RUBRICA “BENI COMUNI”, 30.IV. MAGICI QUADRATI

di FRANCESCO CORRENTI ♦

(4. continua dalla puntata precedente)

Abbiamo percorso, con i vari volumi sul Quadrato magico citati nelle precedenti puntate, un lungo cammino attraverso le elucubrazioni di quegli autori, spesso portati a rendere il “mistero” del SATOR ancor più misterioso ed oscuro, espressione di arcani segreti di carattere esoterico, con uno stretto legame con il simbolismo religioso di matrice cristiana e di contatti col misticismo greco-latino. Apparentemente simile ma invece diversa nel suo svolgersi attraverso un lungo itinerario cronologico e geografico, l’opera di Anna Giacomini alla quale siamo giunti la volta scorsa.

Infatti, il libro SATOR, codice templare, come già detto, uscito nelle edizioni Penne e Papiri del 2008 e da me acquistato nel ’13, si pone delle domande e propone delle risposte. La partenza è ancora una volta dal piccolo Quadrato marmoreo del duomo di Siena. Attraversata la Maremma, l’indagine raggiunge la pieve di Campiglia Marittima e qui, con una disposizione delle parole “magiche” che non riproduce il consueto quadrato, sembra suggerire altri intenti nella mente dei maestri scalpellini, “artigiani dal sapere iniziatico”. Con allusioni – nota Giacomini scorgendo una conchiglia stilizzata scolpita accanto alla scritta e varie piccole croci incise sul muro – “a pellegrini sulla rotta di Compostela” ed a segni di appartenenza all’Ordine dei cavalieri del Tempio. Il cammino percorso dal libro – che si addentra nella scoperta di tipologie inusitate (Chinon, Rocca San Silvestro, Rocca Palmento, Frosini, Castel Mareccio) con “griglie di lettura” inaspettate e affascinanti – tocca i castelli della Francia medievale, il mondo delle Crociate ed ha contatti con la cultura araba, la setta degli Assassini, la chanson de gestes, le eresie, lo gnosticismo, per tornare a Siena ed alle tarsie pavimentali del duomo, intagliate nel corso di cinque secoli con temi sia cristiani sia pagani, con un piano iconografico iniziale risalente addirittura a Duccio di Boninsegna (1255-1318 ca.) e avviato nel 1285 su disegno e modello di Giovanni di Niccolò da Pisa architettore. Qui si scoprono nuovi intrecci di sapienza “non rigorosamente cristiano-dogmatica, come dimostra la scelta di iconografie dei soggetti da effigiare […] caratterizzata da una forte propensione per un immaginario precristiano di marca platonica”.

Anzi, a conferma dell’atmosfera metafisica e misterica, dell’aura sibillina che aleggia, tutte le Sibille, le dieci Sibille tramandate da Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.) – Michelangelo sul soffitto della Sistina ne dipingerà (1508-12) solo cinque –, sono rappresentate sul pavimento delle due navate laterali del duomo senese, viste “come profetesse della venuta di Cristo”: la Cumana (Cimmeria), la Cumea, la Delfica, l’Eritrea, la Persica, l’Ellespontica, la Frigia, la Libica, la Samia e la Tiburtina. A volerle – nel 1482-83, insieme alla figura di Ermete Trismegisto e ad iscrizioni e simboli che ne spiegano le facoltà divinatorie ed anticipatorie della “Buona Novella” – è Alberto Aringhieri, senese, cavaliere di Rodi (cioè dell’Ordine degli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme che una quarantina d’anni dopo da Rodi si rifugerà a Civitavecchia e Viterbo, per essere poi dirottato definitivamente nel ben distante piccolo arcipelago di Malta, su fermo desiderio di papa Clemente VII de’ Medici prontamente accolto dall’imperatore Carlo V con la concessione dell’isola mediterranea) e “Operaio” della fabbrica del duomo, ossia sovrintendente ai lavori e progettista.

