Il 2 giugno dimenticato: la Repubblica non è una parata, è una responsabilità.
di PAOLO POLETTI
Il 2 giugno 1946 l’Italia non decise semplicemente il passaggio da una forma istituzionale a un’altra. Quel voto arrivò dopo il fascismo, la guerra, l’occupazione tedesca, la Resistenza, la distruzione materiale e morale del Paese. La Repubblica nacque da una ferita storica profondissima.Quest’anno ne ricorre l’ottantesimo anniversario: un tempo sufficiente perché una conquista rischi di diventare abitudine e una scelta storica si trasformi in cerimonia. Per questo l’anniversario non dovrebbe aggiungere retorica al 2 giugno, bensì restituirgli il significato essenziale: la Repubblica non è un’eredità passiva, è una responsabilità civile.A quel referendum si arrivò dopo una lunga crisi della legittimità monarchica. La monarchia sabauda aveva accompagnato l’unificazione nazionale, ma non seppe impedire l’avvento del fascismo, ne accettò la costruzione autoritaria, condivise il trauma delle leggi razziali e arrivò alla guerra accanto al regime. Dopo il 25 luglio 1943, la caduta di Mussolini non bastò a ricomporre il rapporto tra Corona e Paese; l’8 settembre, con l’armistizio e la fuga di re e governo da Roma, lasciò un segno profondo nella coscienza nazionale.Da quel momento la questione istituzionale non fu più rinviabile, ma non poteva essere risolta nel pieno della guerra civile e dell’occupazione tedesca. Si arrivò così alla cosiddetta “tregua istituzionale”: la scelta tra monarchia e Repubblica sarebbe stata rinviata alla fine del conflitto e affidata al popolo. Dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III si ritirò dall’esercizio effettivo dei poteri e il figlio Umberto assunse la luogotenenza del Regno. Fu una soluzione di compromesso, necessaria per evitare che la frattura sulla monarchia travolgesse l’unità delle forze antifasciste impegnate nella liberazione del Paese.Il decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, indicò il primo approdo di questa soluzione: dopo la liberazione, il popolo italiano avrebbe eletto, a suffragio universale, un’Assemblea Costituente incaricata di deliberare la nuova Costituzione dello Stato. In quella fase, dunque, la Costituente era pensata come il luogo della rifondazione istituzionale e costituzionale dell’Italia.Avvicinandosi la fine della guerra, tuttavia, apparve sempre più evidente che la scelta sulla forma dello Stato non poteva essere percepita come il risultato di un accordo tra partiti o di una mediazione interna all’Assemblea. Occorreva una legittimazione più ampia e diretta. Per questo si arrivò al decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98: la scelta tra monarchia e Repubblica sarebbe stata compiuta direttamente dagli elettori mediante referendum, nello stesso giorno in cui avrebbero eletto l’Assemblea Costituente.Il 2 giugno, dunque, gli italiani furono chiamati a compiere un doppio atto fondativo: scegliere direttamente la forma istituzionale dello Stato ed eleggere i rappresentanti incaricati di scriverne la nuova Costituzione. Per tali motivi, quella data non appartiene soltanto alla storia istituzionale. Segna il momento in cui la sovranità torna visibilmente al popolo e questi è chiamato a rifondare lo Stato.Ci sono tre punti fondamentali da ricordare.Il primo: nella storia italiana Repubblica e democrazia non sono due concetti separabili. Il 2 giugno non fonda semplicemente una Repubblica in senso formale, ma una Repubblica democratica, nella quale la sovranità risale dal basso, dai cittadini.Per questo difendere la Repubblica significa difendere la democrazia costituzionale: il voto, il pluralismo, i diritti, i doveri, i limiti al potere, i corpi intermedi, l’indipendenza delle istituzioni di garanzia. Senza democrazia, la Repubblica si riduce a una forma vuota; senza Repubblica, la democrazia perde il proprio ordinamento comune, il luogo istituzionale in cui il popolo non è folla, mercato o pubblico da sedurre, bensì comunità politica responsabile.La Festa della Repubblica non si può quindi ridurre al cerimoniale o all’omaggio formale alle istituzioni. Il 2 giugno ricorda che gli italiani non furono chiamati soltanto a scegliere tra monarchia e Repubblica, ma a decidere su quale fondamento ricostruire lo Stato: se su una legittimazione dinastica, verticale, ereditaria, oppure su una legittimazione democratica, costituzionale, popolare.Per questo il 2 giugno è una data radicale. Ricorda che la Repubblica nacque come risposta alla crisi più grave della storia nazionale e come tentativo di rifondare la convivenza civile.Il secondo punto è che la Repubblica non fu la scelta di una comunità già pacificata. L’Italia del 1946 era attraversata da fratture politiche, sociali, territoriali