È ACCADUTO A MOSUL. Spunti di riflessione sulla contro-insorgenza e sul terrorismo.     

                                       

di DELFINA ANGELONI

Nel definire una organizzazione o una milizia irregolare come apparato non- statuale di natura “terroristica” ci si può avvalere della definizione data dalla NATO e dall’ organismo militare USA nel suo complesso. Oggi nello specifico si parla di fenomeno di insorgenza più esattamente, ossia di un movimento che mira al rovesciamento di un governo precostituito attraverso l’uso di atti sovversivi e del conflitto armato. In tal senso molte delle milizie irregolari a ideologia islamica ed estremista sono dunque classificabili come milizie irregolari, insorgenze. Il terrorismo non è un elemento strategico ma una caratterizzazione operativa nella scelta di combattimento ed è oggi ad uso potenziale di ogni stato quale strumento di direzionamento. I conflitti asimmetrici che coinvolgono almeno uno o più attori irregolari, vedono questi ultimi interessati a battaglie e scontri a bassa intensità e breve durata cinetica, puntando a sfiancare il nemico e possiedono grande mobilità e profonda conoscenza di quello che solo apparentemente è un nuovo campo di battaglia: il tessuto urbano.

Il corretto inquadramento terminologico del fenomeno non è solo una questione di valore accademico o di definizione giuridico-istituzionale, ma suggerisce la necessità di direzionare la postura diplomatica e di politica estera di uno Stato sovrano chiamato ad intervenire con le necessarie misure di controinsorgenza sul territorio, posta come caratteristica essenziale della sovranità nazionale la necessità operativa atta a garantire la sopravvivenza del suo stato di diritto. Ad oggi l’attribuzione di “terrorismo” è arbitrariamente duttile, mediaticamente abusata e resta storicamente esclusivamente viziata da una visione o giustificazione politica di intervento unilaterale che soggiace su un giudizio ideologico di supremazia morale.

L’ attuale conflitto delle forze IDF in Libano e la sua propaganda di “guerra giusta” contro il “terrorismo” hanno rappresentato in tal senso un superamento concettuale, politico e mediatico di questa definizione, alla luce di una “caccia al nemico” spietata insita in tutte le politiche di governance occidentale generatesi dopo l’11 Settembre e dunque anche nella visione atlantista Europea. Il crollo delle Twin Towers e la lotta ad Al Quaeda, videro una riscoperta da parte degli apparati militari americani sul piano analitico e strategico di Roger Triquer, ufficiale dell’esercito francese durante la Seconda guerra mondiale e David Galula, militare e scrittore francese di origini Tunisine e teorico del fenomeno della contro-insorgenza. Entrambi i due scrivono negli anni Sessanta, appena chiusa la parentesi del bipolarismo della Guerra Fredda, ma sottolineano aspetti e caratteristiche di intervento, quali passaggi di comprensione strategici obbligati. Soprattutto alla luce di quello che fu il fallimento prospettico della guerra in Iraq, che portò nel 2015 la parentesi proto-statuale dello Stato Islamico, nonché del fallimento dell’intervento americano ed europeo in Afghanistan contro la presenza dei talebani. (In un secondo momento quella Afghana fu parentesi sofferta per la politica di intervento italiana vestita come “operazione di pace”, secondo un vizio tipico italiano asservito alle percezioni negative della guerra nell’elettorato del momento). Entrambi gli autori francesi, sottolineano l’ importanza del contesto politico, storico, sociale e  geografico settoriale del territorio in cui si andranno a svolgere le operazioni di contro-insorgenza, la preferibilità di manovre cinetiche “boots on the ground” rispetto a quelle di aviazione per via dello scenario urbano del conflitto e il legame stretto fra l’interesse nel controllo politico e ideologico sulla popolazione che queste milizie irregolari possiedono con strutture capillari e solide. Galula in particolare azzarda anche un’analisi tipo modello più comune della compagine ideologica dei civili con due minoranze, una a favore della milizia estremista e l’altra contro, ma con una maggioranza del tessuto civile che passivamente non si colloca in nessuno degli schieramenti. Questa Ultima considerazione appare piuttosto interessante se parametrata al conflitto in Iran e alla sua struttura di potere a “mosaico” che potrebbe trovare tassi di riscontro simili nella percezione di rappresentanza della popolazione.

Lo scenario urbano, di guerra in città, non è una novità del conflitto in Ucraina. Una delle prime messe a punto da parte di milizie irregolari islamiste di questo tipo di guerra urbana fu la battaglia di Mosul (2016-2017) contro l’avamposto urbano dello Stato Islamico (ISIS-ISIL). Danneggiata per più di due bilioni di dollari, Mosul è stata distrutta per lo più con sistemi d’arma di precisione ed è stata territorio di guerriglia e scontri a bassa intensità, testimoniando l’importanza delle infrastrutture civili nella mobilità dei comparti. In questa ottica secondo un utilizzo ed una esperienza maggiore posseduta dall’ ISIS. I sistemi ISR non avevano ne hanno ad oggi la capacità tecnica e di misurazione precisa sul tessuto urbano. Si pensi in tal senso alla scelta di utilizzo dei bulldozer corazzati per la demolizione degli edifici a Gaza da parte dell’IDF anche per portare alla luce le milizie di Hamas dai tunnel sotterranei e ampliare la spazializzazione del campo di ricognizione e di combattimento.

Lo scenario urbano di guerra asimmetrica tradizionale resta il più realistico nel caso di intervento di contro-insorgenza. Il tessuto urbano è fortemente interrelato da più forme di intervento, vedendo nello stesso spazio operativo corpi tradizionali, possibili ONG e contractors e con un livello di coinvolgimento del tessuto civile medio-alto anche per l’influenza delle organizzazioni terroristiche sugli aspetti quotidiani della popolazione e per l’ideologia di fondo. In tal senso non è stato mai possibile in generale né con il mero intervento militarista, eradicare questi gruppi.

L’ Ucraina produce ad oggi circa quattro milioni di droni l’anno e si è avvalsa anche di sistemi di adattamento da tecnologia commerciale. Ma anche questa innovazione tecnica e ingegneristica è attribuibile storicamente all’ ISIS, anche a causa dello scenario urbano e delle sue difficoltà topografiche, con l’adattamento militare della tecnologia ad uso commerciale rudimentale, così come l’approssimato corazzamento di veicoli ad uso civile per gli attentati suicidi e altre ingegnose soluzioni tecniche (battaglia di Falluja, 2004). Oggi la guerra in Ucraina è un “turning-point” militarmente parlando anche per le tre guerre intersecate che lì si combattono; la guerra tradizionale, ibrida di disinformazione e di sperimentazione innovativo-tecnologica.

Il nuovo modello di guerra contemporanea contiene delle caratteristiche peculiari anche e soprattutto per quanto concerne le operazioni di contro-insorgenze e pace-keeping. Il modello fornito dal CSPCO (Centro Studi Post-Conflict Operation) dell’Esercito Italiano in tal senso sottolinea come nuovo rischio una fase maggiormente dilatata e instabile fra la fine del conflitto e le operazioni di “nation building” nella quale si inseriscono le fasi di stabilizzazione e ricostruzione. La dilatazione e la maggiore fragilità strutturale di questa fase è l’alterazione più significativa rispetto al pattern dinamico di guerra precedente.

DELFINA ANGELONI