Civitavecchia, il 15,44 e la città che non coincide con il suo rumore
di PATRIZIO PACIFICO ♦
Il dato che colloca Civitavecchia ai vertici nazionali della Mappa dell’Intolleranza merita di essere preso sul serio, ma proprio per questo va sottratto alla semplificazione, all’uso polemico immediato e alla tentazione, sempre presente nel dibattito pubblico locale, di trasformare ogni elemento complesso in un’arma da scagliare contro qualcuno. Il numero è noto: 15,44. Un valore che, rapportato alla popolazione residente, risulta circa quattro volte superiore alla media nazionale. È un dato pesante, che colpisce e che non può essere liquidato con sufficienza. Ma, allo stesso tempo, non può essere interpretato come se misurasse direttamente la qualità morale di una città o il grado di intolleranza reale dei suoi abitanti.
La prima operazione necessaria è dunque metodologica. Quel numero non dice che i civitavecchiesi siano più cattivi, più razzisti o più inclini all’odio degli altri italiani. Dice qualcosa di diverso: misura la densità di contenuti classificati come hate speech prodotti o riferibili a un determinato territorio, all’interno di una specifica piattaforma e secondo criteri di rilevazione che vanno compresi prima ancora di essere commentati. La differenza non è marginale. Confondere un indicatore digitale con un giudizio antropologico sulla città significherebbe commettere un errore grave, oltre che ingiusto. Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato rifugiarsi in questa distinzione per non interrogarsi sul significato politico, sociale e culturale di un’anomalia così evidente.
La domanda corretta, allora, non è se Civitavecchia sia davvero la città dell’odio. Questa è una domanda sbagliata, perché produce solo due risposte entrambe povere: l’autoflagellazione o la rimozione. La domanda più utile è un’altra: perché una città di poco più di cinquantamila abitanti riesce a produrre, nel perimetro osservato, un dato così alto? Da qui occorre partire, con prudenza ma senza paura, distinguendo ciò che è dimostrato da ciò che è probabile e ciò che, invece, resta soltanto percezione.
La prima ipotesi, quella più immediata e più rozza, è che Civitavecchia sia semplicemente una comunità più intollerante delle altre. È una tesi comoda, perché trasforma un fenomeno complesso in una sentenza morale. Ma non regge. Non esistono elementi sufficienti per sostenere che la città reale, quella fatta di quartieri, scuole, associazioni, società sportive, volontariato, lavoro e relazioni quotidiane, sia attraversata da una qualità dell’odio superiore a quella di altri territori. Anzi, chi vive davvero Civitavecchia sa che accanto alle sue fratture esiste ancora una trama civile importante, spesso silenziosa, fatta di persone che costruiscono, aiutano, organizzano, educano, partecipano. Il punto è che questa parte della città non sempre coincide con la sua rappresentazione digitale.
La seconda ipotesi è più solida e, a mio avviso, decisiva: il fenomeno potrebbe essere fortemente concentrato. Le ricerche sui comportamenti online mostrano con chiarezza che la produzione di contenuti tossici non è distribuita in modo omogeneo. Spesso pochi utenti producono moltissimo rumore, commentano ovunque, intervengono con frequenza ossessiva, alimentano discussioni già incendiarie e finiscono per occupare stabilmente lo spazio visibile della conversazione pubblica. In una grande città questo fenomeno tende a diluirsi dentro numeri enormi. In una città media o piccola, invece, poche decine di profili molto attivi possono alterare in maniera significativa la percezione complessiva.
È qui che il dato diventa interessante. Forse il 15,44 non ci parla della maggioranza dei cittadini, ma della struttura della conversazione online. Forse non racconta una città più ostile, ma una minoranza digitale più attiva, più aggressiva, più capace di imporsi nel flusso dell’attenzione. È un’ipotesi che non assolve nessuno, ma cambia il bersaglio dell’analisi. Perché se il problema fosse l’intera comunità, dovremmo parlare di una patologia collettiva generalizzata. Se invece il problema è la concentrazione del rumore, allora dobbiamo chiederci perché lasciamo che pochi soggetti definiscano l’immagine pubblica di molti.
Naturalmente questa dinamica non nasce nel vuoto. I social network non sono semplici specchi della realtà. Sono ambienti costruiti per selezionare, premiare e amplificare ciò che genera reazione. E nulla genera reazione quanto il conflitto. L’indignazione trattiene, la rabbia produce commenti, la polemica genera condivisioni, la delegittimazione dell’altro rafforza l’identità del gruppo. L’algoritmo non ha un’etica pubblica: ha una logica di funzionamento. Mostra ciò che fa restare le persone dentro la piattaforma, non ciò che migliora la qualità della discussione. Così una minoranza molto attiva può acquisire una visibilità enormemente superiore al proprio peso reale, fino a produrre l’illusione che il suo linguaggio sia il linguaggio della città.