e culturali; anche la memoria del fascismo, della guerra, della monarchia e della Resistenza era tutt’altro che uniforme.La Repubblica prevalse con il 54,27 per cento dei voti validi, contro il 45,73 per cento della monarchia, in una consultazione partecipatissima. Fu un raro esempio di conflitto regolato democraticamente: la decisione della maggioranza non cancellò l’altra Italia, ma aprì lo spazio di una casa comune, nella quale anche chi aveva perso poté continuare a riconoscersi.La frattura si leggeva anche nella geografia del voto: il Nord e molte aree urbane e industriali si espressero per la Repubblica; ampie zone del Mezzogiorno rimasero monarchiche. Il 2 giugno porta, dunque, con sé anche questa lezione: la Repubblica non fu soltanto una forma istituzionale scelta dalla maggioranza, ma il compito storico di tenere insieme Italie diverse. In questo senso, la questione repubblicana non è mai stata solo istituzionale; è sempre stata anche territoriale, sociale, culturale.Il 2 giugno dimostra dunque che una comunità politica può essere divisa e, tuttavia, restare tale. Può discutere, contrapporsi, scegliere, ma senza distruggere il quadro comune. In questo senso, la Repubblica è il contrario della delegittimazione sistematica, dell’idea che chi non la pensa come noi sia un nemico da eliminare. La Repubblica nasce quando il conflitto politico accetta di diventare decisione democratica.Qui sta anche una distinzione decisiva. Il 2 giugno fu un referendum, non un plebiscito. Il popolo fu chiamato a decidere la forma dello Stato, non ad acclamare un capo, a consacrare un potere personale o a sciogliere i limiti costituzionali in nome di una volontà immediata. Questa differenza parla ancora al presente. La sovranità popolare è il fondamento della Repubblica; proprio perché è sovranità di cittadini non può essere ridotta a investitura carismatica, a emozione collettiva, a maggioranza usata contro le garanzie. La Repubblica nasce dal voto, ma vive nei limiti che impediscono al voto di diventare prepotenza.Il terzo punto è che il 2 giugno è la data in cui la cittadinanza politica italiana diventa finalmente universale. Per la prima volta, in una consultazione nazionale decisiva, le donne partecipano pienamente alla scelta del destino istituzionale del Paese.Questo dato non può essere considerato un dettaglio storico. Senza il voto delle donne, la Repubblica sarebbe nata monca. Il suffragio femminile non aggiunse soltanto una quota di elettrici: modificò la natura stessa della comunità politica. Un Paese uscito da vent’anni di dittatura imparava nuovamente a votare e, nello stesso tempo, imparava che il popolo sovrano non era più una figura ristretta, maschile, patriarcale. La Repubblica nasceva democratica perché, finalmente, anche femminile.In questo senso, il 2 giugno parla ancora al presente. Ogni volta che diritti, partecipazione, pari dignità e accesso effettivo alla vita pubblica vengono compressi, il significato del 1946 viene indebolito. La Repubblica è tale solo se allarga la cittadinanza, non se la restringe; se rende concreta l’uguaglianza, non se la lascia prigioniera delle formule.Ogni comunità politica vive anche delle sue date. Il 25 aprile, il 1° maggio, il 2 giugno, il Giorno della Memoria, le ricorrenze delle stragi e del terrorismo sono snodi del calendario civile: il modo in cui una comunità ordina le proprie memorie pubbliche, riconosce gli eventi fondativi, dà un nome alle proprie fratture e continua a interrogare le promesse non mantenute.Per questo il 2 giugno non è una ricorrenza neutra. Tiene insieme antifascismo, suffragio universale, Assemblea Costituente, sovranità popolare e nascita della democrazia costituzionale. Se viene ridotto a parata o a protocollo, perde funzione politica e civile: la Repubblica si celebra, ma non si pratica. E invece la Repubblica vive anche nella scuola, nella sanità, nel lavoro, nella giustizia, nella legalità, nella partecipazione, nella responsabilità fiscale, nella cura dei beni comuni e nel rispetto della dignità delle persone. La democrazia non vive di automatismi: ha bisogno di cittadini consapevoli, non di spettatori distratti.Proprio perché Repubblica e democrazia sono inseparabili, il tema non è conservare tutto com’è, come se ogni meccanismo istituzionale fosse intoccabile. Una Repubblica viva non è una reliquia. Può e talvolta deve aggiornare le proprie regole, soprattutto quando la complessità sociale, amministrativa, economica e tecnologica rende più difficile decidere e governare. Ma il modo in cui si riforma una Repubblica democratica è parte della sua stessa identità: le regole comuni non possono essere piegate alla convenienza temporanea di una maggioranza, né trasformate in strumenti