ESPLOSIONE AL PORTO DI BEIRUT 2020. Analisi dell’Inchiesta Più Temuta da Hezbollah.
di DELFINA ANGELONI ♦
il dossier libanese potrebbe procedere di nuovo da quest’anno 2026 sfidando il potere amministrativo e politico della pericolosa milizia sciita in Libano.
Estate 2020. L’ emergenza pandemica sembra essere l’unico grande evento in grado di alimentare risentimento e reazioni divisive nella popolazione Europea. Fino a quando nell’ hangar 12 del porto di Beirut il 04 Agosto di quell’ anno alle 18:07 ora locale, si infiammano più di 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio. Il componente esplosivo, usato anche nell’ industria civile per produrre fuochi di artificio e nell’ industria mineraria si è infiammato in circostanze poco chiare. Le autorità libanesi hanno sostenuto che a quell’ ora si stavano svolgendo dei lavori di manutenzioni straordinari e alcune operazioni di saldatura potrebbero aver contribuito a generare le fiamme. Il calore generato dalle fiamme produce i gas necessari alla detonazione delle componenti chimiche del materiale stipato. L’ esplosione genera un’onda d’ urto supersonica che a circa 3.000 m/s di velocità distrugge interi quartieri della capitale, con più di 200 decessi registrati, più di settemila feriti e trecentomila sfollati.
Numerosi quartieri tra i quali il quartiere a forte presenza armena di Bourj Hammoud e il centro della capitale hanno subito danni urbanistici stimati in odine dei miliardi.
Il carico, che l’inchiesta principale accerterà essere stato stipato senza osservare i protocolli di sicurezza del caso, proveniva da una nave mercantile entrata in porto a Novembre del 2013 e il cui carico viene stipato nell’ hangar 12 sei anni prima dell’esplosione. La nave rimarrà ferma nelle acque del porto abbandonata dal suo armatore e manutenuta con difficoltà dal suo equipaggio per poi affondare senza nessuno dei suoi membri e vuota nel 2018. IL relitto della MV Rhosus, questo il nome del cargo, si trova ancora sul fondale del porto della capitale libanese.
Ma è anche nel delicato tragitto che avrebbe dovuto compiere il cargo, in quello che effettivamente ha compiuto e nelle sue particolari condizioni strutturali e finanziarie di navigazione che si intravedono scomodi accordi e frastagliate realtà politiche in Medio-oriente secondo le due inchieste principali che si intrecciano sul caso.
Il Cargo, di fattura giapponese e costruito nel 1968 come cargo generico, aveva ottenuto l’idoneità di navigazione da una società georgiana ed era partito nel settembre del 2013 dal porto di Bitumi in Georgia al confine transcaucasico con la Turchia sulle sponde del Mar Nero. La sua destinazione ufficiale è Beira, in Mozambico, 700 km a Nord-Est di Maputo, dove il carico doveva essere consegnato ad una società portoghese che tratta la lavorazione del materiale esplosivo ufficialmente per scopi civili. Dopo aver attraversato il Bosforo ed essere poi giunta nel Mar Egeo, la Mv Rhosus con issata la bandiera di comodo moldava, viene fermata una prima volta al porto greco del Pireo ed è costretta a far scalo a Beirut per emergenze strutturali che ne compromettono l’idoneità di navigazione, una delicata situazione debitoria del suo armatore e locatario russo e alcune questioni legate al pagamento del suo futuro passaggio nel canale di Suez per raggiungere le coste del Mozambico.
Quando la Nave entra al porto di Beirut è il 20 Novembre del 2013, appena un mese dopo la partenza dalle coste georgiane. Il suo armatore e possibile locatario è Igor Grechuskin, imprenditore russo di cittadinanza cipriota. L’ equipaggio della nave è composto da membri russi e ucraini. Grechuskin è il primo ad abbandonare il cargo a causa di una preoccupante posizione debitoria che riguarda la nave e il New York Times ha attestato la grave situazione di difficoltà dell’equipaggio a bordo, impossibilitato a scendere per questioni legate alla normativa sull’ immigrazione e costretto a tenere a galla il cargo lottando per la sopravvivenza fino a poco prima dello scarico del nitrato d’ammonio e successivo stoccaggio in porto. Una delicata operazione di rete consolare ha successivamente consentito il reimpatrio dei membri dell’equipaggio. Il cargo affonderà nel 2018 e sei anni dopo averlo stipato in porto, il suo carico esploderà nell’ hangar 12 il 04 agosto del 2020.
