazional-populiste” le forze che combinano, in misura diversa, questi elementi. La denominazione non implica uniformità di programmi né un identico rapporto con le istituzioni. Il confine democratico viene oltrepassato quando una forza pretende di rappresentare in esclusiva il popolo autentico e considera illegittimi gli avversari e i controlli sul proprio potere.
Il disagio non conduce necessariamente al rifiuto della democrazia liberale. Bisogna capire come le destre nazional-populiste lo trasformino in una promessa credibile di protezione e perché i partiti tradizionali fatichino a contrastarla.
Il punto di partenza è la rottura di un’aspettativa. Per decenni lavoro, istruzione e partecipazione politica hanno alimentato la speranza di migliorare la propria condizione e quella dei figli. Oggi anche chi conserva reddito e patrimonio può temere che il mestiere perda valore, i figli scendano nella scala sociale o il territorio diventi marginale. La paura del declassamento allarga la protesta oltre i gruppi già impoveriti.
La globalizzazione ha reso il capitale più mobile delle comunità: le filiere spostano attività secondo convenienza, mentre le persone dipendono da relazioni, competenze e servizi radicati nei luoghi. I benefici degli scambi non compensano automaticamente chi perde lavoro e prospettive. Presentare queste perdite come un adattamento inevitabile indebolisce la credibilità dei governi presso chi le subisce. L’interdipendenza, inoltre, non ha garantito la pacificazione internazionale attesa: ha creato dipendenze utilizzabili come strumenti di pressione.
La crisi del 2007-2008 ha aggravato la sfiducia. Il dissesto dei mutui americani si propagò attraverso banche e mercati, restringendo il credito e colpendo l’economia reale. Recessione, salvataggi e fragilità preesistenti deteriorarono i bilanci pubblici; nell’eurozona pesarono anche le vulnerabilità dell’architettura monetaria e il legame fra banche e debiti sovrani. Pur con cause e intensità diverse fra Paesi, molti cittadini videro perdite finanziarie trasformarsi in sacrifici sul lavoro e sui servizi: le istituzioni sembravano proteggere i più forti chiedendo ai più deboli di adattarsi.
Alla delusione economica si è aggiunta la perdita di sicurezza. Gli attentati del terrorismo internazionale, soprattutto dell’ISIS, hanno portato la paura nella vita quotidiana; le guerre, in particolare l’aggressione russa all’Ucraina, hanno incrinato l’aspettativa di una pace duratura in Europa. Rincari energetici e alimentari ne hanno trasmesso le conseguenze anche lontano dai combattimenti. Qui si apre una frattura politica: quando i sacrifici appaiono distribuiti ingiustamente e le ragioni delle scelte non risultano convincenti, la difesa dell’Ucraina può essere percepita come una guerra per procura voluta dalle élite e pagata dai cittadini. Acquista così presa l’idea che convenga mantenere rapporti con una Russia autoritaria, purché garantisca energia a basso costo. La convenienza immediata finisce per oscurare il rifiuto della conquista militare, la libertà dei popoli e gli stessi rischi della dipendenza energetica. Le destre nazional-populiste che sostengono questa lettura possono presentarsi come difensori degli interessi concreti contro valori descritti come astratti: la richiesta di protezione diventa disponibilità a sacrificare i principi sui quali si fonda la convivenza europea.
La tecnologia accresce la distanza fra cambiamento e capacità collettiva di comprenderlo. La Prima guerra mondiale accelerò lo sviluppo tecnico, mostrando il ritardo della cultura politica chiamata a governarlo. Oggi l’intelligenza artificiale rende quotidiana questa distanza. Il timore di perdere il lavoro e gli scenari sull’estinzione dell’umanità hanno basi e gradi di incertezza molto diversi, ma possono alimentare la sensazione di un futuro deciso altrove. La questione politica è chi governerà il cambiamento e come distribuirà vantaggi e costi.
