Stiamo dimenticando da dove veniamo

di PAOLO POLETTI ♦

Il 25 aprile, pur essendo una data centrale nel calendario civile della Repubblica, non dovrebbe mai ridursi a una ricorrenza da onorare distrattamente. È il giorno in cui, più di ogni altro, dovremmo interrogarci sul fondamento stesso della nostra vita democratica: il giorno in cui l’Italia, dopo la dittatura, la guerra, l’occupazione e la lacerazione civile, ritrovò la strada della libertà. Per questo la domanda più seria che oggi dovremmo porci è forse anche la più semplice: stiamo dimenticando da dove veniamo?

Il rischio, infatti, non è soltanto quello di attenuare la memoria storica, ma di smarrirne il significato. Come ammoniva George Santayana, filosofo e scrittore ispano-americano, “chi non sa ricordare il passato è condannato a ripeterlo”. Ed è forse proprio questo il compito più attuale del 25 aprile: impedire che la memoria si riduca a rito. Perché quando un popolo perde coscienza della propria storia, finisce per considerare la libertà un fatto scontato e la democrazia un bene definitivamente acquisito. Il 25 aprile ci ricorda invece il contrario: che nulla di tutto questo è stato gratuito e che tutto questo è costato sacrificio, coraggio, sofferenza, scelta.

Il punto, allora, non è guardare al passato con nostalgia. Non si tratta di usare la Resistenza come una bandiera da agitare contro qualcuno, né di trasformare la memoria della Liberazione in una liturgia ideologica. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che senza coscienza della nostra origine democratica finiamo per indebolire anche il nostro presente. Una comunità che dimentica da dove viene smette, lentamente, di capire che cosa sta difendendo.

È qui che il 25 aprile torna ad avere una forza contemporanea. Perché la libertà, oggi, non viene insidiata soltanto da forme esplicite di violenza politica o da nostalgie dichiarate. Più spesso si indebolisce attraverso l’assuefazione, il cinismo, la superficialità. Si logora quando la democrazia viene percepita soltanto come lentezza, mediazione, complessità; quando il confronto è vissuto come intralcio; quando i corpi intermedi, i contrappesi, le garanzie e i procedimenti, invece di essere riconosciuti come presidi contro l’arbitrio, vengono liquidati come ostacoli all’efficienza.

Per questo non apprezzo neppure il refrain del “gli italiani ci hanno votato”, spesso brandito per respingere ogni obiezione in modo poco democratico: come se il voto autorizzasse tutto e rendesse superfluo il confronto. Con un implicito quasi sprezzante: oggi lo facciamo noi, domani lo farete voi. Ma il consenso non annulla i limiti, né rende irrilevante la critica.

In questo clima culturale si fa strada una tentazione sottile, ma pericolosa: l’idea che la libertà possa essere troppo esigente, che la democrazia sia troppo lenta, che il governo delle società complesse richieda meno partecipazione e più comando, meno discussione e più decisione, meno limiti e più forza. È una tentazione che assume forme nuove, spesso sofisticate, talvolta persino seducenti. Non si presenta sempre con il volto rozzo dell’autoritarismo classico. A volte si traveste da realismo, da competenza, da necessità storica. A volte parla il linguaggio dell’innovazione, della sicurezza, della rapidità tecnologica.

Non è un caso che una parte influente della cultura tecnologica contemporanea guardi con insofferenza ai tempi della democrazia liberale. Peter Thiel scrisse già nel 2009 di non credere più alla compatibilità tra libertà e democrazia. Alex Karp sostiene invece una visione nella quale le società libere dovrebbero recuperare potenza, capacità strategica e rapidità decisionale per prevalere nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della competizione geopolitica. Nel 2025 il suo libro The Technological Republic ha insistito sulla necessità di riallineare tecnologia, Stato e interesse strategico. Palantir, gigante americano del software strategico, non a caso cofondato da Peter Thiel e guidato da Alex Karp, è divenuto così uno dei simboli più evidenti di una tecnologia intesa come leva di potere, sicurezza e decisione. Non stupisce, allora, che proprio in questi giorni abbia rilanciato pubblicamente, in forma di manifesto, tesi che privilegiano hard power, mobilitazione nazionale e diffidenza verso un pluralismo ritenuto vuoto o indebolente.

Naturalmente, sarebbe semplicistico mettere sullo stesso piano queste posizioni e le esperienze totalitarie del Novecento. La storia non si ripete mai in forma identica. Ma sarebbe altrettanto ingenuo non cogliere il segnale culturale che esse esprimono: la crescente disponibilità a pensare che le forme della democrazia siano un lusso e che, nei tempi della guerra ibrida, dell’intelligenza artificiale, delle piattaforme e della competizione globale, serva una verticalizzazione del potere. È precisamente qui che la memoria del 25 aprile diventa decisiva. Perché ci ricorda che ogni volta che un popolo smette di apprezzare i limiti al potere, comincia già a preparare il terreno per il loro superamento.

Da questo punto di vista, anche la simpatia, neppure troppo velata, che oggi si manifesta in vari ambienti verso le autocrazie non dovrebbe essere sottovalutata. Non parlo soltanto dell’ammirazione aperta per i regimi autoritari. Parlo anche di un’abitudine mentale più diffusa: l’idea che chi decide da solo sia più efficace; che chi non deve rendere conto a opposizioni, parlamenti, magistrature, stampa libera e società civile sia, in fondo, più adatto a governare il cambiamento; che il dissenso sia un fastidio; che il conflitto democratico sia una debolezza; che la concentrazione del potere sia, in definitiva, una scorciatoia accettabile. Il 25 aprile ci dice esattamente l’opposto: che il potere senza limiti non rende una nazione più forte, ma soltanto meno libera.

Stiamo dimenticando da dove veniamo anche quando consideriamo la libertà un bene che si conserva da sé. Anche quando immaginiamo che basti indignarsi occasionalmente per dirsi fedeli alla democrazia. Anche quando riduciamo la memoria a una cerimonia, anziché a una responsabilità. Perché la verità è che la libertà vive solo se viene custodita. Vive nella cultura istituzionale, nel rispetto delle regole, nella serietà del confronto pubblico, nella capacità di sopportare la complessità senza invocare scorciatoie autoritarie. Vive nella consapevolezza che il potere, proprio quando promette efficienza assoluta, debba essere controllato con ancora maggiore attenzione.

Per questo il 25 aprile non può essere una data confinata nel passato. È una misura del presente. Ci interroga sul nostro modo di intendere la democrazia, sul nostro rapporto con la libertà, sulla nostra disponibilità a difendere le istituzioni repubblicane anche quando appaiono imperfette, lente, faticose. Ci ricorda che la democrazia non è il regime della comodità, ma quello della responsabilità. E che la libertà non si salva da sola.

Il vero rischio, oggi, non è soltanto dimenticare una pagina di storia. È dimenticare perché quella pagina è stata necessaria. È dimenticare che cosa accade quando un popolo rinuncia, poco alla volta, alla vigilanza civile, al senso del limite, alla dignità della partecipazione democratica. È dimenticare che la Repubblica italiana nasce da una liberazione e che quella liberazione ci obbliga ancora.

Ricordare il 25 aprile, allora, significa questo: non limitarsi a onorare chi ha combattuto per restituire all’Italia la libertà, ma domandarsi se noi, oggi, siamo ancora capaci di meritarla. Perché la libertà non vive di rendita. La democrazia non si trasmette per inerzia. E un Paese che dimentica da dove viene rischia, prima o poi, di non sapere più neppure dove sta andando.

PAOLO POLETTI