tattici contro l’opposizione.In questa prospettiva può essere richiamata la riflessione di Peppino Calderisi nel suo ultimo libro sulla “riforma mai nata” del sistema istituzionale italiano. Da decenni il Paese discute di stabilità dei governi, superamento del bicameralismo perfetto, legge elettorale, rafforzamento dell’esecutivo, riconoscimento dell’opposizione come governo potenziale. Ma la lunga serie dei fallimenti suggerisce un dato politico profondo: gli italiani sembrano diffidare delle modifiche costituzionali percepite come forzature di parte. Le regole della Repubblica possono essere aggiornate, ma dovrebbero restare regole comuni. Una riforma davvero repubblicana dovrebbe perciò cercare, per quanto possibile, un consenso largo tra maggioranza e opposizione: non perché l’unanimità sia sempre realistica, quanto perché le regole del gioco democratico appartengono a tutti.Il punto, dunque, non è soltanto tecnico. Quando le regole comuni vengono percepite come strumenti di parte, si incrina la fiducia nella Repubblica e si prepara il terreno alla disaffezione.Oggi la Repubblica non appare minacciata da un nemico frontale e riconoscibile. Non ci sono eserciti alle porte, né un partito unico che dichiari apertamente di voler sopprimere la democrazia. Il pericolo è più sottile.La Repubblica si indebolisce ogni volta che si logora lo spazio pubblico nel quale cittadini, istituzioni e corpi intermedi dovrebbero riconoscersi e confrontarsi. Accade con l’astensione crescente, con la politica ridotta a tifo, con la disintermediazione che svuota partiti, sindacati, associazioni e luoghi collettivi di elaborazione, lasciando spesso il cittadino solo davanti al potere o all’algoritmo. Accade quando il dibattito pubblico si trasforma in insulto, la polarizzazione diventa permanente, l’odio social sostituisce l’argomento con l’aggressione e l’avversario cessa di essere un interlocutore per diventare un bersaglio.In questo clima prospera la post-verità, cioè l’idea che i fatti contino meno delle emozioni, delle appartenenze e delle narrazioni utili a confermare ciò che si vuole credere: la competenza viene disprezzata, la verità dei fatti diventa negoziabile, la disinformazione avvelena lo spazio pubblico e la tecnologia invece di allargare la consapevolezza, amplifica rancore, paura e sfiducia. In questo stesso impoverimento, la legalità finisce per apparire un fastidio, il merito cede alla fedeltà, il bene comune arretra davanti agli interessi particolari e le istituzioni vengono percepite come ostacoli, non come garanzie.Il risultato è un cittadino sempre meno partecipe di una comunità di destino e sempre più ridotto a cliente, utente o consumatore di prestazioni pubbliche. Ma una Repubblica non può vivere se i cittadini smettono di sentirsi corresponsabili del suo destino.Un’altra minaccia nasce dall’idea che la democrazia sia troppo lenta per reggere il tempo dell’emergenza, del mercato e della tecnologia. Da un lato vi sono movimenti e partiti che, in nome dell’ordine, dell’identità nazionale o della decisione rapida, finiscono per predicare forme più o meno esplicite di “democratura”: regimi nei quali il voto sopravvive, ma vengono svuotati i contrappesi, l’indipendenza delle istituzioni, il pluralismo, la libertà dell’informazione. Dall’altro lato avanzano culture politiche e tecnocratiche di segno diverso, talora ultraliberiste o “turbo-capitaliste”, che considerano la democrazia costituzionale un freno all’innovazione, al mercato, alla competizione globale e all’accelerazione tecnologica.Qui il tema diventa particolarmente insidioso. Non sempre l’attacco alla democrazia si presenta con il volto rozzo dell’autoritarismo tradizionale. Talvolta assume il linguaggio dell’efficienza, della disruption, della sovranità individuale, della superiorità dei competenti o degli innovatori.Già nel 1997, in “The Sovereign Individual”, James Dale Davidson e William Rees-Mogg anticipavano una visione nella quale il digitale avrebbe indebolito lo Stato-nazione e trasformato la cittadinanza in un rapporto sempre più simile a quello di mercato: l’individuo mobile, dotato di risorse economiche e cognitive, non appartiene più stabilmente a una comunità politica, ma sceglie tra giurisdizioni concorrenti quasi come un cliente tra fornitori di servizi.In tempi più recenti, Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, in “The Technological Republic”, insistono sulla necessità che le società occidentali recuperino capacità strategica, potenza tecnologica e rapidità decisionale per non soccombere nella competizione globale. In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale non è soltanto uno strumento produttivo: diventa componente della sovranità, della sicurezza e della