L’eclissi della democrazia: tecno-feudalesimo e l’ideologia della Silicon Valley.
Piattaforme proprietarie, algoritmi invisibili, rendita sui dati: perché il potere dei colossi della Silicon Valley sta trasformando i cittadini in nuovi servi digitali.
di MASSIMO COZZI ♦
Introduzione: il tramonto dell’illusione orizzontale.
L’avvento della rete digitale era stato salutato come la più grande promessa di democratizzazione e decentralizzazione della storia umana. L’utopia originaria dell’architettura di rete considerava il cyberspazio come una piazza virtuale orizzontale, un bene comune privo di potere egemonico. Tuttavia, a distanza di pochi decenni, quel paradigma è stato, completamente, ribaltato.
Non viviamo più nell’alveo del capitalismo classico o della semplice “società dell’informazione”, ma stiamo assistendo all’affermazione di una nuova struttura sociale ed economica: il tecno-feudalesimo.
Uno sparuto numero di grandi aziende tecnologiche, soprattutto, statunitensi – i moderni feudatari del silicio – hanno recintato il cyberspazio, trasformando l’infrastruttura di comunicazione e di produzione globale nel proprio feudo privato. In questo scenario, la nozione stessa di sovranità politica e cittadinanza democratica viene, progressivamente, svuotata di ogni significato.
Dalla rendita al feudo: la logica del tecno-capitalismo.
Per comprendere la natura del feudalesimo tecnologico, dobbiamo guardare alla trasformazione della natura stessa del capitale. Se il capitalismo industriale classico accumulava ricchezza attraverso la produzione di beni e lo sfruttamento del lavoro salariato all’interno di un mercato concorrenziale, il tecno-feudalesimo opera attraverso la conquista e la recinsione delle piattaforme.
* Nota dell’autore. Avevo scritto queste considerazioni come commento alla recensione, a cura di Patrizio Paolinelli, del libro di Alessandro Mulieri: “TECNOMONARCHI. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia”. Donzelli editore, ma ho, poi, deciso di farne un articolo per il blog. Ho letto, successivamente, su “Spazioliberoblog” il contributo di Paola Ceccarelli: “Gli americani odiano i data centers”, che cito per l’analisi allarmante dei dati riportati e, soprattutto, perché evidenzia i siti dei data center negli Stati Uniti (più di 2500), localizzati non solo nella Silicon Valley (160), ma nella Virginia del Nord (300), a Dallas (150) e in altre piccole e grandi realtà dei campus statunitensi, a dimostrazione di un fenomeno – ormai largamente diffuso, ma concentrato nelle mani di pochi individui – la cui gestione democratica appare sempre più difficile e complicata, alla luce delle sue evidenti implicazioni politiche antidemocratiche.
Le grandi piattaforme digitali (Apple, Alphabet/Google, Meta, Amazon, Microsoft) non sono semplici attori di mercato: sono il mercato; funzionano come vera e propria terra d’impianto o infrastruttura primaria su cui tutti gli altri soggetti economici devono transitare per poter operare.
Proprio come i signori feudali medievali esigevano un dazio dai contadini per far passare il grano sul proprio ponte, i colossi delle piattaforme digitali applicano una tassa (in termini di commissioni fisiche, dati o visibilità) a chiunque intenda vendere, comunicare o persino esistere nello spazio pubblico contemporaneo.
Gli utenti non sono più semplici consumatori, ma “servi digitali” (digital serfs). Attraverso ogni interazione, clic, reazione o ricerca, essi producono, gratuitamente, la materia prima più preziosa del nostro tempo: il dato; è questo flusso incessante di informazioni che alimenta gli algoritmi di apprendimento e consolida il monopolio del feudo.
La tecno-oligarchia e la privatizzazione della sfera pubblica.
Negli Stati Uniti, la concentrazione di ricchezza e potere conoscitivo nelle mani di pochi individui ha generato una vera e propria tecno-oligarchia. Questa élite non esercita il proprio potere solo sul piano economico, ma erode direttamente le prerogative tradizionali dello stato-nazione.
La gestione della sfera pubblica, storicamente garantita dalle costituzioni e dal dibattito democratico è, oggi, largamente affidata ai Termini di Servizio privati. Sono gli algoritmi prorpietari a decidere cosa debba diventare virale, cosa vada oscurato “shadowbanning” e quali argomenti definiscano l’agenda politica globale. La censura non è più un atto conteso in un tribunale, ma una scelta di codice eseguita in frazioni di secondo a centinaia di migliaia di chilometri di distanza.
Il potere politico formale appare sempre più subordinato a quello tecnologico. Dalla gestione dei dati sanitari e finanziari fino alle telecomunicazioni strategiche e alla difesa (si pensi alla dipendenza di interi paesi da infrastrutture cloud private o reti satellitari proprietarie), lo stato-nazione abdica, a favore di fornitori privati, il controllo dei propri asset strategici.
