Elly Schlein, la segretaria del partito democratico

VALENTINA DI GENNARO ♦

Ho votato convintamente Elly Schlein come segretaria del Partito Democratico alle primarie aperte. L’ho fatto perché sono convinta che il destino del maggiore partito progressista italiano debba stare a cuore a molti, a tutti coloro che credono nello stesso orizzonte politico di riferimento. 

Negli ultimi anni il Pd è apparso un partito irriformabile, dilaniato non solo dallo scontro di correnti interni, che peraltro esistono in tutte le formazioni politiche, ma anche da una campagna denigratoria e insultante, da chi gli stava vicino il più delle volte. 
Una condotta questa che non fa certo onore a chi l’ha pedissequamente onorata, facendone anche cavallo di battaglia, di click e di consensi facile. 
Al partito demoratcio va sicuramente riconosciuta la forza e la capacità in quasi tutte le realtà territoriali, di organizzare in modo strutturato, la quasi totalità degli eventi elettorali di tutto il fronte progressista.
Di Elly Schlein si è detto molto e molto possiamo continuare a dire: non mi soffermo sui natali “ultraborghesi” e sulle definizioni di un radicalismo chic, appunti che ormai definiscano più chi li usa che chi li riceve. 
Basti pensare alla canea scatenata, dalla sua elezione, di insulti da parte di odiatori seriali: su aspetto fisico, famiglia, orientamento e identità sessuali.
Lo dico senza la boria di chi sta per svelare un segreto: niente che non sia successo su scala minore a chiunque donna, senza un uomo potente vicino, che abbia tentato di esporsi pubblicamente.
Quanto sulla sua capacità vera o presunta di incarnare il vento di cambiamento di cui necessita il partito democratico. 
In chiave molto più pragmatica, vorrei soffermarmi su due aspetti.
Il primo. 
In tutto il dibattito che ci accompagna da più di un anno sul valore aggiunto di una leadership femminile, sia al Governo che nella classe politica in generale, la Schlein ha decisamente marcato la differenza.
Non è “una donna” – una di nome donna di cognome-  ma una donna che ha alle spalle anni di attivismo:  su quei temi spesso derubricati a temi minori, diritti umani, sociali, autodeterminazione di corpi e scelta sulla propria identità sessuale. 
Una postura la sua che invece ha, per la prima volta dopo tanto tempo, trovato un rispecchiamento nel popolo a cui ha chiesto un voto. 
In una sola notte, quella in cui è stata eletta segretaria del Pd, ha compiuto il gesto più efficace nell’opposizione al Governo Meloni, ha rispedito la narrazione, la novità, della prima donna  a rivestire il ruolo di Presidente del Consiglio, dritta nel Novecento. 
Da momento avanzato e mai successo prima nella storia dell’Italia repubblicana, l’elezione della Meloni è stata vista per quella che è: una scelta populista, per populisti. 
Ha mostrato l’abisso e la differenza tra una donna che non  mette in discussione le regole del patriarcato ma ne diventa sentinella.
E in quanto sentinella di un ordine costituito, votabile e credibile per il popolo maschile che non ha fatto obiezioni alla candidatura di Giorgia Meloni. 
Elly Schlein non ha vinto perché donna, non solo in quanto donna, ma per il suo sguardo femminile e femminista sulla società. 
E qui il secondo aspetto. 
Uno dei suoi primi interventi alla Camera: una dura, netta presa di posizione sul ministro Piantedosi e le sue affermazioni e la strage di Cutro. 
Ha ridefinito, anche nel lessico, senza ambiguità, il ruolo del partito in quel momento. Da Giorgia, madre, italiana e cristiana neanche un fiore. 
Quello che è certo è che l’onda di consensi che è pian piano nata intorno al suo nome fino ad eleggerla segretaria è sintomatica di un elettorato che è stato capace

di risvegliarsi da un torpore durato anni. 

Ecco, questo elettorato ci deve piacere se abbiamo l’ambizione di rappresentarlo.
VALENTINA DI GENNARO