forza dello Stato.Peter Thiel, in una riflessione diversa e più radicale, legge invece la modernità tecnologica come il luogo in cui scienza e tecnica finiscono per assumere funzioni quasi salvifiche: prevedere, ordinare, anticipare, neutralizzare l’incertezza. In “Voyages to the End of the World”, scritto con Sam Wolfe, questa tensione emerge attraverso una rilettura della modernità occidentale come progressiva sostituzione della trascendenza religiosa con una promessa tecnico-scientifica di controllo del mondo.Sono posizioni diverse, da non sovrapporre, ma segnalano un tratto comune del nostro tempo: la tecnologia e, in particolare, l’intelligenza artificiale non sono più soltanto strumenti di innovazione industriale. Diventano potere strategico, visione del mondo, criterio di organizzazione della società. Da qui nasce spesso un fastidio, più o meno esplicito, verso le regole democratiche, percepite come lente, formali, incompatibili con la rapidità richiesta dalla competizione tecnologica. Ma una Repubblica non è un algoritmo da ottimizzare, né un’impresa da scalare. È una comunità politica fondata su diritti, doveri, limiti al potere e responsabilità condivisa.La Repubblica non muore soltanto se viene abbattuta. Può consumarsi lentamente, per disaffezione, cinismo, irresponsabilità, abitudine. Può restare in piedi come apparato e svuotarsi come promessa. Può persino essere indebolita in nome dell’efficienza, della sicurezza, della velocità decisionale e dell’innovazione tecnologica, se questi obiettivi vengono separati dai limiti e dalle garanzie della democrazia costituzionale.Celebrare il 2 giugno significa allora compiere un atto di memoria e, insieme, un esame di coscienza civile. I cittadini del 1946 votarono in un Paese ferito, ancora pieno di macerie, ma ebbero la forza di immaginare un futuro istituzionale nuovo. Oggi viviamo in una Repubblica incomparabilmente più ricca, più libera, più istruita, più protetta; tuttavia, spesso sembriamo meno capaci di fiducia, meno disposti alla responsabilità, meno consapevoli del valore delle istituzioni democratiche.Troppo spesso il richiamo alla stabilità, alla sicurezza e alla prudenza istituzionale nasconde altro: la conservazione dello status quo, la tutela di equilibri politici contingenti, la convenienza di breve periodo. Non siamo davanti a una vera cultura della sicurezza, ma a una politica che usa la paura per evitare scelte di sistema. Così la capacità di immaginare istituzioni più efficaci, una cittadinanza più partecipe e una Repubblica più credibile viene sostituita da un “project fear”: non prudenza responsabile, ma paura strumentale, utilizzata per rinviare, bloccare, neutralizzare o, nella peggiore delle ipotesi, promuovere riforme ad interesse di parte.Il risultato non è maggiore sicurezza. Si difende la Repubblica solo a parole, mentre nei fatti si rinuncia a promuoverla. La Repubblica del 1946 nacque invece da un atto di fiducia: in un Paese distrutto seppe immaginare istituzioni nuove. Per questo la sua difesa non coincide con la conservazione dell’esistente, ma con la capacità di renderla più giusta, più credibile, più capace di decidere, più vicina ai cittadini, senza svuotarne il fondamento democratico e costituzionale.Anche la vicenda delle leggi elettorali mostra questa fragilità. Aldo Cazzullo ha osservato che l’Italia sembra essere l’unica democrazia in cui, a ogni elezione, si torna a discutere di come cambiare le regole del voto secondo le convenienze della maggioranza del momento. Il Paese ha oscillato tra modelli diversi senza trovare un assetto stabile e condiviso. Ma le regole della rappresentanza non possono essere trattate come strumenti di parte. Se appaiono manipolabili, se l’elettorato viene privato della possibilità di scegliere i propri rappresentanti, la democrazia perde credibilità. Allora non ci si può stupire se i cittadini partecipano sempre meno alla vita pubblica e al voto.Onorare la Repubblica significa difendere la Costituzione non come reliquia, ma come criterio vivo di giudizio; pretendere istituzioni serie, ma anche comportarsi da cittadini seri; chiedere diritti e riconoscere doveri; non confondere la libertà con l’arbitrio, la critica con il disprezzo, il dissenso con la distruzione dell’avversario. Significa anche sapere che la democrazia può essere migliorata, ma non aggirata; resa più capace di decidere, ma non svuotata dei suoi limiti; aggiornata nei suoi meccanismi, ma non sottratta al suo fondamento repubblicano.Il 2 giugno, dunque, non è la festa dello Stato che guarda sé stesso. È la festa del popolo che si ricorda di essersi fatto Stato. Ed è, soprattutto, la domanda che ogni anno ritorna: siamo ancora all’altezza della Repubblica che abbiamo ereditato?Il 