Trump e Xi, la lezione per l’Europa: non scegliere dipendenze, costruire capacità.
di PAOLO POLETTI ♦
Dazi, terre rare, Taiwan, Hormuz, rinnovabili e intelligenza artificiale mostrano che l’autonomia europea non nasce dall’equidistanza, ma dalla capacità di integrare, produrre, proteggere e negoziare.
1. Un vertice che riguarda anche chi non siede al tavolo
L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino tra giovedì 14 e venerdì 15 maggio, non è soltanto un appuntamento diplomatico tra Stati Uniti e Cina. È una fotografia del mondo che sta nascendo: meno cooperativo, più frammentato; meno fondato sulla fiducia nei mercati globali, più dominato dal controllo delle dipendenze.
Al tavolo, insieme ai due leader, siedono idealmente l’Iran e lo Stretto di Hormuz, la guerra russo-ucraina e il futuro del rapporto tra Stati Uniti e NATO, Taiwan e l’Indo-Pacifico, i semiconduttori e l’intelligenza artificiale, le terre rare e le batterie, il fotovoltaico e le auto elettriche, il prezzo della benzina negli Stati Uniti e la sicurezza energetica europea.
Per questo il vertice Trump-Xi riguarda anche noi. Non perché l’Italia possa determinarne l’esito, bensì perché ne subirà comunque le conseguenze. La competizione tra Washington e Pechino incide ormai sul costo dell’energia, sulla stabilità delle filiere industriali, sulla transizione verde, sulla sicurezza digitale, sulla disponibilità di tecnologie critiche e sulla capacità dell’Europa di non restare schiacciata tra due potenze che negoziano prima di tutto in funzione dei propri interessi.
Non siamo più nel tempo in cui la globalizzazione poteva essere raccontata come una grande filiera mondiale, sulla quale materie prime, lavoro, tecnologie e capitali venivano allocati secondo convenienza economica. Le catene globali del valore esistono ancora, ma sono diventate strumenti di pressione politica. Le dipendenze commerciali, tecnologiche ed energetiche non sono più soltanto dati economici: sono leve di potenza.
2. La vera posta: impedire il primato tecnologico cinese
La vecchia guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina non basta più a spiegare ciò che sta accadendo. I dazi restano importanti, ma non sono più il solo strumento dello scontro. Trump li aveva immaginati come un’arma semplice: aumentare il costo dei prodotti cinesi per costringere Pechino a cedere. La realtà si è rivelata più complessa. Le imprese cinesi hanno cercato canali alternativi, mentre aziende e consumatori americani hanno scoperto che colpire la Cina può significare anche aumentare il costo di materie prime, semilavorati, componenti, smartphone e computer.
La stessa esperienza americana mostra il limite dei dazi: possono esercitare pressione, ma una parte dei costi ricade su imprese e consumatori e non bastano a ricostruire rapidamente capacità manifatturiera nazionale[i], non sostituisconoi una politica industriale.
La preoccupazione strategica degli Stati Uniti non è soltanto il disavanzo commerciale. È impedire che la forza industriale cinese si trasformi definitivamente in primato tecnologico, finanziario e strategico. Per questo la pressione americana si è progressivamente spostata dai dazi alle tecnologie abilitanti: chip, capacità di calcolo, semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali.
Questa strategia non nasce soltanto con il “ban” sui semiconduttori avanzati. Era iniziata prima, con la pressione sulle imprese tecnologiche cinesi presentate come rischio per la sicurezza nazionale e per la cybersicurezza degli alleati. Poi si è estesa ai chip, agli strumenti di calcolo e alle tecnologie dell’intelligenza artificiale.
Ma il contenimento tecnologico si è rivelato anche un’arma a doppio taglio: ha rallentato la Cina in alcuni segmenti, ma ne ha accelerato la corsa all’autosufficienza. Le restrizioni americane sono state certamente scomode per Pechino, ma non hanno fermato lo sviluppo dell’industria tecnologica cinese. Anzi, mentre la Cina accelera su intelligenza artificiale, automotive elettrico e tecnologie industriali, alcune grandi imprese americane temono che un eccesso di chiusura finisca per spingere clienti e mercati verso concorrenti cinesi.
La domanda decisiva, dunque, non è chi venda di più all’altro. È chi possa bloccare ciò di cui l’altro ha bisogno per produrre, innovare, digitalizzare, armarsi, competere.
