Intervista a Silvio Moretti autore del nuovo romanzo “Torneranno le lucciole”.
a cura di ANGELO CANNATA’ ♦
Torneranno le lucciole prende spunto da una ferita ancora molto viva nella memoria collettiva italiana. Quando hai sentito l’esigenza di trasformare questa storia in un romanzo?
Credo che alcune storie ti rimangano dentro per anni, quasi in silenzio, aspettando il momento giusto per essere raccontate. Questo libro nasce proprio così. L’omicidio di Marco Biagi è stato uno di quegli eventi che hanno segnato profondamente il nostro Paese, ma soprattutto hanno lasciato ferite personali in chi lo ha conosciuto, frequentato, stimato. Col tempo mi sono reso conto che attorno a quella tragedia pubblica esistevano anche tante storie private mai davvero raccontate.
Tu hai conosciuto Marco Biagi?
Sì ho collaborato con lui ma soprattutto sono stato onorato della sua amicizia. E il personaggio di Roberto Sensini può essere considerato un po’ il mio alter ego. Non volevo però scrivere un saggio né ricostruire cronologicamente i fatti. Mi interessava piuttosto entrare dentro le emozioni, nei silenzi, nei ricordi, nei sensi di colpa e nelle domande che eventi come quello lasciano nelle persone. Il romanzo mi permetteva di farlo con maggiore libertà narrativa e umana.
Nel libro la dimensione privata sembra avere lo stesso peso della grande Storia. Perché questa scelta narrativa?
Perché la Storia non accade mai lontano dalle persone. Anche gli eventi più grandi e drammatici entrano nelle case, nei rapporti familiari, nelle amicizie, nei gesti quotidiani. A me interessava raccontare proprio quel confine sottile tra pubblico e privato.
Quando leggiamo di un attentato o di un fatto politico tendiamo spesso a fermarci al titolo del giornale, all’evento storico, alle conseguenze istituzionali. Ma dietro tutto questo ci sono esseri umani che soffrono, che ricordano, che cercano di dare un senso a ciò che è accaduto. Nel romanzo ho cercato di mostrare come un evento collettivo possa modificare per sempre le vite individuali.
La scena iniziale, con Roberto che apprende la notizia mentre la figlia gli porta le frittelle per la festa del papà, rappresenta proprio questo contrasto improvviso tra normalità e tragedia. È lì che la Storia irrompe nella vita quotidiana e cambia tutto.
Il personaggio di Roberto Sensini è molto intenso e profondamente umano. Come lo hai costruito?
Roberto è un uomo attraversato da molte contraddizioni. È una persona razionale, abituata al lavoro, alle responsabilità, ma improvvisamente si ritrova travolto da un dolore che non riesce a gestire. La morte di Marco Biagi per lui non è solo la perdita di una figura professionale importante: è la perdita di un amico, quasi di un fratello maggiore.
Mi interessava raccontare la fragilità maschile, soprattutto quella di una generazione cresciuta con l’idea di dover controllare sempre le proprie emozioni. Roberto invece crolla, piange, si sente smarrito, si interroga continuamente sul passato e sulle proprie scelte.
È un personaggio che guarda molto indietro, ai ricordi, alle amicizie giovanili, alle illusioni politiche di un’epoca. In questo senso il romanzo è anche un viaggio nella memoria.
Uno dei temi centrali del libro è l’amicizia tra Roberto e Guido. Cosa rappresenta questo rapporto?
Rappresenta la complessità dei rapporti umani e soprattutto il modo in cui il tempo può trasformare le persone. Roberto e Guido nascono quasi come due fratelli: condividono la scuola, le passioni politiche, i cortei, i sogni giovanili, perfino una certa idea romantica dell’amicizia assoluta.
Poi però la vita li porta su strade diverse. E qui entra in gioco uno dei temi che mi interessavano di più: capire come persone cresciute insieme possano arrivare a interpretare in maniera opposta concetti come giustizia, impegno politico, cambiamento sociale.
Sono due uomini che reagiscono in modo diverso alle stesse inquietudini storiche e generazionali. E credo che sia proprio questa ambiguità a rendere il loro rapporto doloroso ma autentico.
Nel romanzo si parla molto anche degli anni Settanta, del Movimento studentesco, delle tensioni ideologiche. Quanto è stato importante ricostruire quel clima?
Era fondamentale. Per capire certe derive bisogna capire il contesto emotivo e culturale in cui sono nate. Gli anni Settanta sono stati un periodo straordinariamente intenso: pieni di speranze, di desiderio di cambiamento, di partecipazione collettiva. Ma erano anche anni attraversati da rabbia, estremismi, conflitti durissimi.
Nel libro ho cercato di raccontare soprattutto lo sguardo di quei ragazzi che pensavano davvero di poter cambiare il mondo. Le assemblee, i cortei, gli slogan, l’entusiasmo quasi ingenuo delle prime manifestazioni studentesche.
Molti di quei giovani erano animati da ideali sinceri. Il problema nasce quando l’ideologia smette di confrontarsi con la realtà e diventa fanatismo. È un passaggio sottile ma pericoloso, e credo sia uno dei nodi centrali del romanzo.
Marco Biagi nel libro appare soprattutto come uomo, più che come figura pubblica. Era una scelta precisa?
Assolutamente sì. Di Marco Biagi conosciamo il giurista, il consulente, il simbolo di una stagione politica molto complessa. Io volevo invece riportarlo alla sua dimensione umana.
Nel romanzo emerge una persona curiosa, generosa, ironica, capace di ascoltare e di mettere a proprio agio gli altri. Un uomo che credeva profondamente nel dialogo e nel confronto civile. Roberto lo ricorda non soltanto come studioso brillante, ma come qualcuno con cui condividere una cena, una discussione, un’amicizia sincera.
Credo sia importante ricordare anche questo: dietro le figure pubbliche esistono persone reali, con affetti, fragilità, abitudini quotidiane. Ed è proprio questo che rende ancora più dolorosa la violenza.
Il titolo Torneranno le lucciole è molto evocativo. Qual è il suo significato più profondo?
Le lucciole sono per me un simbolo di memoria, speranza e resistenza della luce anche nei momenti più bui. Sono qualcosa che sembrava scomparso e che invece, improvvisamente, può riapparire.
Nel romanzo rappresentano anche la possibilità di ritrovare umanità dopo il dolore, dopo le divisioni, dopo il silenzio. Mi piaceva l’idea di un titolo delicato, quasi poetico, in contrasto con la durezza di alcuni temi affrontati.
In fondo credo che questo libro parli anche della necessità di non smettere mai di cercare una luce, perfino dentro le ferite della storia.
Cosa speri che il lettore porti con sé dopo aver letto il romanzo?
Spero soprattutto che resti una riflessione umana. Non mi interessa offrire verità assolute o giudizi definitivi. Mi piacerebbe invece che il lettore possa interrogarsi sul peso delle scelte, sul valore delle relazioni, sul confine sottile tra convinzione e fanatismo.
E poi spero che rimanga anche il senso della memoria. Oggi viviamo in un tempo velocissimo, dove tutto viene consumato e dimenticato in fretta. Invece alcune storie meritano ancora di essere ascoltate, raccontate, tramandate.
Perché ricordare non significa vivere nel passato, ma capire meglio il presente.
ANGELO CANNATA’
