Primo Maggio. Il lavoro, la dignità e il coraggio di progettare il futuro.

di PAOLO POLETTI ♦

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”: la nostra Costituzione riconosce nel lavoro non soltanto un fattore della produzione, ma il luogo in cui la persona esprime dignità, responsabilità, libertà, appartenenza.

Lo scorso anno ricordavo che il lavoro non è un’astrazione: evoca donne e uomini, storie, sacrifici, conquiste; e che senza i lavoratori – quelli di oggi e quelli del passato – la ricchezza che consideriamo acquisita non esisterebbe. Ricordavo anche che il Primo Maggio non è soltanto festa, ma memoria, impegno e responsabilità. Resto convinto che questo sia il punto da cui ripartire: senza i lavoratori non c’è progresso; senza la loro centralità non c’è Repubblica.

Ma oggi questa affermazione deve essere accompagnata da un monito più severo.

Manca un orizzonte chiaro, manca una visione capace di indicare al Paese una direzione: quali settori strategici rafforzare, quali competenze formare, come valorizzare i giovani, la ricerca, l’innovazione, la manifattura avanzata, i servizi ad alto valore aggiunto, l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza, la transizione energetica e digitale.

Troppo spesso ci si limita a provvedimenti tampone. Si interviene per contenere l’emergenza, per conservare lo status quo, per rinviare i nodi strutturali. Ma una grande nazione non può vivere solo di manutenzione dell’esistente. Non bastano programmi roboanti, né parole d’ordine pensate per illudere i cittadini più che per cambiare la realtà. Governare non significa inseguire il consenso del momento, ma assumersi la responsabilità delle scelte: anche quando occorre contrastare rendite, privilegi e interessi corporativi che piegano l’interesse generale alla difesa del particolare. Non basta difendere ciò che resta. Bisogna avere il coraggio di costruire ciò che ancora non c’è.

Il tema del lavoro, oggi, non può essere separato dal tema della competitività. Quest’ultima, tuttavia, non può continuare a fondarsi prevalentemente sulla compressione dei salari. Un Paese che compete pagando meno i propri lavoratori non sta costruendo futuro: sta consumando il proprio capitale umano, sta impoverendo il ceto medio, sta chiedendo ai giovani di accettare orizzonti più stretti di quelli delle generazioni precedenti.

La vera competitività nasce dalla capacità di trasformare questi ambiti in una strategia coerente di crescita. Non basta nominare innovazione, ricerca, formazione, tecnologie avanzate e transizione digitale: occorre farne gli strumenti di un nuovo modello produttivo, capace di generare valore e non soltanto di contenere costi. È questa la condizione che consente alle imprese di salire nella catena del valore e alle istituzioni di accompagnare questo salto. Solo così si possono garantire salari migliori, lavoro più qualificato e maggiore produttività.

I dati degli ultimi anni confermano che il problema salariale italiano non è episodico. I salari reali restano sotto pressione, mentre molti rinnovi contrattuali arrivano tardi, quando la perdita di potere d’acquisto si è già prodotta. E quando finalmente arrivano, troppo spesso non restituiscono integralmente ciò che l’inflazione ha sottratto. È un problema che riguarda la qualità della democrazia economica del Paese: il lavoro non può essere celebrato una volta l’anno e svalutato nei fatti per il resto.

La questione, dunque, non è soltanto sindacale o contrattuale. È politica, economica, industriale e morale. Perché un Paese che lascia i salari inseguire i prezzi, anziché governare la crescita della produttività e del valore, finisce per chiedere ai lavoratori di pagare il prezzo dell’assenza di visione.

Questa assenza di visione pesa ancora di più in una fase storica nella quale la competizione economica è diventata anche competizione tecnologica, industriale e geopolitica.

Il Primo Maggio di quest’anno cade in un tempo difficile. Viviamo in un mondo “fai-da-te”, nel quale sono saltati equilibri, alleanze, istituzioni internazionali e certezze che per decenni avevano retto l’ordine globale. La competizione tra grandi potenze, il ritorno della guerra, la frammentazione delle catene del valore, le tensioni commerciali, la corsa tecnologica e la crisi del multilateralismo rendono evidente che nessun Paese può più permettersi improvvisazione.

Per questo l’Italia deve restare saldamente ancorata all’Europa. Non per abitudine, non per retorica, ma per interesse nazionale e per coerenza con i propri valori costituzionali. In un mondo instabile, il nostro spazio naturale è quello europeo: uno spazio da rafforzare, da rendere più competitivo, più autonomo, più capace di difendere industria, lavoro, diritti, sicurezza e libertà. Al tempo stesso, l’Italia deve guardare oltre i confini dell’Unione, costruendo relazioni solide con quei Paesi esterni all’Unione europea che condividano i nostri principi: democrazia, Stato di diritto, libertà, centralità della persona, tutela del lavoro, cooperazione e pace. Non servono alleanze occasionali, dettate solo dalla convenienza del momento; servono rapporti fondati su interessi comuni, ma anche su valori riconoscibili. Il Rapporto Draghi sulla competitività europea ha ricordato che l’Europa non può più contare sui fattori che in passato ne hanno sostenuto la crescita e che produttività, innovazione, energia, sicurezza e investimenti sono ormai questioni decisive per preservare prosperità, equità e libertà.

Guardare indietro, immaginando di tornare a modelli ormai esauriti, sarebbe inutile. La storia va avanti. Cambiano le tecnologie, cambiano i mercati, cambiano i rapporti di forza, cambiano le professioni. Per questo la dignità dei lavoratori deve essere tutelata su basi nuove.

La questione, allora, non è soltanto difendere il lavoro esistente, ma decidere quale idea di lavoro vogliamo consegnare al futuro. Non basta proteggere ciò che c’è, se non si costruisce ciò che serve. Non basta invocare diritti, se non si crea un sistema produttivo capace di renderli sostenibili. Non basta parlare di innovazione, se l’innovazione non migliora la vita delle persone. Il monito di fondo è questo: il lavoro non può essere la variabile di aggiustamento delle crisi, delle inefficienze e delle mancate scelte strategiche del Paese.

Il Primo Maggio deve allora tornare a essere una chiamata alla responsabilità. Alla politica chiede visione. Alle imprese chiede coraggio. Al sindacato chiede rappresentanza effettiva. Alle istituzioni chiede programmazione. Alla scuola, all’università e alla ricerca chiede di essere parte della strategia nazionale. Ai cittadini chiede consapevolezza.

Non possiamo limitarci a celebrare il lavoro mentre il lavoro perde valore. Non possiamo invocare la dignità dei lavoratori se poi accettiamo che la crescita si fondi sulla loro debolezza contrattuale. Il Primo Maggio non deve essere soltanto una ricorrenza, ma il giorno in cui una comunità nazionale ritrova il coraggio di progettare.

Perché senza lavoratori rispettati, formati e remunerati dignitosamente non c’è sviluppo; senza politica industriale non c’è futuro economico; senza Europa e senza relazioni solide con i Paesi che condividono i nostri principi, non c’è forza sufficiente per affrontare il mondo nuovo.

E senza il coraggio di cambiare, non c’è futuro da consegnare alle prossime generazioni.

PAOLO POLETTI