“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – COSÌ NARRAVA
di MICHELE CAPITANI ♦
dedicato a R.,
il protagonista di questo racconto,
che ci ha lasciato un mese fa
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Sera del Giovedì santo: nella nostra città la gente gira per le chiese ad ammirare i “sepolcri”, definizione impropria di rappresentazioni dell’Ultima Cena, più o meno scenografiche, più o meno o pacchiane; sempre interessanti, però, per il curioso fatto che Cristo coi Dodici non compaiono mai, lasciando il posto a questa sorta di metonimie: sedie in numero di dodici, o dodici ciotole da cena antica, talvolta delle sagome, eccetera.
Allestimenti fra il barocco e il concettuale.
Nei quali Cristo coi discepoli non c’è, ma è come se ci fosse. O forse c’è però è come se non ci fosse. Difficile discernere: questo è il fascino.
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Saranno le dieci e mezza, vado a trovare Ryszard, asciutto polacco quasi cinquantenne, che da sette anni risiede in una tenda vicino alla parrocchia di un quartiere di periferia; la piantò dietro al campo sportivo, attiguo alla parrocchia, e lì è rimasta. È il tipico mendicante integrato, che all’uscita dalla messa tutti salutano, soprattutto i bimbi; anzi, i bambini della vicinissima scuola per il suo compleanno gli scrivono un cartoncino 70×100, come gigantesco biglietto d’auguri!
Stasera però non lo trovo davanti alla chiesa, pur col viavai che c’è, per via dei “Sepolcri”; dunque costeggio l’isolato, oltrepasso il campo sportivo, e nella stradina buia tra questo e il supermercato c’è la sua tenda. Ogni volta mi stupisco di come, in tale vasto e popoloso quartiere, nel cui centro, in un giro di trecento metri, risiedono tutti i centri vitali (chiesa e campo, appunto, scuola e supermercato e farmacia e pizzeria) egli abbia insediato la propria tana nel punto più invisibile che ci sia.
Lo chiamo, lo trovo bene, non emette sentori etilici; non ha bevuto ma nemmeno ancora mangiato: ci andremo a fare un pezzo di pizza.
Mi dice dei furti in appartamento che da qualche tempo vengono perpetrati nel quartiere, sui quali appare informato con una certa copia di ragguagli.
Non l’avevo ancora detto, ma c’è un motivo per cui sono venuto: martedì, nel gruppetto di noi che è passato anche da qui per le visite settimanali dagli amici della strada, c’era Francesca che, dovendo redigere la tesi di laurea sui senza-fissa-dimora, si era accordata con Ryszard per fargli delle domande. Ora: o lui aveva cambiato idea, oppure si erano capiti male, o chissà che; fatto sta che, non appena li ha visti, li ha liquidati con due monosillabi ed è scappato con premura, eventi ambedue del tutto inediti.
Francesca si è dispiaciuta, soprattutto temendo di averlo offeso. Allora, eccomi: mentre ci incamminiamo gliela butto lì, facendo lo gnorri, domandandogli se ha più visto Francesca per quelle domande; lui mi dice che quella sera aveva un incontro in parrocchia, quindi doveva andare via; non lo vedo né innervosito né reticente, quindi gli si può anche credere. E mi piace avere di che rassicurare la laureanda!
Avevo anche uno scopo meno urgente ma non per ciò secondario, per cui mi ero ripromesso di passare da lui: vi sono diverse cose che non sappiamo della sua storia, sulle quali ogni tanto tra di noi volontari ci interroghiamo, restando reciprocamente senza risposte complete.
Oddio, trovare lacune nelle amicizie di strada è la norma, anzi molte persone, vuoi per intenzionali ellissi che usano quando narrano di sé, vuoi per incomprensioni linguistiche, vuoi per mancanza di lucidità, sono misteri dai quali trapelano o si evincono solo alcune nozioni o congetture. Ma con Ryszard è diverso: è davvero un nostro concittadino d’adozione, lo conoscono tutti da anni, ci ha pure segnalato spesso delle persone in difficoltà che aveva visto in giro. Dunque, nel suo caso, le lacune nel passato ci colpiscono.