La transizione ecologica alimenta sfiducia quando impone costi immediati senza alternative accessibili e compensazioni adeguate. Una famiglia che dipende da un’auto vecchia subisce le restrizioni diversamente da chi può sostituirla. Trattare questa difficoltà come arretratezza culturale trasforma il conflitto sui costi in risentimento verso chi impartisce lezioni. La validità dell’obiettivo non rende automaticamente equo il percorso.
La Germania riunisce queste pressioni. Il suo successo industriale poggiava sulla sicurezza americana, sull’energia russa e sull’espansione dei mercati, soprattutto quello cinese. La crisi di queste condizioni scuote un modello considerato garanzia di stabilità. A est, il timore del declino si aggiunge al sentimento di un riconoscimento incompleto dopo la riunificazione. L’AfD può presentare difficoltà industriali, transizione energetica, immigrazione e decisioni europee come un’unica perdita di controllo: una spiegazione complessiva dove gli altri partiti offrono risposte separate.
L’immigrazione è centrale perché permette di ricondurre insicurezze diverse a una presenza visibile. Finanza, algoritmi e delocalizzazioni sono difficili da rappresentare; nuovi abitanti cambiano l’esperienza del quartiere. La propaganda può attribuire loro difficoltà economiche, carenze dei servizi e timori per la sicurezza, anche quando hanno altre cause.
La contrapposizione fra “noi” e “loro” compie il passaggio decisivo: un servizio insufficiente diventa un beneficio sottratto, un reato individuale il tratto di una collettività, un cambiamento culturale una minaccia all’identità. Alla questione di come produrre più sicurezza sociale il nazionalismo risponde indicando chi debba esserne escluso: prima i nostri.
Questa propaganda utilizza anche problemi reali. Un’immigrazione mal gestita può far percepire la trasformazione della comunità come incontrollabile. Nelle periferie meno servite, la concentrazione degli arrivi accresce il rischio di competizione per alloggi, scuole e risorse scarse. Lingue, abitudini e usi degli spazi cambiano e possono rendere estraneo un ambiente familiare. Liquidare questa esperienza come pregiudizio significa ignorare una domanda di sicurezza e riconoscimento.
La carenza di strutture di prima accoglienza e integrazione, o la loro chiusura senza alternative, scarica sulle comunità problemi che richiedono organizzazione e risorse pubbliche. Accogliere comporta insegnamento della lingua, inserimento scolastico, lavoro regolare e conoscenza di diritti e doveri. Senza questi strumenti, disagio degli abitanti e marginalità dei nuovi arrivati possono alimentarsi reciprocamente.
La composizione multietnica è ordinaria nelle società contemporanee; il multiculturalismo riguarda il modo di organizzare la convivenza fra culture. Il rischio nasce quando è inteso come coesistenza di comunità separate, chiuse nelle proprie consuetudini e autorità. Il rispetto delle culture può allora diventare acquiescenza verso pratiche che limitano la libertà individuale. Il pluralismo deve tutelare tanto l’appartenenza a una comunità quanto la libertà di dissentirne e uscirne.
È in gioco il fondamento delle regole comuni. Nella democrazia costituzionale l’autorità deriva da procedure democratiche ed è limitata dai diritti fondamentali. La religione ha anche una dimensione pubblica e può ispirare proposte politiche, sottoposte però al confronto pluralista e alla Costituzione. Alcune concezioni politico-religiose, presenti anche in ambienti musulmani, subordinano invece la legittimità della legge ai precetti della fede. Se ciò comporta imporre condotte o negare la parità fra uomini e donne, il conflitto investe diritti essenziali. Va affrontato senza attribuire queste pretese a un’intera confessione. Evitarlo permette alle destre nazional-populiste di confondere la difesa delle regole comuni con il rifiuto di intere comunità.
Le restrizioni migratorie trovano sostegno anche fra immigrati regolari. Nell’indagine KFF–New York Times del novembre 2025, l’80% degli elettori immigrati repubblicani approva l’intensificazione delle espulsioni degli irregolari. Sono cittadini naturalizzati, non una categoria indistinta di “latinos”. Questo orientamento convive con il dissenso della maggioranza degli elettori immigrati verso la gestione complessiva dell’immigrazione da parte di Trump.