2 giugno dimenticato: la Repubblica non è una parata, è una responsabilitàIl 2 giugno 1946 l’Italia non decise semplicemente il passaggio da una forma istituzionale a un’altra. Quel voto arrivò dopo il fascismo, la guerra, l’occupazione tedesca, la Resistenza, la distruzione materiale e morale del Paese. La Repubblica nacque da una ferita storica profondissima.Quest’anno ne ricorre l’ottantesimo anniversario: un tempo sufficiente perché una conquista rischi di diventare abitudine e una scelta storica si trasformi in cerimonia. Per questo l’anniversario non dovrebbe aggiungere retorica al 2 giugno, bensì restituirgli il significato essenziale: la Repubblica non è un’eredità passiva, è una responsabilità civile.A quel referendum si arrivò dopo una lunga crisi della legittimità monarchica. La monarchia sabauda aveva accompagnato l’unificazione nazionale, ma non seppe impedire l’avvento del fascismo, ne accettò la costruzione autoritaria, condivise il trauma delle leggi razziali e arrivò alla guerra accanto al regime. Dopo il 25 luglio 1943, la caduta di Mussolini non bastò a ricomporre il rapporto tra Corona e Paese; l’8 settembre, con l’armistizio e la fuga di re e governo da Roma, lasciò un segno profondo nella coscienza nazionale.Da quel momento la questione istituzionale non fu più rinviabile, ma non poteva essere risolta nel pieno della guerra civile e dell’occupazione tedesca. Si arrivò così alla cosiddetta “tregua istituzionale”: la scelta tra monarchia e Repubblica sarebbe stata rinviata alla fine del conflitto e affidata al popolo. Dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III si ritirò dall’esercizio effettivo dei poteri e il figlio Umberto assunse la luogotenenza del Regno. Fu una soluzione di compromesso, necessaria per evitare che la frattura sulla monarchia travolgesse l’unità delle forze antifasciste impegnate nella liberazione del Paese.Il decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, indicò il primo approdo di questa soluzione: dopo la liberazione, il popolo italiano avrebbe eletto, a suffragio universale, un’Assemblea Costituente incaricata di deliberare la nuova Costituzione dello Stato. In quella fase, dunque, la Costituente era pensata come il luogo della rifondazione istituzionale e costituzionale dell’Italia.Avvicinandosi la fine della guerra, tuttavia, apparve sempre più evidente che la scelta sulla forma dello Stato non poteva essere percepita come il risultato di un accordo tra partiti o di una mediazione interna all’Assemblea. Occorreva una legittimazione più ampia e diretta. Per questo si arrivò al decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98: la scelta tra monarchia e Repubblica sarebbe stata compiuta direttamente dagli elettori mediante referendum, nello stesso giorno in cui avrebbero eletto l’Assemblea Costituente.Il 2 giugno, dunque, gli italiani furono chiamati a compiere un doppio atto fondativo: scegliere direttamente la forma istituzionale dello Stato ed eleggere i rappresentanti incaricati di scriverne la nuova Costituzione. Per tali motivi, quella data non appartiene soltanto alla storia istituzionale. Segna il momento in cui la sovranità torna visibilmente al popolo e questi è chiamato a rifondare lo Stato.Ci sono tre punti fondamentali da ricordare.Il primo: nella storia italiana Repubblica e democrazia non sono due concetti separabili. Il 2 giugno non fonda semplicemente una Repubblica in senso formale, ma una Repubblica democratica, nella quale la sovranità risale dal basso, dai cittadini.Per questo difendere la Repubblica significa difendere la democrazia costituzionale: il voto, il pluralismo, i diritti, i doveri, i limiti al potere, i corpi intermedi, l’indipendenza delle istituzioni di garanzia. Senza democrazia, la Repubblica si riduce a una forma vuota; senza Repubblica, la democrazia perde il proprio ordinamento comune, il luogo istituzionale in cui il popolo non è folla, mercato o pubblico da sedurre, bensì comunità politica responsabile.La Festa della Repubblica non si può quindi ridurre al cerimoniale o all’omaggio formale alle istituzioni. Il 2 giugno ricorda che gli italiani non furono chiamati soltanto a scegliere tra monarchia e Repubblica, ma a decidere su quale fondamento ricostruire lo Stato: se su una legittimazione dinastica, verticale, ereditaria, oppure su una legittimazione democratica, costituzionale, popolare.Per questo il 2 giugno è una data radicale. Ricorda che la Repubblica nacque come risposta alla crisi più grave della storia nazionale e come tentativo di rifondare la convivenza civile.Il secondo punto è che la Repubblica non fu la scelta di una comunità già pacificata. L’Italia del 1946 era attraversata da fratture politiche, sociali, territoriali e