È davvero utopia pensare a un ruolo dell’Europa nello sviluppo dell’AI?
di PAOLO POLETTI ♦
La domanda è stata posta dal nostro Presidente Fabrizio Barbaranelli dopo il mio precedente articolo sull’intelligenza artificiale come infrastruttura di potere.
La stessa questione è emersa, in forma ancora più concreta, da un commento di Caterina Valchera: l’Europa può davvero costruire una alternativa agli Stati Uniti e alla Cina, oppure è destinata a restare prigioniera dei potentati privati americani o dell’egemonia tecnologica cinese?
La risposta secca è: no, non è utopia. Ma lo sarebbe se continuassimo a confondere la sovranità tecnologica con una formula astratta, o se immaginassimo che ciascuno Stato europeo possa affrontare da solo una trasformazione di questa scala.
Sovranità tecnologica non significa autarchia, né autosufficienza totale. Significa disporre delle capacità minime per scegliere, controllare, verificare e negoziare le tecnologie da cui dipendono funzioni essenziali della vita collettiva. Non è fare tutto da soli. È non essere costretti a subire tutto dagli altri.
Il punto, allora, non è costruire per forza “il ChatGPT europeo” o inseguire gli Stati Uniti sul terreno del modello universale più potente. Il punto è capire se l’Europa possa costruire un ecosistema tecnologico proprio nei settori nei quali ha interessi vitali: industria, sanità, energia, sicurezza, pubblica amministrazione, ricerca, formazione e infrastrutture critiche.
L’Europa non parte da zero, ma in ritardo. Ha regole, ricerca, imprese, risparmio, manifattura, università e alcuni attori tecnologici competitivi. Ciò che le manca spesso è il raccordo tra questi elementi: capitale di crescita, infrastrutture comuni, domanda pubblica orientata, strumenti software propri, standard aperti, energia programmata e una governance capace di decidere su scala continentale.
L’alternativa europea, quindi, non nasce da una dichiarazione di principio. Nasce solo se l’Europa trasforma la propria forza normativa in capacità industriale, finanziaria, energetica e tecnologica.
Questo non significa abbandonare la regolazione europea. Significa renderla più chiara, coordinata e praticabile. Anche il recente dibattito sui ritardi nel lancio di alcuni modelli linguistici avanzati in Europa mostra che la questione non può essere liquidata contrapponendo innovazione e garanzie.
Il punto non è ridurre la protezione dei dati. È aggiornarne la logica. Il GDPR ha costruito una tutela fondata, in larga misura, su un modello “doganale”: esiste un perimetro di protezione del dato personale, che può essere attraversato solo in presenza di determinati presupposti, basi giuridiche, informative, consensi, finalità e garanzie. Questa impostazione resta importante, ma non basta più.
Con l’intelligenza artificiale il problema si sposta anche sul “come” i dati vengono trattati. Sempre più spesso sono gli stessi utenti a consegnare ai sistemi informazioni personali, professionali o sensibili: testi, domande, documenti, immagini, dati sanitari, vicende familiari, informazioni aziendali. La questione decisiva non è soltanto se quei dati possano entrare nel sistema, ma se vengano conservati, riutilizzati, combinati con altri dati, impiegati per addestrare modelli, trasformati in inferenze o usati per profilare l’utente.
La protezione dei dati nell’età dell’AI deve quindi diventare protezione lungo l’intero ciclo di vita del dato: tracciabilità, minimizzazione effettiva, limiti all’addestramento, controllo delle inferenze, sicurezza, cancellazione, verificabilità e responsabilità. La sfida europea non è meno protezione, ma una protezione più adatta alla nuova realtà tecnologica.
Il problema è quindi l’attuazione.
La storia europea offre un precedente istruttivo: la telefonia mobile. Negli anni Novanta l’Europa aveva costruito con il GSM uno dei suoi maggiori successi tecnologici e industriali. Uno standard comune, un mercato continentale, campioni industriali come Nokia, Ericsson, Siemens e Alcatel. Poi, nel passaggio al 3G, l’Europa incorporò nel proprio standard elementi tecnologici coperti da brevetti americani, in particolare riconducibili a Qualcomm. Il risultato fu paradossale: l’Europa continuava a produrre telefoni, ma pagava pedaggi su uno snodo essenziale dello standard.
La lezione è chiara: gli standard non sono dettagli tecnici. Sono strumenti di politica industriale. Chi controlla gli standard, gli strumenti di sviluppo, i framework, i compilatori, le interfacce e i punti di passaggio tra software e hardware controlla anche le condizioni di accesso al mercato.
Nell’AI il problema è ancora più grave. La dipendenza non riguarda solo i processori, ma l’intera catena che consente di sviluppare, addestrare, distribuire e gestire i sistemi: infrastrutture di calcolo, cloud, strumenti software, modelli, dati, energia e competenze.