Può pesare la difesa della posizione acquisita: chi ha rispettato le procedure e sostenuto sacrifici può temere che nuovi ingressi svalutino il proprio lavoro. La chiusura può anche esprimere il desiderio di appartenere alla comunità che decide: non occorre essere nati nel Paese per identificarsi con il suo “noi”. Sono interpretazioni possibili, che il sondaggio non consente di attribuire a tutti.
Qui acquista forza l’ambiguità della “remigrazione”. Espellere, con procedure e garanzie, chi non ha diritto di soggiorno è diverso dall’allontanare residenti regolari o cittadini ritenuti culturalmente estranei. Confondere gli obiettivi permette di raccogliere insieme richieste di legalità e progetti di esclusione identitaria. Aderire alle prime non significa sostenere i secondi, ma può essere utilizzato per legittimarli.
L’Europa, che invecchia e ha bisogno di lavoratori, non può rispondere soltanto con l’utilità economica dell’immigrazione. Chi sperimenta servizi insufficienti e convivenze difficili chiede interventi nel proprio territorio. I partiti democratici devono dimostrare che governare gli arrivi e sostenere le comunità rende possibile la convivenza entro regole comuni. Minimizzare i problemi alimenta sfiducia; attribuirli indistintamente agli immigrati accredita l’esclusione come unica protezione.
Queste sono soltanto alcune delle dinamiche che aiutano a spiegare l’ascesa delle destre nazional-populiste. Il loro intreccio alimenta un senso di impotenza e irrilevanza anche in ampi settori del ceto medio, un tempo sicuri della propria posizione. In un mondo iperconnesso, gli effetti di crisi economiche, conflitti e trasformazioni tecnologiche si propagano rapidamente e si sommano: diventa difficile comprenderne le cause, individuare le responsabilità e capire come incidere sulle decisioni. Quando i governi presentano le conseguenze come inevitabili, il messaggio percepito è che non possano farci nulla e che la voce dei cittadini non conti. Su questa perdita di fiducia può fare presa chi promette di restituire controllo e protezione.
Trasformare il disagio in consenso richiede un’azione politica: collegare esperienze, indicare responsabili e rendere riconoscibile una soluzione. La comunicazione digitale ripete questa interpretazione attraverso immagini e messaggi brevi; il leader dà un volto alla promessa. Un episodio può diventare conferma di una minaccia generale. Catturare l’attenzione rende più che spiegare costi e conseguenze: il consenso si misura subito, la verifica della realizzabilità può essere rinviata.
I partiti tradizionali hanno spesso separato competenza di governo e rappresentanza sociale, spiegando la necessità delle decisioni senza costruire consenso sulla distribuzione dei sacrifici. Se schieramenti diversi presentano le scelte fondamentali come prive di alternative, l’alternanza sembra cambiare le persone senza modificarne la direzione. Chi promette una rottura acquista un vantaggio prima di dimostrare che cosa saprebbe fare.
L’indebolimento delle organizzazioni territoriali riduce i luoghi dove comporre interessi diversi in impegni verificabili: le richieste diventano umori da misurare. Crescono i “partiti personali”, con identità, simbolo e programma dipendenti dal leader. Berlusconi ne ha offerto una forma compiuta; “la Lega di Salvini” e “il Movimento di Conte” mostrano la diffusione del modello, pur in esperienze differenti. Quando prevale la fiducia nella persona, il suo declino o la sua uscita di scena possono destabilizzare l’organizzazione. Successioni conflittuali e impegni subordinati alle esigenze del capo indeboliscono anche le coalizioni.
I partiti tradizionali hanno oscillato fra delegittimazione morale delle destre nazional-populiste, imitazione delle loro parole d’ordine e fiducia nella normalizzazione attraverso il governo. La prima risposta lascia irrisolti i bisogni; la seconda conferma la spiegazione degli avversari. La terza può funzionare quando coalizioni e vincoli impongono compromessi, ma diventa illusoria se presume automatica la moderazione e trascura i tentativi di indebolire i controlli. Difendere le regole richiede una proposta autonoma di sicurezza economica e sociale.