culturali; anche la memoria del fascismo, della guerra, della monarchia e della Resistenza era tutt’altro che uniforme.La Repubblica prevalse con il 54,27 per cento dei voti validi, contro il 45,73 per cento della monarchia, in una consultazione partecipatissima. Fu un raro esempio di conflitto regolato democraticamente: la decisione della maggioranza non cancellò l’altra Italia, ma aprì lo spazio di una casa comune, nella quale anche chi aveva perso poté continuare a riconoscersi.La frattura si leggeva anche nella geografia del voto: il Nord e molte aree urbane e industriali si espressero per la Repubblica; ampie zone del Mezzogiorno rimasero monarchiche. Il 2 giugno porta, dunque, con sé anche questa lezione: la Repubblica non fu soltanto una forma istituzionale scelta dalla maggioranza, ma il compito storico di tenere insieme Italie diverse. In questo senso, la questione repubblicana non è mai stata solo istituzionale; è sempre stata anche territoriale, sociale, culturale.Il 2 giugno dimostra dunque che una comunità politica può essere divisa e, tuttavia, restare tale. Può discutere, contrapporsi, scegliere, ma senza distruggere il quadro comune. In questo senso, la Repubblica è il contrario della delegittimazione sistematica, dell’idea che chi non la pensa come noi sia un nemico da eliminare. La Repubblica nasce quando il conflitto politico accetta di diventare decisione democratica.Qui sta anche una distinzione decisiva. Il 2 giugno fu un referendum, non un plebiscito. Il popolo fu chiamato a decidere la forma dello Stato, non ad acclamare un capo, a consacrare un potere personale o a sciogliere i limiti costituzionali in nome di una volontà immediata. Questa differenza parla ancora al presente. La sovranità popolare è il fondamento della Repubblica; proprio perché è sovranità di cittadini non può essere ridotta a investitura carismatica, a emozione collettiva, a maggioranza usata contro le garanzie. La Repubblica nasce dal voto, ma vive nei limiti che impediscono al voto di diventare prepotenza.Il terzo punto è che il 2 giugno è la data in cui la cittadinanza politica italiana diventa finalmente universale. Per la prima volta, in una consultazione nazionale decisiva, le donne partecipano pienamente alla scelta del destino istituzionale del Paese.Questo dato non può essere considerato un dettaglio storico. Senza il voto delle donne, la Repubblica sarebbe nata monca. Il suffragio femminile non aggiunse soltanto una quota di elettrici: modificò la natura stessa della comunità politica. Un Paese uscito da vent’anni di dittatura imparava nuovamente a votare e, nello stesso tempo, imparava che il popolo sovrano non era più una figura ristretta, maschile, patriarcale. La Repubblica nasceva democratica perché, finalmente, anche femminile.In questo senso, il 2 giugno parla ancora al presente. Ogni volta che diritti, partecipazione, pari dignità e accesso effettivo alla vita pubblica vengono compressi, il significato del 1946 viene indebolito. La Repubblica è tale solo se allarga la cittadinanza, non se la restringe; se rende concreta l’uguaglianza, non se la lascia prigioniera delle formule.Ogni comunità politica vive anche delle sue date. Il 25 aprile, il 1° maggio, il 2 giugno, il Giorno della Memoria, le ricorrenze delle stragi e del terrorismo sono snodi del calendario civile: il modo in cui una comunità ordina le proprie memorie pubbliche, riconosce gli eventi fondativi, dà un nome alle proprie fratture e continua a interrogare le promesse non mantenute.Per questo il 2 giugno non è una ricorrenza neutra. Tiene insieme antifascismo, suffragio universale, Assemblea Costituente, sovranità popolare e nascita della democrazia costituzionale. Se viene ridotto a parata o a protocollo, perde funzione politica e civile: la Repubblica si celebra, ma non si pratica. E invece la Repubblica vive anche nella scuola, nella sanità, nel lavoro, nella giustizia, nella legalità, nella partecipazione, nella responsabilità fiscale, nella cura dei beni comuni e nel rispetto della dignità delle persone. La democrazia non vive di automatismi: ha bisogno di cittadini consapevoli, non di spettatori distratti.Proprio perché Repubblica e democrazia sono inseparabili, il tema non è conservare tutto com’è, come se ogni meccanismo istituzionale fosse intoccabile. Una Repubblica viva non è una reliquia. Può e talvolta deve aggiornare le proprie regole, soprattutto quando la complessità sociale, amministrativa, economica e tecnologica rende più difficile decidere e governare. Ma il modo in cui si riforma una Repubblica democratica è parte della sua stessa identità: le regole comuni non possono essere piegate alla convenienza temporanea di una maggioranza, né trasformate in strumenti tattici contro