Il sol dell’avvenire: un’occasione perduta a metà

di MARCELLO LUBERTI

Passate più di tre settimane dall’uscita nei cinema, è maturo il tempo per una riflessione, non solo di tipo artistico, sull’ultimo film di Nanni Moretti, che prende nome dall’idea lirica da sempre associata al Comunismo, “Il sol dell’avvenire”, appunto. L’idea palingenetica che ha rappresentato uno dei punti di attrazione di quell’ideologia, anche per quel genere umano orfano o desideroso di una religione, di un mondo senza più ingiustizie.

Premetto, per gli appassionati del cinema di Moretti, che troveranno nel film quasi tutti gli elementi che hanno fatto la fortuna dei suoi film, almeno di quelli incentrati sulla figura di regista-giocatore di pallanuoto-militante di sinistra. Anche se il protagonista si chiama Giovanni, nel film si ritorna dalle parti di Michele Apicella, alter ego delle sue prime fortunatissime pellicole.

Sono presenti diversi ingredienti che sicuramente piaceranno agli spettatori morettiani: il film nel film; una storia di militanti del PCI; la polemica verso il cinema contemporaneo; Nanni stesso vittima e protagonista con le sue gag esilaranti e la sua recitazione stentorea; prove di ottimi attori, tra cui spicca Silvio Orlando, segretario di sezione PCI e giornalista del film-nel-film.

Confermata al massimo grado l’autoreferenzialità del protagonista, il regista Giovanni che, ad esempio, di fronte a eventi inequivocabili, non riesce a prendere atto di un distacco definitivo della moglie e della fine del suo matrimonio.

Mi sembra il caso di indicare già da ora un limite de “Il sol dell’avvenire”: il film piace (a me è piaciuto molto), solo a generazioni che sono cresciute col cinema di Moretti. Diciamo meglio, mi sembra difficile possa essere apprezzato da un pubblico giovane, ma intendo anche da trentenni e quarantenni. Sono tanti, troppi i riferimenti agli argomenti, alle fissazioni messi a fuoco da Moretti con le sue opere cinematografiche sin dalla seconda metà degli anni settanta.

Il film scorre agevolmente, non ha passaggi a vuoto, si fa vedere, eccome. Molti passaggi esilaranti sono anche prevedibili, ma continuano a funzionare.

L’idea originale de “Il sol dell’avvenire” è quella di immaginare, in una singolare “what-if-analysis”, la possibilità che il Partito Comunista Italiano si distanziasse dall’Unione Sovietica già ai tempi dei fatti di Ungheria del 1956. Già la dizione “fatti di Ungheria” è rappresentativa dell’epoca, delle sue censure, perché si trattò in effetti dell’invasione sovietica mirata a sovvertire il governo di un paese che chiedeva maggiore libertà e autonomia dal blocco orientale.

L’idea è in sé molto suggestiva e Moretti la sviluppa con un approccio artisticamente valido. Nel contesto del film che sta girando, ambientato nel 1956, ben illustra la sofferenza dei militanti del PCI di una sezione della periferia romana che ospitano un circo ungherese, il Circo Budavari. Le sliding door immaginate da Moretti si aprono quindi su un distacco del Partito Comunista Italiano dall’influenza sovietica sin dal 1956, in conseguenza del quale sarà realizzata l’utopia comunista in Italia. Così afferma un cartellone finale sui titoli di coda del film.

La scena finale è da incorniciare: un corteo fatto di tanti attori, militanti, meglio, dei film passati di Moretti lungo via dei Fori Imperiali a Roma. Bella e commovente, se quest’ultimo aggettivo è consentito nel cinema del Nostro. Unica contraddizione, forse, una gigantografia di Trockij innalzata da un attore nel corso della sfilata.

Moretti ha negato, ma le immagini del corteo hanno il sapore di un lascito testamentario. E come tale funzionano egregiamente, non c’è che dire.

Se per Moretti il cinema fosse solo una manifestazione artistica, il finale del film apparirebbe una conclusione di tipo romantico, ma legittima.

Ma il regista romano ci ha anche abituato nei suoi film al “messaggio”. Il finale di “Il sol dell’avvenire” porta un messaggio troppo distante dalla Storia del Comunismo. In altre parole, un prodotto artistico che si occupa di questi temi non può fare totalmente a meno della realtà.

La trovata artistico-romantica di Moretti mi è sembrata un nobile espediente per confortare gli orfani del comunismo, soprattutto i vecchi militanti del PCI, con l’illusione che lo stalinismo sia stata solo una deviazione, un’applicazione distorta di un’ideologia giusta. O che se Trockij non avesse avuto la peggio con Stalin le cose sarebbero andate diversamente. Purtroppo non è stato così.

La rimozione, l’amnesia che abbiamo di fronte trova radici anche nella singolarità della storia del Partito Comunista Italiano, un soggetto politico che per settant’anni ha personificato grandi battaglie di libertà e emancipazione del popolo italiano. Una scuola di vita per tanti italiani che oggi hanno ben più di cinquant’anni. Una storia di cui si nutrono molti rimpianti.

“Il sol dell’avvenire”, in conclusione, è un’opera cinematografica ben fatta, che vorrebbe rassicurare il pubblico naturale di Moretti, stanco di raccogliere solo sconfitte in un pantano di ripiegamento anti-politico. E, guardato sotto questa luce, è un film riuscito.

Grazie quindi al regista per aver creduto alla possibilità di riscrivere un altro finale per la nostra Storia.

MARCELLO LUBERTI

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* immagine di copertina tratta dal Fatto Quotidiano del 24 aprile 2023