In Francia Macron ha risposto alla crisi di socialisti e gollisti con un movimento personale capace di raccogliere elettori diversi, senza però ricostruire stabilmente il rapporto con i gruppi che si sentivano penalizzati o trascurati. In quello spazio è cresciuto il Rassemblement national di Marine Le Pen, erede del Front national: una destra nazional-populista che combina restrizioni all’immigrazione, sicurezza e priorità ai francesi nell’accesso a lavoro e prestazioni sociali. La sua forza consiste nel presentare la protezione dell’identità nazionale come risposta anche all’insicurezza economica: chi si sente abbandonato riceve la promessa di tornare al primo posto. La convergenza elettorale per fermarlo può contenerne l’avanzata, ma non risolve quel disagio né equivale a fiducia nel progetto di Macron.
Nel Regno Unito i conservatori hanno cercato di contenere il nazionalismo facendo propria la promessa della Brexit: recuperare il controllo. L’uscita dal mercato unico ha invece aumentato costi e ostacoli agli scambi, penalizzando competitività e crescita. L’Office for Budget Responsibility stima una produttività di lungo periodo inferiore del 4% rispetto alla permanenza nell’Unione. Su questa delusione cresce Reform UK, partito nazionalista contrario all’immigrazione di massa, guidato da Nigel Farage ed erede del Brexit Party. Farage imputa le promesse mancate all’incapacità dei governi di attuare pienamente la Brexit: chi promuove la rottura può raccogliere consenso attribuendone l’insuccesso a chi l’ha realizzata. Inseguire queste forze può legittimarne la lettura dei problemi senza eliminarne la concorrenza.
In Italia le aspettative riposte prima nel Movimento 5 Stelle, poi nella Lega e in Fratelli d’Italia rivelano una persistente domanda di discontinuità, pur in percorsi diversi. Futuro Nazionale, fondato da Vannacci nel febbraio 2026 dopo la rottura con la Lega, intercetta chi considera troppo moderata la destra al governo. Combina radicalismo identitario, chiusura migratoria e orientamento filorusso: riapertura dei rapporti economici ed energetici con Mosca e opposizione alle sanzioni. Quando le promesse incontrano i vincoli del governo, un concorrente può denunciare i compromessi come tradimenti, spingendo i partiti affermati a radicalizzarsi per difendere il consenso anziché spiegare le scelte e rispondere dei risultati.
La Spagna mostra che il declino dei partiti tradizionali non è inevitabile: popolari e socialisti conservano centralità dopo l’ascesa di Vox e Podemos e il riassetto della sinistra. La crescita delle forze radicali non comporta dunque necessariamente la sostituzione dei partiti tradizionali. Il conflitto catalano ricorda però che nazionalismi contrapposti possono alimentarsi reciprocamente.
Le destre nazional-populiste promettono frontiere più chiuse, priorità ai cittadini, autorità più forte e minori vincoli esterni. Possono così accostare aspettative difficili da conciliare: tagli fiscali e maggiori prestazioni senza coperture adeguate, restrizioni migratorie e carenze di manodopera, minori obblighi europei e conservazione dei vantaggi dell’integrazione. Nella loro proposta, il recupero della sovranità dovrebbe risolvere queste contraddizioni.
Rinviare la verifica delle compatibilità non significa però essere privi di progetto. Constanze Stelzenmüller, in The AfD won’t stop with Saxony-Anhalt (Financial Times, 11 settembre 2026), descrive promesse economicamente problematiche e richieste estranee alle competenze regionali accanto a obiettivi precisi su scuola, informazione pubblica e appartenenza nazionale. Il caso mostra come alla vaghezza delle promesse economiche possa accompagnarsi un progetto preciso di riduzione dei controlli e dell’autonomia dell’informazione. Il consenso elettorale può allora essere usato per indebolire gli strumenti con cui cittadini e opposizioni criticano il governo, ne verificano l’operato e competono per sostituirlo.