La pericolosità del contenuto dell’hangar 12 era già stata segnalata dalle autorità doganali libanesi nella sua custodia non sicura, con impossibilità di vendita e smaltimento e la prima inchiesta sul caso vedrà coinvolti vertici politici e militari del governo, fra i quali ministri e funzionari dell’esercito indagati per negligenza criminale e omicidio colposo non essendosi occupati del pericolo nonostante numerosi avvertimenti. La bandiera moldava, di comodo, che il cargo batteva, ha reso ancora più opaca la responsabilità giuridica di questo tragico evento, rimpallata tra giurisdizioni internazionali differenti.
Il giudice libanese che si sta occupando dell’inchiesta, arrivato in sostituzione di Fadi Sawanan, si chiama Tarek Bitar e ha incontrato enormi difficoltà all’ interno del sistema politico libanese che ne ha ostracizzato e paralizzato ogni passo avanti, minacciando e attentando alla sua stessa vita in alcuni casi. Bitar ha accusato e incriminato ex ministri e alti ufficiali dell’esercito del partito sciita Amal e legati al gruppo armato sciita Hezbollah. Gli scontri armati che hanno seguito questi eventi e l’accusa di faziosità per Bitar da parte dell’elité politica libanese sono la testimonianza del forte contesto istituzionale di corruzione in cui versa il Libano.
Per bloccare il lavoro del magistrato sono arrivate numerose richieste di ricusazione e lo sfruttamento dell’immunità politica da parte di alcuni degli accusati. Secondo Amnesty International la magistratura e i partiti al potere hanno rifiutato di eseguire i mandati di cattura dichiarando più volte l’illegittimità degli atti. Bitar dirige le indagini dal 2021, quando il suo predecessore Sawanan è stato rimosso dopo aver incriminato figure apicali e di primo piano della politica libanese di quegli anni. Le accuse formali per negligenza criminale, omicidio colposo e abuso di diritto dell’inchiesta di Bitar sono presto arrivate anche per l’ex primo ministro Hassan Diab e gli ex ministri Ali Hassan Kalil e Ghazi Zaiter, questi ultimi legati al partito sciita Amal. Per rimuovere Bitar dall’ incarico sono stati fatti venticinque ricorsi legali e l’inchiesta è stata paralizzata per anni.
Nel Gennaio del 2023 Bitar tenta di incriminare il procuratore generale Ghassan Oueidat, che in risposta accusa il giudice di insurrezione contro la giustizia e ordina il rilascio di tutti i detenuti legati al caso.
A Marzo di quest’ anno, 2026 Bitar è riuscito a chiudere l’istruttoria formale e a consegnare il prezioso dossier al nuovo procuratore complice anche il recente cambio di governo con Nawaf Salam e le forti pressioni dell’ Unione Europea, ma l’impunità è ancora un duttile strumento nelle mani delle elité e le accuse di politicizzare l’ inchiesta da parte del partito sciita Amal e del gruppo armato Hezbollah continuano a diffondere preoccupazione nelle associazioni dei familiari delle vittime e a seminare pericolosi assestamenti di equilibri all’ interno della politica libanese.
Il sistema del confessionalismo politico nelle istituzioni del Libano utilizza l’impunità sistemica come forma di auto-protezione e la magistratura non è un organo indipendente, ma manovrato e direzionato dalla politica. La configurazione di questo equilibrio prevede quote fisse per la rappresentanza istituzionale di cristiani, musulmani sciiti e sunniti. Ma colpire una carica istituzionale o un rappresentante di una di queste fazioni significa un attacco diretto alla comunità che rappresenta.
In merito all’ esplosione l’allora presidente della Repubblica Michael Aoun ha dichiarato pubblicamente “era troppo tardi” in riferimento alle segnalazioni di pericolosità ricevute e al mancato intervento delle istituzioni rispetto al nitrato di ammonio immagazzinato al porto.