Gli Stati Uniti controllano ancora snodi essenziali della finanza globale, della tecnologia digitale, dei semiconduttori avanzati, dell’ecosistema cloud e dell’intelligenza artificiale. La Cina, però, controlla filiere materiali decisive: terre rare, raffinazione di minerali critici, batterie, fotovoltaico, automotive elettrico, componentistica, macchinari e infrastrutture industriali.
La leva più efficace di Pechino non è solo il volume delle esportazioni, ma il controllo di colli di bottiglia materiali che l’industria occidentale non può sostituire in tempi brevi. Costruire filiere alternative richiede anni, investimenti, competenze, impianti di raffinazione, standard ambientali e accordi internazionali.
La globalizzazione non è finita. È diventata più dura, meno ingenua, più selettiva e, soprattutto, più politica.
3. La tregua dei rivali e il “Board of Trade”
Il vertice tra Trump e Xi non va letto come il tentativo di ricostruire la globalizzazione perduta. Serve piuttosto ad amministrare una rivalità ormai irreversibile.
Stati Uniti e Cina non cercano la pace economica, ma una tregua selettiva: abbastanza ampia da evitare shock incontrollabili, abbastanza limitata da non impedire la prosecuzione della competizione tecnologica, industriale e geopolitica.
Non a caso, nelle ultime settimane è emersa l’ipotesi di un “Board of Trade”, un tavolo commerciale tra Washington e Pechino per individuare i prodotti che le due potenze sono disposte a scambiarsi anche quando la relazione politica resta tesa. È una formula significativa, anche se difficilmente potrà risolvere gli squilibri commerciali: non presuppone fiducia, ma riconosce che nessuna delle due economie può permettersi una rottura completa.
Il “Board of Trade” segnala anche un nuovo realismo: non più l’illusione di costringere la Cina a cambiare modello economico, bensì il tentativo di stabilire quali scambi possano continuare in una rivalità permanente. Per Pechino, accettare un meccanismo di questo tipo può avere un costo politico limitato, se consente a Trump di esibire un risultato e, nello stesso tempo, mantiene aperti i canali commerciali essenziali.
In questo senso, la guerra commerciale non scompare; soprattutto per gli Stati Uniti, però, diventa più amministrata: meno istantanea, più giuridica, più procedurale, più esposta alla reazione di imprese, Congresso e mercati.
Trump ha bisogno di un risultato visibile: acquisti agricoli, commesse per Boeing, promesse di investimenti cinesi negli Stati Uniti, qualche forma di distensione commerciale, forse una collaborazione diplomatica sull’Iran. Xi, invece, sembra muoversi su un orizzonte più lungo: prendere tempo, consolidare le filiere, ridurre la dipendenza dall’Occidente nei semiconduttori, rafforzare la posizione cinese nelle tecnologie verdi e mantenere aperti i mercati esteri indispensabili alla sua crescita.
Dal lato cinese, l’agenda può essere riassunta in tre parole: tariffe, tecnologia, Taiwan. Stop all’escalation dei dazi, accesso alle tecnologie ancora necessarie allo sviluppo industriale cinese e attenzione massima al linguaggio americano sull’isola.
La formula potrebbe essere questa: Trump cerca una vittoria comunicabile; Xi cerca una vittoria strategica.
4. Trump arriva debole, Xi non è invulnerabile
Trump non arriva al vertice in una posizione interna priva di vincoli. Il tema più delicato per l’elettorato statunitense resta il costo della vita. I dati pubblicati dal Financial Times mostrano un presidente vulnerabile proprio sui dossier più sensibili: il 58% degli elettori disapprova la sua gestione dell’inflazione; il 51% quella dell’economia e del lavoro; il 54% la gestione della guerra con l’Iran. Ancora più significativo è il giudizio sui dazi: il 55% degli elettori ritiene che abbiano danneggiato l’economia americana, mentre solo il 25% pensa che l’abbiano aiutata.
A rendere più fragile la posizione di Trump c’è anche un dato istituzionale: la sua arma preferita, i dazi, è oggi meno maneggevole. Le decisioni dei giudici americani hanno limitato la possibilità di usare le tariffe come minaccia immediata e personale, costringendo l’Amministrazione a procedure più lente, più controllate e più esposte alla resistenza del Congresso e delle imprese.
Trump può alzare il tono dello scontro con Pechino, ma non può permettersi che la durezza produca nuovi rincari, scarsità di beni, difficoltà per le imprese o un ulteriore aumento dei prezzi energetici. Deve apparire forte, ma ha bisogno che quella forza non diventi nuova inflazione.