La sinistra radicale raccoglie soprattutto domande di redistribuzione, casa, salari, servizi e limiti ai poteri economici. Die Linke, nel programma federale tedesco del 2025, insiste su affitti, accesso all’abitazione e ripristino dell’imposta sui grandi patrimoni. A New York Zohran Mamdani ha costruito il successo sul costo della vita: una città prospera può diventare inaccessibile ai suoi abitanti. Questa sinistra privilegia l’accesso ai beni, le destre nazional-populiste l’appartenenza nazionale, pur con differenze interne. Anche le proposte redistributive devono chiarire coperture, competenze ed effetti: la forza della domanda sociale non garantisce l’efficacia delle misure.
Da qui la diversa attrazione del nazionalismo nei territori che si sentono abbandonati e della sinistra radicale in parti delle grandi città: nei primi lo sviluppo sembra avvenire altrove, nelle seconde accanto a sé, senza beneficiarne. Non è una geografia rigida, ma mostra come la crisi delle aspettative alimenti risposte differenti.
La polarizzazione può ridurre ulteriormente la verifica dei programmi. Se l’avversario appare una minaccia assoluta, chiedere conto delle promesse al proprio schieramento sembra indebolirlo, mentre il compromesso diventa cedimento. Non tutte le proposte radicali sono però equivalenti: redistribuzione e restrizioni migratorie non negano di per sé il pluralismo. Il confine è il riconoscimento degli avversari, delle garanzie e della possibilità di perdere. Lo oltrepasserebbe anche una sinistra che rivendicasse la rappresentanza esclusiva del popolo.
La democrazia liberale è minacciata quando i limiti al governo diventano impedimenti da eliminare. La maggioranza deve rispettare diritti, separazione dei poteri e garanzie delle minoranze: deve restare possibile controllare, contestare e sostituire chi vince.
Luigi Ferrajoli, in Crisi e rifondazione della democrazia nell’Unione europea (Questione Giustizia, speciale 1/2024), collega lo spostamento dei poteri economici oltre i confini nazionali alla concentrazione della politica nel leader. Gli Stati faticano a governare mercati globali, mentre i capi cercano legittimazione come interpreti diretti della volontà popolare. Ma chi vince rappresenta una parte, non la società intera. Ridurre i contrappesi interni non accresce necessariamente la capacità di governare l’economia: la restituzione del potere al popolo può tradursi in più potere al capo, minori garanzie e insicurezze irrisolte.
Gideon Rachman, sul Financial Times del 28 settembre 2026, invita però a considerare la resistenza delle istituzioni: sistemi proporzionali, coalizioni e vincoli europei possono contenere le destre nazional-populiste, indurli al compromesso o esporli alla perdita di consenso nel governo. Vincere non assicura libertà d’azione: la rottura può avere costi che gli stessi elettori rifiutano.
La moderazione economica, tuttavia, non garantisce, da sola, il rispetto delle libertà e dei contrappesi istituzionali; escludere le forze radicali dal governo non ricostruisce automaticamente la fiducia nei partiti. Gli strumenti di difesa funzionano se vengono preservati e accompagnati da risposte al disagio. La tenuta istituzionale offre tempo e spazio alla politica, senza sostituirla.
L’Unione può contenere le rotture nazionaliste e restituire alla politica capacità di governo sui problemi sovranazionali. I governi nazionali ne limitano però spesso l’azione: orientano le scelte nel Consiglio europeo e partecipano alla legislazione nel Consiglio dell’Unione. Subordinando il risultato comune al vantaggio nazionale immediato, contribuiscono all’impotenza poi attribuita a Bruxelles. Non esauriscono le responsabilità europee, ma ometterne il ruolo falsifica l’analisi.
Mario Monti, richiamando Schuman (Corriere della Sera, 27 settembre 2026), recupera il senso dell’integrazione: condividere poteri per realizzare ciò che la rivalità fra Stati impediva. La sovranità si misura anche nella capacità di governare problemi oltre i confini.