Costruire data center in Europa è necessario, ma non basta. Se quei data center usano processori americani, framework americani, cloud americani, strumenti di sviluppo americani e modelli americani, avremo al massimo una sovranità geografica: server collocati sul suolo europeo, ma dipendenze tecnologiche decise altrove. Un edificio europeo non può avere un’anima tecnologica non europea.
Questo è il punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico. La sovranità AI non si ottiene semplicemente addestrando un modello nazionale o costruendo qualche infrastruttura di calcolo. Richiede una strategia coordinata su compute, chip, energia, dati, software, standard, open source, domanda pubblica, capitale finanziario e governance.
Il documento “La sovranità tecnologica europea nell’era dell’intelligenza artificiale”, pubblicato pochi giorni fa e curato da Franco Bernabè per Rivista.AI e TechVisory, con contributi di Enrico Panai, Antonio Dina e Fabio Ricceri, introduce però una precisazione importante: l’Europa non parte da zero. Esistono attori europei reali, già presenti in segmenti significativi del mercato AI.
Mistral, in Francia, lavora su modelli aperti e su un’integrazione più ampia tra capacità di calcolo, modelli e servizi per imprese e pubbliche amministrazioni. Aleph Alpha, in Germania, sviluppa soluzioni di AI generativa orientate alla sovranità dei dati. H Company opera nel campo degli agenti AI, cioè sistemi capaci di svolgere compiti digitali complessi. Parloa, startup tedesca, applica l’AI ai servizi clienti e ai processi aziendali. n8n, con sede a Berlino, sviluppa strumenti di orchestrazione dei flussi di lavoro e degli agenti AI. Lovable, svedese, consente di costruire applicazioni software a partire da istruzioni in linguaggio naturale.
Il punto, quindi, non è l’assenza di imprese, talenti o prodotti europei. Il problema è che molti di questi attori innovano dentro un ecosistema tecnico e finanziario ancora dominato da altri: processori, strumenti di sviluppo, cloud, capitali e piattaforme. Possono essere competitivi, ma restano esposti a dipendenze che ne condizionano la crescita.
È qui che la sovranità tecnologica diventa concreta: non basta avere buone imprese europee; bisogna metterle nelle condizioni di crescere su infrastrutture, standard, capitali e domanda pubblica che ne rafforzino l’autonomia, invece di spingerle verso ecosistemi esterni.
Questo significa che la risposta europea non può essere una nostalgia industriale, né una dichiarazione di principio. Deve essere operativa.
Primo: strumenti software aperti e indipendenti. Non basta avere hardware europeo se il software è progettato per funzionare meglio su hardware altrui. Servono librerie, compilatori, strumenti di compatibilità, standard aperti e una governance europea degli strumenti di sviluppo.
Per rendere credibile questa linea servirebbe anche un soggetto tecnico permanente. Nel documento curato da Franco Bernabè, questa esigenza assume la forma di una proposta operativa: un Sovereign European AI Lab, concepito non come nuova autorità regolatoria, ma come laboratorio europeo incaricato di produrre codice, standard e certificazioni. Una sorta di CERN dell’AI applicata: meno proclami, più strumenti comuni.
Secondo: domanda pubblica. La pubblica amministrazione, la sanità, la ricerca, la difesa, la scuola, la giustizia e le infrastrutture critiche possono diventare il primo mercato per soluzioni europee affidabili. Senza domanda reale, anche la migliore tecnologia resta prototipo. Con una domanda pubblica orientata, può maturare.
In questo senso è significativo quanto riferisce Fabio Ricceri su Rivista.AI, commentando l’intervento di António Costa alle Rencontres Économiques di Aix-en-Provence. Il Presidente del Consiglio europeo ha richiamato l’Europa a smettere di essere ingenua e ha collegato la sovranità tecnologica anche al tema della “preferenza europea” negli appalti pubblici. Il punto non è chiudere il mercato o tornare al protezionismo, ma usare in modo intelligente il potere d’acquisto pubblico per sostenere imprese, infrastrutture e tecnologie europee nei comparti strategici. Se Stati Uniti e Cina utilizzano strumenti pubblici, fiscali, industriali e finanziari per rafforzare le proprie filiere tecnologiche, l’Europa non può continuare a comportarsi soltanto come arbitro delle regole mentre altri giocano la partita industriale.
Terzo: capitali. Qui il rapporto Draghi sulla competitività europea ha colto un nodo decisivo. L’Europa non manca di risparmio, università, ricerca o industria. Manca spesso della macchina che trasforma tutto questo in capitale di crescita: venture capital profondo, mercati finanziari integrati, investitori capaci di sostenere rischio tecnologico, Borse in grado di valorizzare imprese ad alta crescita. Se le imprese europee più promettenti devono andare negli Stati Uniti per crescere, l’Europa continuerà a produrre innovazione che altri valorizzano.
