La quasi inverosimile vicenda degli ebrei di San Nicandro.
di BRUNO PRONUNZIO ♦
“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro”.
La frase, attribuita a Umberto Eco, spiega meglio di tante altre quanto sia importante leggere: per il gusto di immergersi in altre realtà, per il piacere di conoscere cose nuove, per migliorare il proprio senso critico. Ogni volta che si finisce di leggere un libro, il saldo tra costi sostenuti, in termini di denaro e tempo speso da un lato, e benefici misurati da sapere ed emozioni addizionali dall’altro, è quasi sempre a favore di questi ultimi.
Qualche anno fa mi immersi con piacere nella lettura di una saga familiare (“Gente del sud” di Raffaello Mastrolonardo), meno conosciuta di quella dedicata ai Florio, ma altrettanto avvincente. Nelle oltre settecento pagine del romanzo, in prevalenza ambientato in Puglia, l’autore narra di una vicenda che, a tutta prima, sembra partorita dalla sua fervida fantasia.
Donato Manduzio era nato nel 1885 a San Nicandro Garganico e imparò a leggere e a scrivere soltanto durante la Grande Guerra, nelle lunghe giornate trascorse negli ospedali dai quali uscì con un’invalidità permanente. Nel 1920, dopo un sogno premonitore, Manduzio ricevette una Bibbia da un pastore pentecostale che vagava tra le campagne pugliesi in cerca di proseliti. L’uomo iniziò ad approfondire l’Antico Testamento e, giunto al termine, si convinse di aver vissuto, fino a quel momento, all’interno di una falsa religione. Si convinse così di essere stato scelto, novello Mosè, per ricreare il popolo eletto e guidarlo alla gloria di Yahvè, convinto che gli ebrei post-biblici si fossero estinti.
Donato Manduzio iniziò a farsi chiamare Maestro Levi e fece una quarantina di proseliti, con i quali iniziò a rispettare i numerosi precetti religiosi dettati dalla Bibbia, comprese le festività. Fu grazie a un ambulante che giunse da Napoli nelle campagne del foggiano che Manduzio venne a conoscenza dell’esistenza di comunità ebraiche. Iniziò così, nel 1931, una corrispondenza con il Rabbino Capo di Roma che stentava a comprendere le dinamiche della conversione e quali fossero i motivi che spingevano tale comunità ad abbracciare i dogmi dell’ebraismo, non appartenendo nessuno a famiglie israelitiche costrette in passato a convertirsi forzatamente al cattolicesimo. La nascita di una comunità ebraica in un luogo isolato, in cui né un ebreo né un testo ebraico aveva mai messo piede, costituiva un unicum.
La storia della comunità di San Nicandro proseguì tra i tentativi vani di farsi accreditare dalle comunità storiche e il distacco di queste ultime, poco interessate a fare proseliti.
Durante il 1943, la 178^ compagnia autotrasportata appartenente alla Brigata Ebraica, di stanza nel foggiano, venne a contatto con quella comunità sperduta, iniziando così a far trapelare la notizia della sua esistenza al di fuori dei confini nazionali.
Fu l’insistenza di Raffaele Cantoni, tra le più importanti figure delle comunità ebraiche in Italia e attivo nella lotta partigiana, a consentire una mediazione con le istituzioni religiose e a far giungere finalmente sul Gargano, nell’agosto del 1946, un Rabbino per sovraintendere alla circoncisione degli uomini (l’unico che non lo fece fu proprio Manduzio) e al bagno di purificazione delle donne.
Nel 1948, dopo la nascita ufficiale dello Stato d’Israele, gran parte della comunità di convertiti si trasferì nella patria d’adozione.
Oggi continua a essere radicata nella cittadina dauna una piccola comunità che osserva lo Shabbath e si riunisce in sinagoga.
BRUNO PRONUNZIO
