Jason Araday, un cittadino al di sopra di ogni sospetto.
Il giovane sociologo professore a Cambridge, morto in circostanze sospette il 14 Agosto 2026 a Londra.
di DELFINA ANGELONI ♦
Il caso dell’accademico britannico Jason Araday, professore e sociologo della prestigiosa Università di Cambridge sta avendo tra accademie europee e tessuto sociale che opera le battaglie sui diritti, una risonanza mediatica notevole. Morto in circostanze sospette per quello che è stato dichiarato un suicidio nella sua casa di Battersea a Londra pochi giorni fa, Jason Araday ha rapidamente assunto di sé, grazie ad una fulminea carriera accademia e a molte difficolta dovute al suo autismo con diagnosi di ritardo nello sviluppo globale da bambino, tutte le declinazioni identitarie più succulente e appetibili per poter erigere tra le aule e i corridoi della prestigiosa Università il vessillo della battaglia sui diritti delle minoranze. Siano esse legate all’appartenenza di genere o a forti handicap, sono state la materia fondativa e il motore delle sue ricerche e delle sue pubblicazioni. Compresa una autobiografia. Accusato da Cambridge di plagio, alterazione dei dati e di aver mentito sui suoi titoli accademici e su fatti personali riportati nella sua biografia, gli è stata tolta la cattedra poche settimane prima della sua misteriosa scomparsa.
I corridoi di quella che appena dieci anni fa era un’istituzione britannica fatta di numerosi scogli fra esami, ricerche e colloqui prima di poter accedervi, si sono trasformati nella frenesia di voler comprendere e dare forma alla vera identità di quest’uomo.
La questione della politicizzazione delle proprie appartenenze identitarie di qualunque tipo, etniche, religiose, di genere è uno strumento pericoloso nelle mani della bandiera politica di turno. La destra vi cuce insieme l’epopea della purezza e la sinistra ne mastica le istanze più sentite per declinazioni elettorali favorevoli senza mai intervenire veramente sul tessuto sociale della comunità. Vien da chiedersi se essere autistici, omosessuali o induisti sia veramente una proclamazione di esistenza destinata alla crudele fagocitazione politica di intenti e alla sua rapida masticazione istituzionale con lenta digestione omologante ed espulsione finale dai circuiti del pensiero sociale critico e dalla costruzione di una consapevolezza di comunità orizzontale.
George Orwell nel suo romanzo “La Fattoria degli Animali” ha usato questo paradosso anche per parlare di comunismo, ma il coerente e ragionevole tentativo di queste istanze di decostruire la villa comoda dove siede e mangia il patriarcato in salotto, potrebbe essere destinato a passare dalla fattoria di sfruttamento delle minoranze al sedersi a desinare proprio alla stessa tavola alla quale oggi siedono i padroni. Troverebbero una tavola già imbandita dalle sapienti braccia di un sistema politico disposto a fare di queste ragionevoli istanze, appunto, carne da porco.
Esiste dalla prima parte del nuovo millennio, una indole politicizzata e facile alla politicizzazione partitica di istanze per i diritti che hanno in una loro caratteristica comune la loro più grande fragilità. La loro natura affermativa e poco dialogica. Se occorre decostruire un sistema sociale chiuso, omologante e impositivo intaccato dal patriarcato, occorre anche declinare queste istanze non solo come “il mio, il nostro diritto” ma come il mio “dovere verso l’altro”. In perfetta armonia con una relazionalità dialogica di qualunque tipo. Doveri dell’etero per gli omosessuali. E doveri degli omosessuali per gli autistici. Intendendo evidentemente come dovere, il dovere di battersi per i diritti altrui anzitutto. Il dovere di integrare l’altro in una rappresentanza che non lo escluda come oggi la fagocitazione politica delle istanze ha ben compreso, fino alla loro corto circuitazione. Altrimenti dovremmo essere tutti d’accordo che in molte aziende i contratti di assunzione prevedano una percentuale destinata alla categoria di genere, solo per il fatto di appartenere a quella categoria.
E, sempre seguendo l’onda affascinante dei blasoni e delle etichette sociali, dovremmo essere tutti d’accordo che Jason Araday si è tolto la vita perché pressato dal mondo accademico e accusato ingiustamente. Ma la realtà è sempre più complicata e densa di così. In un mondo in cui l’utilizzo dell’intelligenza artificiale viene compreso e integrato anche presso i più prestigiosi istituti universitari Europei, le accuse, le dicerie e i presunti smascheramenti contro Jason Araday assumono uno spessore diverso. Potrebbe essere tutto vero. O potrebbe essere tutto drammaticamente falso quello del quale lo si accusa, forse anche solo perché frutto di una spietata antipatia da aula per la quale questi plessi internazionali sono famosi. Perfino la costruzione di Jason Araday come fenomeno mediatico potrebbe risultare una architettura politica di un disegno politico preciso.
Quanto rileva, conta, si afferma sul resto, definisce l’identità e il successo della persona che questa sia autistica o meno? E, visto che conta molto in un sistema come quello occidentale dove le disabilità sono ostacolate e vessate da difficoltà quotidiane per esigenze minime, basta essere autistici e neri per entrare a far parte del corpus docenti di Cambridge per cambiare le cose?
Circoscrivere la funzionalità della propria identità, il motore dei propri studi e il frutto delle proprie ricerche alla manifestazione del proprio autismo non è forse una forma di etichetta autopatologizzante? Se Jason Araday non è un fenomeno mediatico costruito a tavolino e magari anche cucito su una identità reale, vien da chiedersi chi abbia consentito fra le politiche sociali e politicizzanti di Cambridge che la sua sofferenza venisse sfruttata, fagocitata, masticata e poi gettata via al primo caffè caduto inappropriatamente sulla ventiquattrore del collega.
L’ io politico della società contemporanea è il più possibilmente isolato e messo a tacere e in questo senso financo le sue appartenenze più vessate e minoritarie vengono cucite sulle bandiere, pur di fagocitarne intenti ed istanze. Si noti inoltre come battaglie come quella femminista o quella LGBTQ tendano a fondarsi su linee di declinazione ideologica per lo più esclusivamente decostruttiviste.
A seguito dei recenti terribili femminicidi del periodo di Capodanno di quest’anno, vien da chiedersi quanto la politica, l’informazione e le istituzioni stiano remando contro ad una immagine dialogica, compresa e integrata della donna in favore invece di una sua vittimizzazione storicizzata. Se le donne sono state delle vittime non è politicamente coerente e comunicativamente giustificabile offrire dei quadri che sono l’idillio della vittimizzazione dell’intera categoria. L’ intervento punitivo sugli aggressori e una campagna di sensibilizzazione che possa offrirne un quadro anche sfaccettato della loro terribile condizione di disagio, potrebbe più efficacemente sedimentare linee ideologiche costruttiviste che decostruiscano l’uomo per favorire la condizione della donna. Ad oggi, quanti uomini eterosessuali sfilano alle manifestazioni femministe? Alcuni Centri Antiviolenza li hanno contati sulle dita di una mano, purtroppo.
In un mondo nel quale il dovere sociale di riconoscimento che ti devo, è sintesi di relazionalità. Senza vittimizzazioni, fagocitazione politiche di istanze ed etichette dal colore giusto che qualcuno ci ha convinto, sono un tesserino perfetto per superare ad oggi i cancelli di Cambridge. Tanto poi si vedrà.
DELFINA ANGELONI