L’architettura ideologica della Silicon Valley.
Nessun potere egemonico si regge sulla sola forza economica o sulla supremazia infrastrutturale; esso necessita di una cornice filosofica e culturale che ne legittimi l’esistenza e l’espansione. L’ideologia della Silicon Valley rappresenta una costruzione teorica complessa, affascinante e, al contempo, profondamente contraddittoria, prodotta dalla singolare fusione tra due correnti storicamente opposte: la controcultura individualista e libertaria degli anni Sessanta del ‘900 e il liberismo radicale di stampo neoliberista.
Da un lato, il mito fondativo del Big Tech eredita dalla controcultura l’aspirazione all’emancipazione individuale, il rifiuto delle gerarchie tradizionali e la promessa di una democratizzazione del sapere attraverso la rete. Dall’altro, questa spinta ideale viene integralmente riassorbita e declinata nelle logiche del mercato globale, sfociando in una fede incondizionata nel libero mercato, nella “deregulation” e nel primato dell’impresa privata rispetto allo Stato. Il risultato è un’epistemologia politica in cui l’innovazione tecnologica non è più considerata uno strumento al servizio della società, bensì un valore etico e politico superiore, in grado di sostituire del tutto le istituzioni pubbliche.
Il soluzionismo tecnologico.
All’interno di questo solco ideologico si innesta il concetto di soluzionismo tecnologico, teorizzato da Evgeny Morozov. Il soluzionismo è la convinzione dogmatica secondo cui ogni problema umano, sociale, politico o economico possa essere ridotto a una mera inefficienza di sistema, risolvibile mediante l’applicazione di algoritmi, codice software e piattaforme digitali.
La complessità sociale viene iper-semplificata. Questioni complesse come la disuguaglianza sociale, la crisi della democrazia rappresentativa, la gestione della salute pubblica o l’struzione vengono de-politicizzate; non sono più intese come il risultato di confliti d’interesse, scelte etiche o decisioni storiche, ma come semplici “bug” informatici o processi “sub-ottimali” da ottimizzare. Questo approccio depoliticizza la realtà: elimina il confronto sociale e la mediazione democratica, sostituendoli con soluzioni ingegneristiche imposte dall’alto.
Nel modello soluzionista, la politica – intesa come spazio di mediazione, dibattito pubblico e confronto democratico – viene vista come uno spreco di tempo inefficace e obsoleto. L’algoritmo offre una risposta neutra, oggettiva, immediata, eliminando la necessità del consenso o della partecipazione democratica.
Lo stato-nazione abdica alle sue funzioni, demandando la soluzione dei problemi collettivi ad app, infrastrutture cloud private o reti satellitari proprietarie; lo stato-nazione rinuncia progressivamente alla propria sovranità. La gesione del bene comune viene così trasferita a un’oligarchia tecnologica privata che risponde solo ai propri azionisti.
Il soluzionismo tecnologico, pertanto, non si limita a proporre strumenti innovativi, ma ridefinisce la natura stessa della democrazia: una democrazia svuotata della sua dimensione politica, ridotta a pura fruizione di servizi digitali erogati da parte di feudi tecnologici privati.
Messianismo, transumanismo e lungo-termismo.
L’ideologia della Silicon Valley non si limita a proporre modelli economici o soluzioni informatiche: essa si configura come una vera e propria fede secolare, dotata di una visione escatologica (cioè del destino ultimo dell’umanità) e di una casta di “sacerdoti” rappresentata dai grandi tecnocrati e visionari. Per comprendere la portata di questo fenomeno è necessario prendere in esame i tre concetti fondamentali che costituiscono la filosofa di questa narrazione.
Il messianismo.
Il messianismo è la convinzione che i leader del settore tecnologico non siano semplici imprenditori, ma veri e propri “salvatori” investiti della missione di redimere l’umanità dai suoi mali storici: malattie, povertà, inefficienze e persino la morte.
Il messianismo si manifesta attraverso una narrazione epica in cui la tecnologia è l’unico mezzo di redenzione. Il profitto aziendale viene così rietichettato come “bene superiore”.
Se i leader tecnologici si percepiscono come messianici, ogni tentativo di regolamentazione statale o controllo democratico viene visto non come una legittima garanzia dei cittadini, ma come un ostacolo burocratico che frena la salvezza dell’umanità.
Il transumanismo.
Il transumanismo è la corrente culturale e filosofica che promuove l’uso della tecnologia (intelligenza artificiale, tecnologie, ingegneria genetica) per potenziare le capacità fisiche e cognitive dell’essere umano, fino ad abbattere il suo limite supremo: l’invecchiamento e la morte.