La guerra con l’Iran complica ulteriormente il quadro. Lo shock energetico legato a Hormuz ha già inciso sui prezzi del petrolio e della benzina. Trump arriva a Pechino senza avere chiuso la crisi, che anzi continua a condizionare energia, prezzi e credibilità americana. Per questo ha bisogno di una tregua, anche se non può chiamarla arretramento.
La Cina, però, non è invulnerabile. Ha debolezze evidenti: crisi immobiliare, consumi interni insufficienti, disoccupazione giovanile, demografia sfavorevole, indebitamento locale, dipendenza dall’export. Anche sul piano istituzionale e militare non mancano tensioni e fragilità. Ma Pechino ha costruito una capacità che oggi l’Occidente fatica a replicare: trasformare molte crisi internazionali in domanda aggiuntiva per le proprie filiere.
La vicenda dei semiconduttori lo mostra bene. Un chip non è il prodotto lineare di un solo Paese: è il risultato di una filiera globale fatta di brevetti, software, macchinari, materiali, packaging, assemblaggio e competenze distribuite. Ogni tentativo di separare rigidamente le filiere produce costi, duplicazioni e reazioni difensive. La Cina ha risposto investendo per ridurre le proprie vulnerabilità: nei semiconduttori, nell’automotive, nelle batterie, nella raffinazione dei minerali critici, nelle tecnologie digitali e industriali.
5. Taiwan: la terza “T”
Nel vertice tra Trump e Xi c’è poi un tema che non può essere trattato come una questione regionale: Taiwan.
Per Pechino, Taiwan resta la linea rossa politica e strategica. Per gli Stati Uniti e per i loro alleati asiatici, Taiwan è un perno dell’equilibrio dell’Indo-Pacifico. Ma Taiwan è anche uno dei cuori mondiali della produzione di semiconduttori avanzati. Ogni incertezza intorno all’isola riguarda quindi anche l’industria europea, l’automotive, la difesa, l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza, la capacità di innovazione tecnologica.
Il rischio non è che Taiwan venga “ceduta” in un vertice. Taiwan non è una colonia americana e Trump non può consegnarla a Pechino. Il vero punto è che i rappresentanti cinesi auspicano un cambio del linguaggio americano: non più soltanto “non sosteniamo” l’indipendenza formale di Taiwan, ma “ci opponiamo” all’indipendenza di Taiwan.
Una modifica del genere sarebbe un arretramento sostanziale della posizione degli Stati Uniti: Pechino potrebbe presentarla come una vittoria diplomatica e come un avvicinamento americano alla propria linea, mentre Taipei la leggerebbe come un indebolimento del sostegno politico statunitense e un restringimento del proprio spazio di autonomia.
Per l’Europa, Taiwan non è un dossier lontano. Una crisi nello Stretto omonimo avrebbe conseguenze immediate sulle catene tecnologiche globali, proprio mentre larga parte della trasformazione digitale, industriale e militare europea dipende ancora da tecnologie prodotte o controllate fuori dal continente.
6. Hormuz e l’assist involontario alla Cina verde e intelligente
Lo shock energetico seguito alla crisi con l’Iran sta accelerando la domanda mondiale di tecnologie verdi. Non perché il clima sia tornato improvvisamente al centro dell’agenda politica globale; piuttosto, perché molti Paesi vogliono ridurre la dipendenza da petrolio e gas importati. La sicurezza energetica, più ancora della sensibilità ambientale, sta spingendo verso rinnovabili, accumulo, elettrificazione, efficienza.
Il problema è che molti di questi settori sono dominati dalla Cina. Secondo i dati richiamati dal Corriere della Sera, le esportazioni cinesi di moduli solari finiti sarebbero raddoppiate a marzo. Guardando anche a celle e wafer, Pechino avrebbe venduto al resto del mondo una quantità di componenti fotovoltaiche superiore a qualsiasi precedente storico. La Cina controlla quote enormi della produzione mondiale di wafer di silicio, celle fotovoltaiche e pannelli finiti.
Lo stesso effetto si intravede nel mercato dell’auto elettrica. Nell’Unione europea, a marzo, la quota di vendite dei nuovi modelli elettrici ha sfiorato per la prima volta il sorpasso sulle auto a benzina; in Germania e Francia quel sorpasso sarebbe già realtà, mentre l’Italia registra un’accelerazione molto forte, sebbene da livelli più bassi e anche per effetto degli incentivi pubblici.
