Desertificazione, ma non solo

di CORRADO BONIFAZI

La riduzione nel numero di imprese nel commercio al dettaglio e la crescita nel settore alberghiero e della ristorazione sono processi che interessano l’intero territorio nazionale e su cui l’Ufficio Studi di Confcommercio ha attivato un Osservatorio sulla demografia delle imprese nelle città italiane che nel marzo di quest’anno ha presentato il suo undicesimo rapporto[1]. Dietro a questi processi vi sono fattori di diversa natura che stanno determinando una ampia ristrutturazione dei due comparti, che molto spesso è stata descritta come una vera e propria desertificazione commerciale delle città e, in particolare, dei centri storici.

Cause strutturali e congiunturali stanno concorrendo a tale risultato. Tra le prime pesa sicuramente l’aumento esponenziale del commercio su internet, una attività aperta per 24 ore tutti i giorni della settimana e che mette a disposizione qualsiasi merce spesso a prezzi decisamente convenienti e che nel 2025 è arrivato a rappresentare l’11,3% della vendita di beni e il 18,4% di quella dei servizi[2]. Un processo che in diversi casi ha modificato completamente la fruizione dei prodotti, stravolgendone i tradizionali canali di vendita come è avvenuto per la stampa periodica o per la musica. A tali fattori si aggiunge nel contesto italiano una dinamica demografica che ha portato al progressivo invecchiamento della popolazione e a un conseguente cambiamento dei modelli di consumo e che, in diverse zone del paese, sta anche determinando una riduzione degli abitanti e quindi dei potenziali consumatori. Senza contare che la diminuzione delle dimensioni famigliari ha sicuramente reso in diversi casi più problematico il passaggio delle attività da una generazione all’altra.

Non sono poi mancate in questi anni cause di natura congiunturale, dalle crisi economiche del 2008 e del 2011, alla pandemia di Covid e alle crisi internazionali con i loro effetti economici negativi. Sollecitazioni a cui ogni territorio ha risposto in maniera diversa, sfruttando con maggiore o minore capacità le risorse a disposizione. In questo contesto, lo studio della Confcommercio permette di avere un quadro aggiornato della situazione in diverse realtà del paese. L’indagine condotta utilizzando i dati della Fondazione Tagliacarne ha infatti interessato nel 2025 122 comuni, i capoluoghi di provincia, ad eccezione di Roma, Milano e Napoli, e 15 altre città. Se si escludono le tre principali aree metropolitane italiane si tratta senza dubbio della parte più dinamica del paese, che accoglie quasi un quarto della popolazione totale e una cifra quasi analoga delle imprese operanti nei settori considerati.

Nell’ultimo studio è stata inserita anche Civitavecchia, la cui situazione è già stata esaminata in alcuni interessanti contributi pubblicati su Spazio Libero[3]. I dati della ricerca permettono quindi di verificare come i processi in atto nella nostra città si collocano nelle dinamiche nazionali, cogliendone eventuali specificità. Nel confronto, oltre al complesso dei comuni monitorati[4], si è considerata anche la città di Viterbo, demograficamente più grande di Civitavecchia ma che rappresenta sicuramente il punto di riferimento più prossimo, anche se le caratteristiche economiche e le potenzialità delle due situazioni appaiono decisamente diverse. Le informazioni fornite riguardano il numero di imprese nei diversi comparti del commercio al dettaglio e del settore alberghiero e della ristorazione in tre anni (2012, 2019 e 2025), suddivise tra centri storici e altre zone delle città. Nell’indagine non sono considerate né le dimensioni economiche e occupazionali delle aziende né i flussi in ingresso e in uscita. Indispensabili questi ultimi per misurare l’intensità dei processi di chiusura e di apertura degli esercizi e poter descrivere in un’ottica di demografia delle imprese la dinamica dei processi in atto.

I dati di stock raccolti e analizzati da Confcommercio offrono comunque uno spaccato interessante della situazione, soprattutto per le realtà di dimensioni più contenute per le quali è più difficile avere a disposizione su questi aspetti informazioni statistiche affidabili e raffrontabili con quanto avviene nel resto del paese (Fig. 1). Il confronto mostra come nell’insieme dei due settori la diminuzione del numero di imprese che si registra a Civitavecchia tra 2012 e 2025 è praticamente analoga a quella di Viterbo e di mezzo punto percentuale più bassa del calo avvenuto nei 122 comuni monitorati. Un risultato frutto di una perdita poco più alta nel commercio al dettaglio e di un incremento molto più sostanzioso nel settore alberghiero e della ristorazione. Nel primo caso, il calo a Civitavecchia supera infatti di 1,1 punti percentuali Viterbo ed è prossimo a quanto si registra in tutti i comuni analizzati. Nel secondo caso, invece, l’aumento nella nostra città supera di 2,2 punti il valore di Viterbo e di 3,6 quello complessivo.

Fig. 1 – Variazioni percentuali tra 2012 e 2025 nel numero di unità locali nel commercio al dettaglio e nei servizi di alloggio e ristorazione a Civitavecchia, Viterbo e nei 122 comuni

Fonte: elaborazioni su dati dell’Ufficio Studi Confcommercio (USC).