In questa visione, la natura umana è considerata un “hardware” obsoleto da aggiornare. L’obiettivo ultimo è la fusione tra uomo e macchina o il caricamento della coscienza su supporto digitale “mind uploading” (caricamento della mente), basato sul presupposto che la mente, la memoria e la coscienza siano processi computazionali.
Se il potenziamento delle capacità fisiche e cognitive umane diventa una merce di mercato accessibile solo alle élite economico-tecnologiche, si rischia di creare una frattura biologica prima ancora che sociale: una classe di “iper-umani potenziati” contrapposta a una massa di “non potenziati”.
Il lungo-termismo.
Il lungo-termismo è un’ideologia etica particolarmente diffusa tra i miliardari del tech, essa rappresenta forse la costruzione più insidiosa. Nascosto dietro la maschera di una responsabilità cosmica per il destino della specie, il lungo-termismo sostiene che la priorità morale assoluta debba essere la salvaguardia dell’umanità nel futuro remoto, garantendone l’espansione e la digitalizzazione su scala galattica.
Se l’unica cosa che conta è prevenire il “rischio esistenziale” della specie sul lunghissimo periodo, questioni urgenti come la povertà globale, la giustizia sociale, la malasanità o l’accesso all’istruzione diventano dettagli insignificanti.
In questa prospettiva, concentrare enormi risorse economiche, energetiche e intellettuali sullo sviluppo di super-intelligenze artificiali o sulla corsa allo spazio è moralmente più imperativo che curare le disuguaglianze odierne.
Se per costruire l’utopia cosmica è necessario accettare, oggi, lo sfruttamento, l’inquinamento o la perdita di diritti individuali, il lungo-termismo fornisce una giustificazione etica al costo sociale presente: al sacrificio dei diritti e del benessere delle generazioni attuali in nome di un’utopia futura; permette ai grandi oligarchi del tech di dipingere la propria accumulazione di ricchezza non come cupidigia, ma come la necessaria risorsa finanziaria per salvare il futuro dell’umanità; di giustificare il proprio impegno, perché finalizzato alla sopravvivenza della specie su scala cosmica.
L’esito di questa impostazione è una profonda de-politicizzazione del presente. Problemi drammatici ed imminenti, dalla crisi climatica, alle disuguaglianze sociali, fino alla tenuta dei sistemi democratici, vengono derubricati a banali rumori di fondo rispetto all’utopia tecnologica futura.
Per le élite del Big Tech, il lungo-termismo funziona come un perfetto dispositivo di assoluzione: giustifica l’assenza di regole nel presente, dipinge la concentrazione di potere privato come un bene supremo per la specie e svuota la democrazia, sostituendo i bisogni reali dei cittadini con le proiezioni astratte di un futuro remoto.
Conclusioni.
Il tecno-feudalesimo pone la democrazia contemporanea di fronte a una svolta esistenziale. Se il potere di decidere come comunichiamo, come ci informiamo e cosa facciamo è concentrato nelle mani di pochissimi attori privati, la cittadinanza rischia di ridursi a una mera condizione di utenza.
Per evitare che la notte del feudalesimo digitale si consolidi definitivamente, non basta una vaga regolamentazione del mercato, è necessaria una vera e propria riappropriazione politica dello spazio tecnologico:
– riconoscere le infrastrutture digitali essenziali come beni comuni globali;
– sviluppare modelli di sovranità digitale che restituiscano alle comunità il controllo sui propri dati e sui propri algoritmi;
– riaffermare il primato dell’etica, del confronto democratico e della filosofia sul determinismo tecnologico.
La tecnologia non è un destino ineluttabile, ma un manufatto umano e politico. Scegliere se usarla come strumento di emancipazione o subirla come struttura di dominio è la grande sfida politica del nostro secolo.
Il potere dirompente della tecnica moderna e il cieco automatismo che essa impone rendono cogente il concetto di responsabilità intesa come principio fondamentale di una nuova etica, da identificare in un’etica della salvaguardia (soprattutto nei riguardi delle future generazioni) e della prevenzione: un’etica che diventi diritto, da contrapporre al tionfalismo tecnologico del progresso e della crescita illimitata del profitto e dell’efficienza a ogni costo.
MASSIMO COZZI
Bibliografia:
- Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, trad. it. La Nave di Teseo, Milano, 2023.
- Bostrom, Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie, trad. it. Bollati Boringhieri, Torino, 2018.
- Morozov, L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet, trad. it. Codice Edizioni, Torino, 2011.
- Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino, 1998.
- N. Srnicek, Capitoli del capitalismo di piattaforma, trad. it. LUISS University Press, Roma, 2017.