Qui si vede l’eterogenesi dei fini. Trump voleva indebolire la Cina. Ma lo shock energetico può finire per rafforzare proprio le industrie cinesi della transizione verde.
C’è però un passaggio ulteriore. La Cina non sta costruendo soltanto una posizione dominante nei pannelli solari, nelle batterie o nelle auto elettriche. Sta cercando di integrare energia, infrastrutture digitali, intelligenza artificiale, cloud, data center e manifattura avanzata in un unico ecosistema industriale.
L’evoluzione annunciata di DeepSeek, soluzione cinese di AI, va letta in questo quadro. La nuova generazione di modelli cinesi viene presentata come il tentativo di rendere l’intelligenza artificiale più efficiente, meno costosa e più distribuibile su infrastrutture controllate dall’ecosistema tecnologico cinese. Non è soltanto una gara tra chatbot. È una gara sulla capacità di calcolo, sui chip, sui data center, sui consumi energetici e sulla possibilità di portare l’AI dentro fabbriche, reti elettriche, ospedali, porti, trasporti, finanza e pubbliche amministrazioni.
Anche Huawei presenta una visione integrata dell’“industrial intelligence”: connettività intelligente, computing, cloud, data governance, data center per l’intelligenza artificiale, digital power, smart photovoltaic, sistemi di accumulo e infrastrutture critiche. Il messaggio è chiaro: l’intelligenza artificiale non vive nel vuoto. Ha bisogno di energia, chip, reti, raffreddamento, data center, storage, sicurezza, manutenzione, capacità industriale.
In questo senso, la formula “tokens per watt” – cioè la quantità di output utile generato da un sistema di AI per ogni watt di energia consumata – è molto più di uno slogan tecnico. Dice che la competizione sull’intelligenza artificiale sarà anche una competizione energetica.
Nel mio precedente articolo su Hormuz osservavo che la risposta italiana non può essere il ritorno ai fossili, bensì una strategia fatta di rinnovabili, accumulo, reti, biocarburanti e filiere circolari. Quel ragionamento resta valido. Ma il vertice Trump-Xi obbliga ad aggiungere un passaggio ulteriore: la transizione energetica è davvero strategica solo se diventa anche politica industriale e digitale.
Se compriamo meno gas ma importiamo quasi tutti i pannelli, le batterie, le celle, i wafer, i sistemi di accumulo, i componenti elettronici e perfino una parte crescente delle infrastrutture per l’AI da pochi grandi ecosistemi tecnologici esterni, non abbiamo eliminato la dipendenza. L’abbiamo spostata. Forse l’abbiamo resa più profonda, perché la dipendenza dal petrolio riguarda l’energia che muove l’economia; la dipendenza da energia pulita, chip, cloud, data center e intelligenza artificiale riguarda anche il modo in cui l’economia pensa, decide, produce e si difende.
7. La lezione europea: non scegliere dipendenze, costruire capacità
Per l’Italia e per l’Europa la questione è esattamente questa: ridurre la dipendenza da petrolio e gas è necessario, ma non basta se la nuova infrastruttura energetica dipende in modo quasi esclusivo da tecnologie, componenti e materiali prodotti altrove.
La transizione energetica non può essere pensata solo come installazione di impianti. Non basta passare da una fonte energetica a un’altra. Bisogna passare da una dipendenza subita a una capacità costruita.
Autonomia non significa produrre tutto da soli. Significa diversificare le fonti, ricostruire filiere europee nei settori critici, investire in riciclo, accumulo, reti, sicurezza digitale e competenze. Anche le iniziative europee più recenti vanno in questa direzione: non autarchia, ma maggiore potere contrattuale, aggregazione della domanda, diversificazione delle forniture e costruzione di filiere più sicure.
La sovranità del futuro non sarà fatta solo di confini, eserciti e moneta. Sarà fatta di capacità computazionale, sicurezza delle reti, controllo dei dati, resilienza delle infrastrutture, autonomia industriale, competenze scientifiche, qualità delle istituzioni.
La collocazione atlantica dell’Italia e dell’Europa non è in discussione. Restiamo parte del mondo occidentale, condividiamo con gli Stati Uniti interessi strategici, sicurezza, alleanze militari, valori democratici e architetture istituzionali. Ma proprio una collocazione atlantica matura impone di evitare la passività industriale e di costruire, anche con la Cina, rapporti selettivi, governati e reciprocamente utili. Tanto più in una fase in cui la leadership americana appare meno capace di aggregare alleati senza frizioni. Molte democrazie avanzate stanno riaprendo o rafforzando canali con Pechino: non per abbandonare il campo occidentale, ma perché la fase nuova impone di diversificare interlocutori, filiere e margini negoziali.