Quarto: energia. L’AI vive nella rete elettrica, non nella nuvola. I data center richiedono energia stabile, reti resilienti, raffreddamento, suolo, acqua, autorizzazioni, sostenibilità territoriale. Non esiste sovranità digitale senza sovranità energetica. La domanda posta da Caterina Valchera è quindi decisiva: questa infrastruttura può essere costruita senza un piano serio su rinnovabili, accumuli, reti intelligenti, efficienza, riuso del calore e compensazioni territoriali? La risposta è no.
Quinto: scala europea. Qui bisogna essere molto chiari. Le retoriche sovraniste, quando immaginano di riportare la sovranità tecnologica dentro i confini dei singoli Stati nazionali, non sono una risposta alla dipendenza. Sono una sua accelerazione. Nessuno Stato europeo, da solo, ha la massa critica per competere con Stati Uniti e Cina su AI, semiconduttori, cloud, robotica, spazio, cybersecurity, biotecnologie e tecnologie emergenti. Non ha capitali sufficienti, mercato sufficiente, domanda pubblica sufficiente, potenza energetica sufficiente, forza negoziale sufficiente.
La tecnologia ha cambiato la scala del potere. Se la competizione è continentale, la risposta non può essere puramente nazionale. Senza integrazione europea dei capitali, della ricerca, dell’energia, delle infrastrutture digitali, della difesa industriale e della domanda pubblica, i singoli Stati saranno condannati a scegliere tra fornitori americani, piattaforme cinesi o dipendenze negoziate caso per caso.
La via europea, dunque, non può essere né americana né cinese.
Non può essere americana, perché non possiamo limitarci ad affidare l’evoluzione dell’AI alla forza dei grandi capitali privati, delle piattaforme globali e della sicurezza nazionale. Non può essere cinese, perché non possiamo accettare un modello nel quale tecnologia, Stato e controllo sociale tendono a coincidere.
L’Europa deve provare a costruire una terza via: capacità tecnologica reale, ma dentro una cornice di diritto, democrazia, pluralismo e centralità della persona. Questo non significa rinunciare alla potenza tecnologica. Significa darle una direzione politica e civile.
È qui che la domanda di Caterina torna centrale: è una bella utopia? Se per utopia intendiamo l’illusione che una cosa desiderabile sia già vera, o facilmente realizzabile, allora sì: pensare a un ruolo europeo nell’AI può diventare illusorio. Sarebbe ingenuo credere che bastino l’AI Act, qualche programma europeo o qualche campione nazionale per colmare automaticamente il divario con Stati Uniti e Cina.
Ma se ci riferiamo a una visione capace di indicare una direzione politica, allora il discorso cambia. In questo caso siamo davanti a una necessità strategica. L’Europa deve sapere che la strada è difficile, costosa e conflittuale, ma deve anche sapere che l’alternativa non è il realismo, bensì la dipendenza.
L’Europa può ancora giocare una partita se sceglie i terreni in cui ha forza: manifattura avanzata, robotica, sanità, energia, mobilità, spazio, cybersicurezza, pubblica amministrazione, diritto, formazione, beni culturali, infrastrutture critiche. Non deve necessariamente vincere la gara del solo chatbot universale. Può costruire AI industriale, affidabile, verificabile, interoperabile, integrata nei settori reali dell’economia europea.
La vera alternativa europea non è una piattaforma unica che domini il mondo. È un ecosistema di capacità: strumenti software aperti, cloud governabile, chip strategici, dati sicuri, capitale paziente, energia pulita, domanda pubblica intelligente, competenze diffuse, standard verificabili e regole applicabili.
Anche l’Italia dovrà misurarsi con questa prospettiva: l’aggiornamento della Strategia nazionale per l’intelligenza artificiale 2026-2028, affidato a un Comitato di coordinamento istituito presso il Dipartimento per la Trasformazione Digitale, avrà senso solo se saprà collegare la dimensione nazionale alla più ampia traiettoria europea di sovranità tecnologica.
Per questo l’integrazione europea non è un vezzo federalista. È la condizione materiale perché la sovranità tecnologica non resti una formula. Senza una scala comune di capitali, ricerca, energia, infrastrutture digitali e domanda pubblica, i singoli Stati europei resteranno esposti a dipendenze negoziate caso per caso.
Non è detto che l’Europa riesca a costruire questa alternativa. Ma la dipendenza non è un destino naturale. Diventa destino solo se smettiamo di trattarla come una scelta politica.
In fondo, la domanda non è se sia utopico pensare a un ruolo europeo nell’AI. La domanda è se l’Europa possa permettersi di non averlo.
PAOLO POLETTI