l’opposizione.In questa prospettiva può essere richiamata la riflessione di Peppino Calderisi nel suo ultimo libro sulla “riforma mai nata” del sistema istituzionale italiano. Da decenni il Paese discute di stabilità dei governi, superamento del bicameralismo perfetto, legge elettorale, rafforzamento dell’esecutivo, riconoscimento dell’opposizione come governo potenziale. Ma la lunga serie dei fallimenti suggerisce un dato politico profondo: gli italiani sembrano diffidare delle modifiche costituzionali percepite come forzature di parte. Le regole della Repubblica possono essere aggiornate, ma dovrebbero restare regole comuni. Una riforma davvero repubblicana dovrebbe perciò cercare, per quanto possibile, un consenso largo tra maggioranza e opposizione: non perché l’unanimità sia sempre realistica, quanto perché le regole del gioco democratico appartengono a tutti.Il punto, dunque, non è soltanto tecnico. Quando le regole comuni vengono percepite come strumenti di parte, si incrina la fiducia nella Repubblica e si prepara il terreno alla disaffezione.Oggi la Repubblica non appare minacciata da un nemico frontale e riconoscibile. Non ci sono eserciti alle porte, né un partito unico che dichiari apertamente di voler sopprimere la democrazia. Il pericolo è più sottile.La Repubblica si indebolisce ogni volta che si logora lo spazio pubblico nel quale cittadini, istituzioni e corpi intermedi dovrebbero riconoscersi e confrontarsi. Accade con l’astensione crescente, con la politica ridotta a tifo, con la disintermediazione che svuota partiti, sindacati, associazioni e luoghi collettivi di elaborazione, lasciando spesso il cittadino solo davanti al potere o all’algoritmo. Accade quando il dibattito pubblico si trasforma in insulto, la polarizzazione diventa permanente, l’odio social sostituisce l’argomento con l’aggressione e l’avversario cessa di essere un interlocutore per diventare un bersaglio.In questo clima prospera la post-verità, cioè l’idea che i fatti contino meno delle emozioni, delle appartenenze e delle narrazioni utili a confermare ciò che si vuole credere: la competenza viene disprezzata, la verità dei fatti diventa negoziabile, la disinformazione avvelena lo spazio pubblico e la tecnologia invece di allargare la consapevolezza, amplifica rancore, paura e sfiducia. In questo stesso impoverimento, la legalità finisce per apparire un fastidio, il merito cede alla fedeltà, il bene comune arretra davanti agli interessi particolari e le istituzioni vengono percepite come ostacoli, non come garanzie.Il risultato è un cittadino sempre meno partecipe di una comunità di destino e sempre più ridotto a cliente, utente o consumatore di prestazioni pubbliche. Ma una Repubblica non può vivere se i cittadini smettono di sentirsi corresponsabili del suo destino.Un’altra minaccia nasce dall’idea che la democrazia sia troppo lenta per reggere il tempo dell’emergenza, del mercato e della tecnologia. Da un lato vi sono movimenti e partiti che, in nome dell’ordine, dell’identità nazionale o della decisione rapida, finiscono per predicare forme più o meno esplicite di “democratura”: regimi nei quali il voto sopravvive, ma vengono svuotati i contrappesi, l’indipendenza delle istituzioni, il pluralismo, la libertà dell’informazione. Dall’altro lato avanzano culture politiche e tecnocratiche di segno diverso, talora ultraliberiste o “turbo-capitaliste”, che considerano la democrazia costituzionale un freno all’innovazione, al mercato, alla competizione globale e all’accelerazione tecnologica.Qui il tema diventa particolarmente insidioso. Non sempre l’attacco alla democrazia si presenta con il volto rozzo dell’autoritarismo tradizionale. Talvolta assume il linguaggio dell’efficienza, della disruption, della sovranità individuale, della superiorità dei competenti o degli innovatori.Già nel 1997, in “The Sovereign Individual”, James Dale Davidson e William Rees-Mogg anticipavano una visione nella quale il digitale avrebbe indebolito lo Stato-nazione e trasformato la cittadinanza in un rapporto sempre più simile a quello di mercato: l’individuo mobile, dotato di risorse economiche e cognitive, non appartiene più stabilmente a una comunità politica, ma sceglie tra giurisdizioni concorrenti quasi come un cliente tra fornitori di servizi.In tempi più recenti, Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, in “The Technological Republic”, insistono sulla necessità che le società occidentali recuperino capacità strategica, potenza tecnologica e rapidità decisionale per non soccombere nella competizione globale. In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale non è soltanto uno strumento produttivo: diventa componente della sovranità, della sicurezza e della forza dello