Tuttavia, attribuire tutto all’algoritmo sarebbe insufficiente. Se la tecnologia spiegasse ogni cosa, ogni città avrebbe lo stesso dato. Civitavecchia, invece, emerge come anomalia. Per comprenderla bisogna guardare anche alla sua storia recente, alla lunga transizione economica e identitaria che attraversa il territorio, alla crisi di alcuni riferimenti collettivi, alla percezione diffusa di precarietà, alla fatica di immaginare un futuro condiviso dopo decenni in cui porto, energia, lavoro, ambiente e salute hanno rappresentato non solo settori produttivi, ma veri campi di conflitto sociale. Una città abituata a vivere dentro grandi trasformazioni, se non trova luoghi capaci di elaborarle, rischia di trasformare l’incertezza in risentimento.
Qui entra in gioco un tema che per me è centrale: la crisi della mediazione. Per decenni partiti, sindacati, associazioni, circoli, parrocchie, società sportive e corpi intermedi hanno svolto una funzione fondamentale. Non eliminavano il conflitto, perché il conflitto è parte naturale della vita democratica. Lo organizzavano, lo rendevano leggibile, lo trasformavano in confronto, proposta, vertenza, partecipazione. Quando questi luoghi si indeboliscono, il conflitto non scompare: si privatizza, si frammenta, si incattivisce. Perde struttura e guadagna aggressività. Non diventa più politico nel senso alto del termine, ma personale, immediato, reattivo. In una parola: sterile.
Da questo punto di vista, la stampa locale e le pagine social non sono la causa unica del fenomeno, ma possono diventarne un moltiplicatore. Una certa costruzione della notizia, quando vive soltanto di allarme, scandalo, insinuazione, contrapposizione permanente e ricerca compulsiva dell’interazione, finisce per offrire alla rabbia un palco quotidiano. Non crea da sola l’odio, ma può renderlo più visibile, più legittimo, più conveniente. E lo stesso vale per Facebook, forse ancora più di X, perché nella vita reale della città molti dibattiti non si consumano su Twitter, ma sotto i post delle testate locali, nei gruppi cittadini, nelle pagine dei personaggi pubblici, nei commenti che si accumulano come sedimenti di sfiducia.
Su Facebook, però, non abbiamo un dato equivalente a quello della Mappa dell’Intolleranza. Questo va detto con onestà. Non possiamo affermare scientificamente che il fenomeno sia identico, né possiamo quantificarlo senza un’analisi dei commenti, degli utenti, delle frequenze, delle interazioni e della moderazione. Possiamo però formulare un’ipotesi ragionevole: se X restituisce il dato misurabile, Facebook probabilmente restituisce il clima percepito. E il clima percepito, a Civitavecchia, sembra spesso dominato non dalla maggioranza dei cittadini, ma da una minoranza ricorrente, riconoscibile, iperpresente, che interviene su tutto e trasforma ogni tema in una nuova occasione di conflitto.
La questione, allora, non è stabilire se Civitavecchia sia o non sia “la capitale dell’odio”. Questa formula è giornalisticamente forte, ma politicamente povera. La questione vera è capire se una parte sempre più piccola e sempre più rumorosa della città stia occupando lo spazio simbolico della città intera. Perché quando accade questo, il danno non riguarda soltanto chi viene insultato. Riguarda tutti. Riguarda il modo in cui una comunità si percepisce, si racconta, si presenta all’esterno, educa i giovani al confronto, misura il dissenso e costruisce fiducia.
La mia tesi, dunque, è questa: Civitavecchia non è una città dell’odio; è una città in cui una minoranza digitale molto attiva riesce a produrre una rappresentazione sproporzionata del rancore. Questa minoranza trova forza in algoritmi che premiano il conflitto, in spazi social scarsamente moderati, in una crisi più generale della mediazione e in un contesto locale attraversato da trasformazioni profonde, spesso non elaborate collettivamente. Il dato 15,44 non è una condanna morale della città, ma un segnale politico e culturale. Dice che qualcosa, nel rapporto tra disagio reale, rappresentazione digitale e partecipazione pubblica, si è rotto o si sta rompendo.
Per questo la risposta non può essere né la difesa d’ufficio né l’accusa generica. Non basta dire che il dato è sbagliato, come non basta dire che siamo peggiori degli altri. Bisogna ricostruire il terreno su cui una comunità discute. Servono più luoghi reali, più partecipazione organizzata, più educazione digitale, più responsabilità nella comunicazione pubblica, più capacità di distinguere la critica dall’odio e il dissenso dalla demolizione personale. Soprattutto, serve che la parte migliore della città smetta di considerare i social un luogo perduto e lasciato definitivamente ai peggiori istinti.
Perché il rischio più grande non è il 15,44. Il rischio più grande è abituarsi all’idea che quello sia il volto vero di Civitavecchia. Non lo è. Ma può diventarlo, se la città reale rinuncia a farsi vedere, a parlare, a organizzarsi, a contraddire con la propria presenza civile la caricatura che una minoranza rumorosa produce ogni giorno. Una comunità non coincide mai con il suo rumore. Coincide con ciò che decide di costruire quando il rumore diventa troppo forte.
PATRIZIO PACIFICO

Riflessione articolata e convincente. Grazie Patrizio.
Nicola Porro
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