Il richiamo alle radici europee pone anche il problema dell’uso politico del cristianesimo. Nel colloquio sul volo di ritorno dalla Francia, riportato da Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera, Leone XIV contesta la combinazione fra posizioni di estrema destra e una religiosità che, anche secondo le Chiese cattolica e protestante tedesche, «non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo». Sul piano istituzionale, il punto è la trasformazione della fede in un criterio di appartenenza politica: il simbolo religioso può distinguere chi sarebbe pienamente parte della nazione da chi dovrebbe restarne escluso. All’odio e alla divisione Leone contrappone i valori evangelici e l’impegno dei cittadini nei processi politici per il bene comune.
La frammentazione europea trova sostegni esterni. L’amministrazione Trump ha offerto riconoscimento a interlocutori delle destre nazional-populiste: l’incontro di Vance con Alice Weidel dell’AfD e la visibilità offerta al partito da Elon Musk sono segnali concreti, pur con soggetti e responsabilità differenti. Una grande potenza può trovare conveniente trattare con Stati separati anziché con un’Unione che negozia insieme. Mosca sfrutta opportunisticamente le divisioni per indebolire coesione europea e sostegno all’Ucraina. La crisi nasce anzitutto nelle nostre società.
L’astensione esprime un’altra forma di crisi della rappresentanza. Gli assenti hanno motivazioni diverse, ma il ritiro di gruppi già poco influenti ne riduce ulteriormente il peso. Cresce quello degli elettorati mobilitati: una maggioranza dei voti può rappresentare una quota assai minore degli aventi diritto.
Alle suppletive del 27 e 28 settembre 2026 a Reggio Calabria–Locri l’affluenza si è fermata al 22,34%, senza lo sfondamento di Futuro Nazionale evocato da Vannacci attraverso il paragone con la Sassonia-Anhalt. Paolo Mieli, sul Corriere della Sera del 29 settembre, invita a leggere il non voto come un problema di tutte le forze in campo, incapaci di mobilitare gran parte dell’elettorato. Il risultato misura quindi soprattutto la capacità di portare alle urne i sostenitori più motivati; non rivela le intenzioni degli assenti.
Il mancato sfondamento ridimensiona le aspettative di un successo immediato di Vannacci, senza autorizzare a liquidarne il potenziale. L’AfD ha costruito la propria crescita nell’arco di anni: un percorso diverso, che ricorda quanto sarebbe miope scambiare una debolezza iniziale per irrilevanza duratura. Promesse disattese e problemi ignorati possono offrire nuovi argomenti alle destre nazional-populiste. Né una divisione a destra produce automaticamente consenso a sinistra.
Il rapporto fra astensione e radicalizzazione non è però univoco. In Germania, nel 2025, la crescita dell’AfD si è accompagnata a un’affluenza dell’82,5%, superiore al 2021. Le consultazioni non sono direttamente confrontabili, ma mostrano che le forze radicali possono crescere anche mobilitando elettori. La partecipazione, da sola, non garantisce la tenuta della democrazia liberale: contano i progetti sostenuti e le condizioni per continuare a votare liberamente.
Modificare le regole elettorali a vantaggio della maggioranza può aggravare la sfiducia e accreditare la denuncia populista di partiti che si proteggono dagli elettori. Persino una riforma concepita per contenerli può favorirli politicamente. Chi usa le regole come strumenti di parte indebolisce la democrazia che dichiara di difendere; le stesse destre nazional-populiste, al governo, possono riprodurre la pratica denunciata per consolidare il potere.
La crisi della rappresentanza può dunque alimentare protesta nazional-populista, domanda di redistribuzione o rinuncia al voto. L’esito dipende anche da chi organizza il disagio e dalla credibilità delle risposte. Il rischio illiberale cresce quando la protezione promessa viene sottratta alla verifica e usata per delegittimare i controlli.
Difendere la democrazia liberale richiede di correggere gli errori di chi l’ha governata. I partiti devono ricostruire partecipazione e rappresentanza, chiarendo chi beneficia delle decisioni e chi ne sostiene i costi. Ogni promessa va giudicata insieme agli strumenti per realizzarla e alle garanzie per controllare e sostituire chi governa.
Il rischio più grave è che la paura renda accettabile un potere meno controllabile prima che ne sia stata dimostrata la capacità di proteggere. È su questo scambio che si misura il futuro della democrazia europea.
PAOLO POLETTI