Stato.Peter Thiel, in una riflessione diversa e più radicale, legge invece la modernità tecnologica come il luogo in cui scienza e tecnica finiscono per assumere funzioni quasi salvifiche: prevedere, ordinare, anticipare, neutralizzare l’incertezza. In “Voyages to the End of the World”, scritto con Sam Wolfe, questa tensione emerge attraverso una rilettura della modernità occidentale come progressiva sostituzione della trascendenza religiosa con una promessa tecnico-scientifica di controllo del mondo.Sono posizioni diverse, da non sovrapporre, ma segnalano un tratto comune del nostro tempo: la tecnologia e, in particolare, l’intelligenza artificiale non sono più soltanto strumenti di innovazione industriale. Diventano potere strategico, visione del mondo, criterio di organizzazione della società. Da qui nasce spesso un fastidio, più o meno esplicito, verso le regole democratiche, percepite come lente, formali, incompatibili con la rapidità richiesta dalla competizione tecnologica. Ma una Repubblica non è un algoritmo da ottimizzare, né un’impresa da scalare. È una comunità politica fondata su diritti, doveri, limiti al potere e responsabilità condivisa.La Repubblica non muore soltanto se viene abbattuta. Può consumarsi lentamente, per disaffezione, cinismo, irresponsabilità, abitudine. Può restare in piedi come apparato e svuotarsi come promessa. Può persino essere indebolita in nome dell’efficienza, della sicurezza, della velocità decisionale e dell’innovazione tecnologica, se questi obiettivi vengono separati dai limiti e dalle garanzie della democrazia costituzionale.Celebrare il 2 giugno significa allora compiere un atto di memoria e, insieme, un esame di coscienza civile. I cittadini del 1946 votarono in un Paese ferito, ancora pieno di macerie, ma ebbero la forza di immaginare un futuro istituzionale nuovo. Oggi viviamo in una Repubblica incomparabilmente più ricca, più libera, più istruita, più protetta; tuttavia, spesso sembriamo meno capaci di fiducia, meno disposti alla responsabilità, meno consapevoli del valore delle istituzioni democratiche.Troppo spesso il richiamo alla stabilità, alla sicurezza e alla prudenza istituzionale nasconde altro: la conservazione dello status quo, la tutela di equilibri politici contingenti, la convenienza di breve periodo. Non siamo davanti a una vera cultura della sicurezza, ma a una politica che usa la paura per evitare scelte di sistema. Così la capacità di immaginare istituzioni più efficaci, una cittadinanza più partecipe e una Repubblica più credibile viene sostituita da un “project fear”: non prudenza responsabile, ma paura strumentale, utilizzata per rinviare, bloccare, neutralizzare o, nella peggiore delle ipotesi, promuovere riforme ad interesse di parte.Il risultato non è maggiore sicurezza. Si difende la Repubblica solo a parole, mentre nei fatti si rinuncia a promuoverla. La Repubblica del 1946 nacque invece da un atto di fiducia: in un Paese distrutto seppe immaginare istituzioni nuove. Per questo la sua difesa non coincide con la conservazione dell’esistente, ma con la capacità di renderla più giusta, più credibile, più capace di decidere, più vicina ai cittadini, senza svuotarne il fondamento democratico e costituzionale.Anche la vicenda delle leggi elettorali mostra questa fragilità. Aldo Cazzullo ha osservato che l’Italia sembra essere l’unica democrazia in cui, a ogni elezione, si torna a discutere di come cambiare le regole del voto secondo le convenienze della maggioranza del momento. Il Paese ha oscillato tra modelli diversi senza trovare un assetto stabile e condiviso. Ma le regole della rappresentanza non possono essere trattate come strumenti di parte. Se appaiono manipolabili, se l’elettorato viene privato della possibilità di scegliere i propri rappresentanti, la democrazia perde credibilità. Allora non ci si può stupire se i cittadini partecipano sempre meno alla vita pubblica e al voto.Onorare la Repubblica significa difendere la Costituzione non come reliquia, ma come criterio vivo di giudizio; pretendere istituzioni serie, ma anche comportarsi da cittadini seri; chiedere diritti e riconoscere doveri; non confondere la libertà con l’arbitrio, la critica con il disprezzo, il dissenso con la distruzione dell’avversario. Significa anche sapere che la democrazia può essere migliorata, ma non aggirata; resa più capace di decidere, ma non svuotata dei suoi limiti; aggiornata nei suoi meccanismi, ma non sottratta al suo fondamento repubblicano.Il 2 giugno, dunque, non è la festa dello Stato che guarda sé stesso. È la festa del popolo che si ricorda di essersi fatto Stato. Ed è, soprattutto, la domanda che ogni anno ritorna: siamo ancora all’altezza della Repubblica che abbiamo ereditato?
PAOLO POLETTI