Riecheggiano, sotto le volte della chiesa, sopra il tappeto fitto di figure tra le riquadrature geometriche del pavimento, intorno alle pareti ed ai pilastri unificati dalla fortissima unidirezionalità data dalle fasce bicrome orizzontali, nei colori/non colori bianco e nero dello stemma araldico, le parole solenni e potenti di Tommaso da Celano (1190-1260):

“Dies irae, dies illa, / Solvet saeculum in favilla / Teste David cum Sibylla”.

Terminata l’illustrazione delle raffigurazioni della cattedrale senese e delle vicende legate alle corporazioni muratorie ed alla persecuzione dei Templari, Anna Giacomini procede in una “Schedatura” (14 schede) di riepilogo ragionato dei luoghi del SATOR che perfeziona l’elenco delle pubblicazioni richiamate nelle puntate precedenti con annotazioni critiche e interpretative molto rivelatrici. Dedica poi una scheda, la n° 10, alla Certosa di Trisulti, a Collepardo, nel Lazio, in provincia di Frosinone. Fondata nel XII secolo, oggi appartenente ai Cistercensi di Casamari, ospita dipinti di Filippo Balbi eseguiti tra il 1854 e il 1859. “Nella farmacia, luogo di misteriose alchimie, si trova dipinta un’erma di fauno sul piedistallo della quale Balbi dipinse un quadrato magico del SATOR con una chiosa a commento: Ma il cambiar di natura è impresa troppo dura. Su questi elementi, la nostra guida nel mondo templare s’inoltra in argomentazioni di grande interesse ed acutezza, individua citazioni della raffaellesca “Scuola di Atene” delle Stanze Vaticane (e copia annichilita al “Pala Manzi” di Civita, aggiungo io), dove il sapere filosofico è rappresentato da Aristotele e Platone. Giacomini giunge così a scoprire, confidandoli a noi lettori, indizi piuttosto palesi della probabile appartenenza del pittore alla Libera Muratoria, inseriti nel contesto decorativo apparentemente ortodosso, nonostante il luogo e la committenza, affidando al criptico linguaggio artistico il compito di mostrare, ma solamente agli iniziati, quei segreti filosofici nascosti.

Concludo la nostra “visita” alla splendida Certosa ricordando un preoccupante episodio di appropriazione indebita di un bene comune patrimonio di noi tutti da parte di sedicenti promotori di attività accademiche scientifiche (“Humanae Dignitatis Institute”), peraltro stranieri, fortunatamente sventato. I fatti risalivano al 2015 e si sono conclusi positivamente nel 2019. Riprendo la cronaca del “ritorno” da un articolo del 9 novembre 2021 di Paolo Soldini (Via Bannon con i suoi sovranisti: la Certosa di Trisulti torna alla comunità, su “Strisciarossa”):

“Riapre la Certosa di Trisulti. Uno dei complessi monumentali più belli e interessanti del Centro Italia torna alla collettività e alle sue funzioni naturali. Con una messa, com’è giusto trattandosi di un’abbazia benedettina. A dare l’annuncio della restituzione al pubblico del complesso religioso fondato all’inizio del XIII secolo dai monaci sul cammino di San Benedetto da Norcia a Cassino tra la Ciociaria e l’Abruzzo sono stati il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, il quale come vedremo ha avuto in tutta la storia qualcosa da farsi perdonare, e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Per farlo hanno scelto il municipio di Collepardo, il Comune sul cui territorio si trova la Certosa, e con una buona ragione: i cittadini della zona sono stati, fin dall’inizio, i protagonisti di una dura e creativa battaglia per salvare quel pezzo della storia della loro comunità e della loro identità.”