Sappiamo che è di buona famiglia, i genitori erano insegnanti, forse anche il fratello che tuttora vive in Polonia, ma col quale non si parla. La versione “ufficiale” è che la famiglia si trovò in drammatiche difficoltà quando i genitori vennero licenziati a seguito del crollo del comunismo e dello stato socialista. Questo potrebbe anche essere; quel che manca è perché lui non ne parla mai; parla più volentieri della parente che vive con marito e figli a Santa Marinella, da cui periodicamente va a farsi il bucato. Non sappiamo, inoltre, perché non torni al suo, paese preferendo piuttosto vivere in una tenda; benvoluto da tutti, ma in una tenda, senza reddito né pasti garantiti.
Avviandoci alla pizzeria passiamo davanti alla chiesa, e lui rimbrotta un mendicante di colore; io naturalmente rimbrotto lui, ma Ryszard cosa mi ribatte?…
«Mi ha detto don Italo che lui è parroco dentro chiesa, e io sono fuori!»
Diciamo meglio: sindrome da concorrenza fra mendicanti.
Purtroppo, ci sta.
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La pizza qui la servono a tranci, rovente, in due soli gusti (marinara e margherita), su grossa carta da imballaggio. Pizza a tranci e birra: niente di meglio per rinnovare il miracolo del raccontare la propria vita…
… e Ryszard come Odisseo, seduto, così narrava:
«Anch’io sono laureato, in economia; soltanto che per guadagnare mi sono messo a fare viaggi: andavo da Polonia fino a Istanbul, per vendere jeans: in Turchia li compravo, e andavo dopo a venderli in Ucraina. Ho fatto quattro volte questo viaggio.
Andavo giù con mio fratello, di solito; ci avevo anche una fidanzata in Bulgaria. Lì in Bulgaria si stava bene, Romania invece no me piaceva molto. Andavo in Ucraina per venderli, compravo a due euro l’uno, e li rivendevo a quindici.
Riempivo tutta la macchina, si guadagnava bene. C’era qualche rischio, in Ucraina una volta ho visto uccidere uno, e sono scappato».
Io chiedo e chiedo, è inutile precisare che questi balcanici andirivieni mi dànno più gusto della pizza stessa!
Lui mi dice anche molto altro; forse nota che però non gli domando nulla del perché è venuto proprio qui, né perché non torna su.
Mi anticipa:
«Sai perché non torno a Polonia? Perché a mio fratello, quando stavo qui, io gli scrivevo e telefonavo, come per fare gli auguri a Natale eccetera, però lui mai; una volta mi ero rotto le palle e non ho chiamato, e lui non ha chiamato; non ho più sentito lui».
«E non hai altri parenti?»
«Non c’è più nessuno, su: quando aveva 57 anni, mio padre si è ammalato di cancro, non poteva curare, ed è morto. Dopo pochi mesi mia madre ha ucciso sé, come si dice…»
«… si è suicidata».
«Sì, si è uccisa buttandosi da ottavo piano».
Forse bastano, come motivi per non tornare a quello che era il suo Paese e la sua casa, e preferire una tenda fra il Conad e il campo sportivo, dove è riuscito a fermarsi. E a nascondersi, a suo modo.
A diventare assente dalla sua storia.
Infine ce ne torniamo; lui va alla tenda a prendere il bicchiere di plastica, cioè l’equipaggiamento minimo per chiedere l’elemosina, e s’accovaccia accanto alla sua consumata entrata della chiesa, poiché stasera c’è folto pubblico, da grandi occasioni, che entra per vedere il ricordo di Cristo all’ultima cena coi discepoli: Cristo che in tali rappresentazioni non c’è, però è come se ci fosse.
O forse c’è, ma è come se fosse assente.
Proprio come Ryszard.
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MICHELE CAPITANI
