Intervista a Fabrizio Lungarini, autore del romanzo “Invidia” 

a cura del prof. Gianmarco Bonavolontà

 

  1. Iniziamo dal titolo: perché hai scelto proprio Invidia e in che modo questo sentimento attraversa davvero il romanzo?

 

Invidia oltre ad essere il sentimento che viene indagato nelle vicende dei protagonisti di questa storia “fantastica”, è anche un gioco di parole.

Il titolo originario era infatti (I)Nvidia per richiamare esplicitamente l’azienda californiana che produce i chip che danno vita all’intelligenza artificiale.

Il romanzo è ambientato nel 2013 e all’epoca Nvidia produceva gli stessi chip ma questi venivano utilizzati soltanto dai ragazzini per i giochi elettronici, come ad esempio Tomb Rider reload.

Nemmeno nella Silicon Valley potevano immaginare che quei chip sarebbero diventati i più ricercati e preziosi del mondo e questa è la “storia” nella storia.

  1. Se dovessi raccontare Invidia a un lettore che non ne sa nulla, senza rovinargli la sorpresa, da dove partiresti?

Partirei proprio dal paradosso del titolo e dall’elemento di sospensione dell’incredulità.

Nel 2013 in una provincia italiana, un ingegnere di mezza età muore nel momento stesso in cui da vita a Chatgpt con dieci anni di anticipo utilizzando le GPU di Nvidia. Al figlio lascia in eredità la macchina con un solo comandamento “Non metterla mai in rete, perché mi vogliono rubare l’idea”.

Giulio Corti però è un eterno secondo, non riesce a conquistare la donna della sua vita ed è un avvocato senza grandi successi.

Sarà la macchina stessa a convincere il protagonista a metterla in rete per nutrirla dei dati che le mancano per rendere Giulio un avvocato infallibile e un uomo “magico” per Lucrezia, la giovane surfista che proprio in quei giorni compie 18 anni.

Dall’altra parte dell’oceano, a Palo Alto, gli altri protagonisti della storia, dipendenti di Nvidia a caccia di promozioni e denaro, intercetteranno il segnale e capiranno che “qualcuno sta suonando jazz” con una vecchia scheda video. Ne nascerà una rocambolesca caccia all’uomo divisa tra la provincia oncologica italiana e le polverose strade della California.

La storia aumenterà il proprio ritmo fino a raggiungere il suo culmine in un finale sorprendente che restituirà umanità alla macchina.

Il romanzo è anche un piccolo manuale di intelligenza artificiale che spiega, attraverso la storia, il funzionamento e l’evoluzione di quella che è la rivoluzione degli ultimi anni.

  1. Nel romanzo convivono fantascienza, dimensione umana e riflessione sul presente: quando hai capito che questa storia non doveva essere solo tecnologica, ma anche emotiva?

Dall’Invidia. Il romanzo indaga su uno dei sentimenti più potenti dell’uomo, un motore emotivo che in alcuni libere energie che contribuiscono all’evoluzione dell’umanità, ma che al tempo stesso paralizza le masse.

L’Invidia viene quindi esplorata con la stessa profondità, in due realtà apparentemente agli antipodi.

  1. L’idea di una macchina capace di anticipare i tempi nasce in un contesto periferico, lontano dai miti della Silicon Valley: che cosa ti interessava di questo scarto tra centro e periferia?

Mi interessava sottolineare che non esistono differenze tra l’Europa e gli Stati Uniti quando si esplorano i sentimenti più profondi dell’uomo. Per fare questo ho preso a prestito dai “romanzieri bravi”, il contrasto acceso, il contrappunto, l’ellisse temporale, il cliffhanger, che sono soltanto alcune delle tecniche di scrittura che ho mutuato alla letteratura di genere.

  1. C’è un personaggio a cui ti senti più legato, non necessariamente il più “simpatico”, ma quello che ti è rimasto più addosso? Perché?

Nel corso della scrittura ho letteralmente perso la testa per Charlotte, un ingegnere americano algido e progettato per essere efficiente ma che in realtà nasconde nel suo nido i segreti di una donna fragile. E’ il contro altare americano di Giulio e probabilmente un personaggio che mi piacerebbe esplorare ancora in futuro in un eventuale seguito.

  1. Invece, quale personaggio è stato più difficile da scrivere o da mettere a fuoco e per quale ragione?

Riuscire a restituire tridimensionalità ai personaggi che si muovono in California è stata senz’altro una operazione sfidante, quindi essere riuscito a creare empatia nei lettori rispetto alle vicende umane di contesti così lontani da quelli domestici mi ha convinto che sarebbe valsa la pena pubblicare l’opera.