L’ex capo di governo Hassan Diab ha dichiarato di essere stato dissuaso dall’ invio di unità ispettive presso l’hangar 12 prima dell’esplosione senza fornire però nessun nome.
Il carico, stimolato dalle fiamme dell’incendio di cui non sono state accertate le cause, è esploso dopo uno stoccaggio non sicuro e la mancanza di protocolli per il raffreddamento. Nella negligenza forse volontaria delle istituzioni del paese.
Numerose le morti sospette dopo l’esplosione che gettano ombre ancora più pesanti sulla vicenda. Una è quella dello storico e analista Lockman Mohsen Slim che aveva pubblicamente accusato hezbollah e i suoi legami con il partito siriano Ba’ath di allora, con Bashar Al-Assad, come responsabili dell’esplosione.
L’ attuale ministero della Giustizia Libanese ha rassicurato la popolazione sulla formulazione ufficiale dell’atto di accusa dal dossier nei prossimi mesi di quest’anno.
Il carico, secondo il poco emerso dall’ inchiesta del giudice Bitar, era diretto alla Siria di Bashar Al Assad così come ad Hezbollah come intermediario. L’ex dittatore siriano è accusato di aver aggirato le sanzioni statunitensi per ottenere il nitrato d’ammonio con il quale riempire i barili da lanciare contro la popolazione siriana che si opponeva al suo sanguinario regime.
Il 2013 è stato un anno cruciale per la guerra civile siriana. A giugno del 2013, appena due mesi prima l’entrata del cargo al porto di Beirut, la guerra in siria fu un’occasione di accordo militare proprio con hezbollah nella battaglia di Qusayr. Grazie a questa alleanza con hezbollah, l’esercito del regime siriano riuscì a sconfiggere i ribelli riconquistando una zona di confine con il libano fondamentale per l’approvvigionamento della stessa Hezbollah.
È realistico credere, in una analisi del contesto storico-politico nel quale inserire l’inchiesta che hezbollah abbia potuto mediare per l’acquisto illecito del nitrato di ammonio da parte del governo di Bashar Al Assad, anche a seguito della strage di damasco del 21 Agosto del 2013 con centinaia di morti durante la quale il regime utilizzò il gas nervino contro la popolazione controllata dai ribelli. Uccidendo moltissimi bambini.
Ad un passo dall’ intervento internazionale congiunto guidato dall’ America è la Russia di Putin a mediare e la Siria proprio a settembre 2013, alla partenza del cargo dalla Georgia, aderisce alla convenzione sulle armi chimiche e al successivo monitoraggio dell’OPAC per la distruzione del suo arsenale.
La parte a Nord dell’isola di ciprio è una repubblica turca riconosciuta formalmente solo dalla Turchia e sostenuta economicamente e sul piano della sicurezza dal governo di Ankara. Secondo la preziosa inchiesta dell’Organized Crime And Corruption Reporting Project dietro una fitta rete di ombre finanziarie e di società di comodo ad essere il vero proprietario della Mv Rhosus sarebbe un imprenditore turco cipriota.
Il suo nome è Charalambos Manoli attuale presidente della camera di commercio e dell’industria di Famagosta. Imprenditore e ingegnere navale riconosciuto a livello internazionale Amministratore delegato della Acheon Akti Navigation. Manoli avrebbe affittato il cargo proprio all’imprenditore e armatore russo Igor Grechuskin ma i due si sarebbero trovati prima in enormi difficoltà finanziarie e poi in una condizione debitoria pesante, in ordine di alcuni milioni, riferibili ad un prestito ricevuto da Manoli dalla FBME Bank la Federal Bank of Lebanon Middle Est.
L’ istituto di Credito con sede in Tanzania fu successivamente sanzionato dal governo degli Stati Uniti che ne attestarono il riciclaggio di denaro e la custodia di fondi illeciti proprio per conto di Hezbollah.
Manoli avrebbe anche costruito una fitta rete di documenti presso società in paradisi fiscali per offuscare e disperdere la sua identità come reale proprietario del cargo.