Nel rapporto di Confcommercio viene anche stilata una graduatoria dei comuni in base alla perdita registrata tra le imprese attive nel commercio al dettaglio in sede fissa e ambulante, togliendo quindi dai valori che abbiamo appena visto il comparto E-commerce, porta a porta e distributori automatici. In questa classifica ai primi posti si trovano i comuni con la perdita più consistente e agli ultimi quelli con il calo minore. In testa si trova Agrigento (-37,5%), unico comune del Mezzogiorno nei primi dieci posti, seguita da Ancona (-35,9%) e Belluno (-35,8%), mentre in coda, e quindi con le perdite minori, troviamo Crotone (-1,8%), Olbia (-10,1%) e Latina (-13,8%). Gli ultimi dieci posti comprendono altri tre comuni del Sud (Cagliari, Iglesias e Vibo Valentia) a dimostrazione di come la geografia del fenomeno non segua la tradizionale dicotomia Nord-Sud ma sia il frutto di un insieme più complesso di fattori.  

In questa classifica Civitavecchia si colloca al 79º posto della graduatoria con una perdita nel numero di imprese pari al -24,4%[5], Viterbo si pone al 73º posto con un calo di -25,1%, mentre la diminuzione nel complesso dei comuni è del -25,8%. Sia Civitavecchia che Viterbo si collocano quindi nella metà della graduatoria in cui la perdita è più contenuta e, nello schema utilizzato in un approfondimento di un precedente rapporto[6], entrambe rientrerebbero pienamente nelle «città definite più resilienti o vitali, caratterizzate da una crescita dei servizi turistici superiore alla media e da una riduzione dei negozi meno marcata della media».

Una vitalità che nel caso di Civitavecchia dipende dalla crescita sostenuta di alcuni comparti produttivi (Fig. 2). In primo luogo delle altre forme di alloggio, il cui aumento decisamente fuori scala ha consigliato di non inserirle nel grafico per evitare di appiattire e rendere poco leggibili tutti gli altri cambiamenti. Nel periodo considerato le imprese operanti in queste attività sono infatti passate da 4 a 35, con un aumento di quasi 9 volte (775%) ben superiore a quello pur rilevante che si è avuto a Viterbo (205,9%) e in tutti i comuni (176,5%)  

Fig. 2 – Variazioni percentuali tra 2012 e 2025 nel numero di unità locali nelle categorie del commercio al dettaglio e dei servizi di alloggio e ristorazione a Civitavecchia, Viterbo e nei 122 comuni.

Fonte: vedi Fig. 1.

Altri aumenti superiori o in controtendenza rispetto a quelli delle altre realtà considerate si sono registrati a Civitavecchia tra i negozi di computer e telefonia, con un incremento di imprese operanti del 45,4%, tra le tabaccherie (+18,5%) e tra gli esercizi non specializzati cresciuti del 10,8%. In questo caso, la crescita è avvenuto nel centro storico, dove questo tipo di imprese è passato dalle 21 unità del 2012 alle 35 del 2025, con un sostanzioso aumento del 67%. In questa categoria sono compresi anche i mini market, la cui proliferazione si è posta all’attenzione del dibattito pubblico[7], anche perché in alcuni casi è obbiettivamente difficile comprendere le ragioni che in alcune zone delle città hanno portato alla coesistenza in poche centinaia di metri di diversi esercizi con la stessa tipologia di merce, con un indubbio impoverimento dell’offerta commerciale.

L’andamento negli altri comparti appare nella gran parte dei casi in linea con quanto si è verificato a Viterbo e nel complesso delle città monitorate, per cui sono gli aumenti molto più sostanziosi registrati in alcuni tipi di attività ad aver determinato la maggior resilienza mostrata in questi anni dai due settori a Civitavecchia. Una crescita che deve molto alle dinamiche che si sono messe in moto nel tessuto produttivo cittadino per effetto del traffico croceristico, il cui abnorme sviluppo non poteva restare senza conseguenze in una realtà di poche decine di migliaia di abitanti diventata il secondo porto europeo per transito di croceristi. Questi sviluppi mostrano la necessità di un più attivo protagonismo della città sulle questioni relative al settore croceristico che, di fatto, scarica sulla città e sui cittadini tutta una serie di esternalità, dall’inquinamento delle navi, all’aumento esponenziale del traffico veicolare, alla pressione sul mercato immobiliare e ai cambiamenti non sempre positivi nelle attività commerciali e ricettive. Effetti negativi che andrebbero messi insieme alle ricadute economiche positive del settore per iniziare a costruire una piattaforma complessiva che serva alla città, e all’amministrazione comunale in primis, per interloquire alla pari con le compagnie crocieristiche e l’Autorità Portuale.


[1] Confcommercio, Città e demografia d’impresa (11a edizione). Accelera la desertificazione, 12 marzo 2026.

[2] Confcommercio, Città e demografia .., cit..

[3] T. Nunzi, “L’universo delle imprese, degli occupati e del fatturato a Civitavecchia oggi”,  Spazio Libero, 26 marzo 2026 e T. Nunzi, “In una indagine sulla desertificazione commerciale a Civitavecchia…”, Spazio Libero, 21 aprile 2026.

[4] Questi dati sono stati forniti dall’Ufficio Studi Confcommercio che qui si ringrazia. I dati dei singoli comuni, suddivisi per regione, sono invece disponibili sul sito dell’associazione.

[5] I valori, riferendosi agli esercizi in sede fissa e ambulante, sono come già ricordato leggermente diversi da quelli riportati nella figura 1 relativi all’intero commercio al dettaglio.

[6] Confcommercio, Demografia d’impresa nelle città italiane. Marzo 2024 (9a edizione), p. 14.

[7] F. Baldini, “Botteghe chiuse, minimarket aperti: il centro storico rischia di perdere identità”, Civonline, 30 aprile 2026.

CORRADO BONIFAZI