  1. Civitavecchia e Palo Alto non sono soltanto due ambientazioni, ma quasi due visioni del mondo. Come hai lavorato sui luoghi perché diventassero parte attiva della narrazione?

Sono partito dal lavoro sul contesto storico del 2013 e sulle differenze che a mio avviso erano ancora più marcate all’epoca di quanto non lo siano al giorno d’oggi. Il processo di globalizzazione era senz’altro già penetrante anche all’epoca, ma resistevano ancora, nicchie di sana vita analogica che oggi non sarebbe più così semplice da raccontare.

La fantascienza in questo modo si è fusa con i fatti realmente accaduti in quel periodo, rendendo verosimile il paradosso di una scoperta anticipata soltanto di qualche anno.

  1. Invidia è il tuo primo romanzo. Che cosa ti ha spinto, a un certo punto, a passare alla scrittura narrativa?

Il libro, nelle prime pagine, fornisce la risposta a questa domanda. Il punto di rottura e l’urgenza della scrittura nasce da un incidente sugli sci, una rottura appunto, che mi ha costretto a un lungo periodo di immobilità e riabilitazione che mi ha paradossalmente restituito il tempo per il pensiero profondo e la creatività. Poi una notte ho sognato lo scheletro del romanzo e da quel giorno non mi sono fermato fino all’ultima pagina.

  1. Scrivere un primo romanzo significa anche esporsi all’idea del rischio. Hai avuto, durante la stesura, un momento di vuoto creativo? E, se sì, come l’hai risolto?

Ho avuto sin dal principio il terrore di non essere in grado di scrivere il finale. Ho scritto il romanzo con le idee molto chiare sulla trama, ma senza sapere come sarebbe andato a finire. Nella mia testa mi risuonava in continuazione una frase che mi ripeteva sempre il mio maestro di teatro, Alessandro Serra: “meglio iniziare con una banalità che finire con una banalità”, frase che in realtà è attribuita ad Hitchcock che è un altro maestro al quale mi sono permesso di “rubare” qualche tecnica narrativa.

  1. Dalla lettura emerge una dimensione autobiografica, ma anche la volontà di trasformarla subito in invenzione narrativa. Come hai gestito il confine tra esperienza personale e libertà letteraria?

Con grande divertimento. Le parti autobiografiche sono state senz’altro le più divertenti da elaborare, ma sono state poi utilizzate quasi come un trampolino dal quale lanciarsi nel vuoto per reinventarsi in una dimensione che definisce il genere di questo romanzo: Fantascienza per umanisti.

  1. Nel romanzo c’è un ritmo molto visivo e quasi cinematografico. La tua scrittura nasce più per immagini, per scene, per dialoghi o per idee?

E’ una scrittura che risente evidentemente della mia formazione. In passato ho avuto esperienze con il terzo teatro che mi ha insegnato ad avere rispetto di ogni elemento che viene messo in scena; ho studiato sceneggiatura alla scuola delle arti di Pino Quartullo scoprendo la magia della trasformazione cinematografica della scrittura; infine mi perdo in alcune allegorie artistiche antiche e moderne che mi agitano l’anima e che hanno reso inquieto il mio periodo di immobilità forzata. Ne è uscito un romanzo che sembra un copione di un film al quale bisognerà trovare un regista.

  1. Che tipo di reazione ti interessa suscitare alla fine del libro?

La reazione più gettonata da chi ha avuto il coraggio di leggere il libro è la “sorpresa”. Ed è proprio questa sorpresa che voglio suscitare nel lettore. Intendo togliere i punti di riferimento sulla mia persona, per permettere anche agli altri di uscire dalla propria zona di comfort e rischiare di fare qualcosa che li faccia sentire vivi.

  1. Dopo questo esordio, che cosa senti di aver scoperto su di te come scrittore? E c’è già una direzione, o un’ossessione narrativa, che immagini di voler esplorare nel prossimo libro?

Il mio prossimo romanzo dovrà necessariamente attendere. Devo prima sorprendermi ancora e scrivere il mio primo saggio, un libro di testo, un manuale, qualcosa che possa essere usato per insegnare e imparare cose serie e che possa mettere un punto fermo anche sulla mia carriera da avvocato.

Gianmarco Bonavolontà

 

* riferimenti al libro:

 

 

  • il prof. Gianmarco Bonavolontà è esperto in tecnologie per l’insegnamento e l’apprendimento che si occupa di intelligenza artificiale da oltre 10 anni.
  • Il Prof. Avv. Fabrizio Lungarini (Civitavecchia 1974) è Coordinatore di Master di II Livello, Avvocato Cassazionista e ha ricoperto incarichi manageriali e politici nel governo locale.