A Settembre del 2025 presso l’aeroporto di Sofia viene arrestato con un Red Notice di mandato di cattura internazionale Igor Grechuskin, l’armatore russo del cargo. La Bulgaria non ha concesso l’estradizione a causa della pena di morte in libano e alla mancanza di tutele in merito all’esecuzione della pena contro Grechuskin da parte del governo libanese. Il giudice Tarek Bitar è riuscito ad interrogarlo poco prima della sua scarcerazione e liberazione definitiva da parte delle autorità bulgare.
Secondo l’inchiesta del network dell’Organized Crime la destinazione ufficiosa del carico in Mozambico non sarebbe priva di ombre. La società portoghese alla quale era destinato formalmente parte del carico sarebbe stata trovata connivente con il rifornimento dei componenti chimici necessari agli attentati ai treni di Madrid 2004 che furono ricondotti alla matrice islamista e di ispirazione ad Al-Qaeda.
Analizzando il contesto storico-politico nel quale si è verificata l’esplosione è possibile che a ridosso delle operazioni di monitoraggio dell’Opac sul disimpegno del suo arsenale chimico, il regime di Bashar Al-Assad possa aver deciso di acquistare il nitrato di ammonio dal governo russo aggirando le sanzioni americane. Tramite il Cargo di Manoli e Grechuskin e la mediazione di Hezbollah. Vessati da una preoccupante posizione debitoria e forse vittime di un crollo strutturale del vecchio cargo partito con una dubbia certificazione di idoneità alla navigazione ad hoc georgiana, i due sono costretti a preventivare una tappa al porto di Beirut. Forse anche per ingiunzione degli stessi gruppi sciiti che operano la mediazione.
La ferma e cruda opposizione alle indagini sull’ esplosione da parte del partito di Amal e delle milizie di Hezbollah, conferma il legame storico con la Siria di questi gruppi e la loro preoccupazione che i loro vertici potessero essere incriminati. È possibile credere che in questo senso che le fiamme dell’incendio vicino all’ hangar 12 fossero di natura dolosa e che il tentativo fosse quello di eliminare le prove degli accordi con il governo siriano del 2013. Le cause dell’incendio che provocato l’esposione, infatti, non sono state ancora chiarificate.
La gendarmeria francese ha escluso, grazie ad alcune analisi chimiche sul cratere dell’esplosione il coinvolgimento del governo israeliano con un attentato. L’Ipotesi è stata comunque oltremodo speculata.
Durante la guerra civile libanese tra il 1975 e il 1990 si sono consolidati i rapporti fra il partito sciita libanese di Amal e il governo siriano per il controllo della comunità sciita e in particolare degli alawiti siriani.
Il gruppo armato hezbollah è ad oggi, una delle potenti braccia di intervento del regime sciita iraniano in Medio-oriente.
La sua storia moderna si è sempre intrecciata, non senza momenti di frizioni e scontro con il partito Amal e Beirut è una città ancora oggi percorsa dalle camionette dei miliziani di Hezbollah che controllano la comunità, spesso anche fornendo supporto economico e di difesa alla popolazione.
Il governo israeliano di Benyamin Netanyahu progetta lo smantellamento di questa milizia caldeggiato da Donald Trump che è interessato ad indebolire il regime degli Ayatollah per il controllo del Medio-Oriente e il ripristino del passaggio ad Hormuz. Le Red Line imposte da Theran per un accordo sono l’eliminazione delle sanzioni e nessun passo indietro sul nucleare.
Ma gli interessi del regime iraniano per riaffermare un posizionamento meno circoscritto ai suoi confini in Medio-Oriente si muovono anche sul confine fra Libano e Siria.
In attesa dei capi d’accusa per l’esplosione al porto di Beirut che dovrebbero portare giustizia a più di duecento vittime e settemila feriti, colpire l’Iran potrebbe rivelarsi un’operazione americana consapevole della sua inferiorità di strumentazione d’arma sul campo e più protesa ad un annichilimento delle forze militari di Hezbollah sul piano politico e di rappresentanza.
La delicata inchiesta del giudice Tarek è minacciata su entrambi i fronti; la resistente elité politica e militare libanese e la narrazione di giustizia chiesta dall’ occidente che potrebbe rivelarsi un potente strumento di indebolimento politico e discredito di Hezbollah agli occhi degli stessi libanesi.
DELFINA ANGELONI