Il confronto con gli Stati Uniti aiuta a capire il punto. Nelle tecnologie civili più avanzate, una parte rilevante della crescita americana si fonda su intelligenza artificiale, piattaforme online, cloud, servizi digitali e modelli proprietari. Dopo investimenti enormi nell’AI, le grandi piattaforme americane avranno bisogno di mercati internazionali aperti e disponibili ad acquistare servizi digitali ad alto valore. Queste tecnologie sono vendibili su scala globale senza richiedere, in molti casi, una stabile organizzazione industriale nei Paesi che le utilizzano. L’accesso può essere concesso, revocato, modulato, prezzato; ma tecnologia di fondo, dati, algoritmi e piattaforme restano concentrati in poche grandi imprese.
Il tipo di tecnologie cinesi è in parte diverso. Energia rinnovabile, accumulo, reti, infrastrutture di trasmissione dati, componentistica, mobilità elettrica, apparati industriali e soluzioni di intelligenza artificiale applicate al funzionamento materiale della società non sono semplicemente servizi digitali vendibili a distanza: richiedono costruzione, installazione, manutenzione, aggiornamento, formazione, adattamento ai contesti produttivi, integrazione con reti locali e, spesso, presenza industriale o partenariati territoriali.
Per questo il rapporto con la Cina va rivisto. Non può essere letto solo con le categorie della dipendenza o della minaccia. Va governato con lucidità, distinguendo i settori nei quali occorre proteggere asset strategici da quelli nei quali conviene costruire partenariati industriali, trasferimenti tecnologici controllati, investimenti comuni, filiere localizzate in Europa, ricerca applicata e ritorni reciproci.
La Cina non può pensare di restare per sempre soltanto “la manifattura del mondo”. Per consolidare la propria posizione deve moltiplicare i ritorni verso sé stessa: non solo esportare beni, ma operare investimenti, cercare standard condivisi, presenza stabile nei mercati, accesso a competenze locali, capacità di servizio, dati industriali, reputazione, relazioni con sistemi produttivi evoluti.
Pechino ha dunque interesse a partenariati più articolati. Ed è qui che l’Europa deve negoziare con chiarezza: non solo acquisti, ma investimenti produttivi sul territorio europeo; non solo fornitura di tecnologie, ma trasferimento controllato di competenze; non solo installazione di impianti, ma ricerca congiunta, sviluppo industriale condiviso, formazione, manutenzione, interoperabilità, sicurezza e integrazione con reti e imprese europee.
Gli investimenti cinesi non devono ridurre l’Europa a piattaforma di assemblaggio o mercato finale. Devono contribuire a creare capacità europea. Per questo vanno negoziati con condizioni chiare: localizzazione di fasi ad alto valore aggiunto, ricerca applicata comune, tutela dei dati industriali, reciprocità, standard condivisi e ritorni effettivi per territori e imprese.
Per l’Italia questa impostazione è ancora più concreta. Abbiamo manifattura, competenze ingegneristiche, distretti industriali, capacità di integrazione, porti, reti energetiche, università, ricerca applicata, sanità digitale, cybersecurity, spazio, automotive, cantieristica, infrastrutture logistiche. Il problema è trasformare queste risorse in una politica industriale coerente.
La vera scelta europea, allora, non è tra Stati Uniti e Cina, né può essere una nuova equidistanza. Con gli Stati Uniti restano essenziali sicurezza, alleanza atlantica, cooperazione strategica e condivisione di valori democratici. Con la Cina, quando possibile e a condizioni chiare, occorre negoziare investimenti, ricerca congiunta, trasferimento controllato di competenze, localizzazione produttiva e filiere industriali europee.
Il punto non è scegliere una dipendenza, ma costruire capacità.
Un Paese, o un continente, è davvero libero non quando può commentare le scelte degli altri, ma quando dispone degli strumenti materiali, industriali, tecnologici e culturali per non esserne travolto.
[i] Secondo la New York Fed, il costo dei dazi sarebbe stato trasferito per circa il 90% su imprese e consumatori americani. Inoltre, il deficit commerciale in beni ha raggiunto nel 2025 un massimo di 1,2 trilioni di dollari, mentre la manifattura è rimasta intorno al 9% del PIL.
PAOLO POLETTI