Ma la mia conclusione, questa volta, vuole aprire a pensieri meno vincolati dalla serietà e gravità del tema “Beni comuni”. Riprendo, per questo, una riflessione già esternata tempo addietro e, per il momento, riferita a fatti realmente accaduti che ricordo bene perché mi hanno riguardato personalmente e che riferisco quale testimone, secondo la consueta finalità di questa rubrica di dar conto di una storia “minore” ma pur sempre con forte influenza sulle vicende presenti e future della città. In questo, scimmiottando (?) i modi del pittore Filippo Balbi, che possiamo ben definire “libero pittore” tanto quanto “Libero Muratore”, mi permetterò di mettere alla prova le doti iniziatiche ai segreti e misteri rivelati gutta a gutta da questa rubrica di SpazioLiberoBlog, sorvolando su qualche passaggio logico e affidandomi al criptico linguaggio delle illustrazioni e delle parole (mi guardo bene dal definirlo artistico), invitando chi ne volesse aver voglia ad esprimere poi il suo giudizio finale. Nel calderone fumante dell’apprendista stregone, si potranno notare i dentelli e le crociere, la fuga del papa genovese, i doverosi richiami a nostro campanile romanico, la forma bilobata delle finestre che io ho battezzato “di San Giovanni di Dio”, rappresentata in un dipinto sul bancone nella farmacia abbaziale di Trisulti, come in migliaia di altri luoghi del mondo, con le infinite applicazioni, dimensioni e particolarità di usi, materiali ed epoche che sappiamo.

E vengo al calendario. Ci sono alcune date che, pur non essendo quelle di ricorrenze familiari o di altre festività note e particolarmente sentite, mi risvegliano immediatamente ricordi ed associazioni di idee. Questo dipende naturalmente da una consuetudine di anni nel ripetere certe sequenze di parole. Gutta cavat lapidem, non vi sed saepe cadendo.

Così, leggere sul cellulare come data del giorno (di oggi che scrivo qui) 28 gennaio non può che trascinarsi dietro, nella mia mente, l’anno 1977 ed il numero 10. Infatti, la legge 28 gennaio 1977, n° 10, Norme in materia di edificabilità dei suoli, è stata una delle leggi fondamentali – detta anche Bucalossi dal nome del ministro dei lavori pubblici che la promosse – del mio mestiere di architetto comunale. Devo dire che, effettivamente, si è trattato di una legge molto importante ed attesa, che come altre precedenti e successive ha in parte deluso le nostre aspettative, perché non ha risolto i nodi del governo del territorio ed anche perché in seguito modificata e inapplicata in quelli che ci erano sembrati gli aspetti innovativi e qualificanti. Spesso, citata oggi solo per gli oneri che ha introdotto. Una legge della cui interpretazione e commento mi sono occupato sia a livello del mio comune, sia a livello nazionale, in quanto esperto giuridico-urbanistico della Lega delle autonomie e dei poteri locali. In tale veste curavo la rubrica sulle nuove leggi in materia di urbanistica per un periodico, il cui compito era appunto di aiutare i comuni nell’applicazione corretta delle leggi. La legge 10 fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del giorno 29 ed iniziai immediatamente ad analizzarne i contenuti e gli effetti, riuscendo in tempi brevissimi a redigerne un approfondito commento e guida all’applicazione, tanto che il 15 febbraio uscì come inserto speciale del “Potere locale”, il quindicinale per le autonomie regionali e locali. Fu una grande soddisfazione aver anticipato tutti i commenti ufficiali di altri urbanisti e giuristi, anche con osservazioni ed interpretazioni che furono abbondantemente riprese e “condivise”. Come è vezzo furbesco di certi figuri, obliando sempre di indicare la fonte. Sed veritatem temporis filiam est, ed è sacrosanto dovere di chi la conosce aiutarla a mostrarsi alla luce del sole.

Oggi ricorre anche la festa di San Tommaso d’Aquino e questo mi ricorda una specie di calembour che sentivo ripetere in casa da bambino, sulla pronuncia francese del nome di San Tommaso d’Aquino, che ad orecchie italiche sembrava un improbabile “Santo Matakén”, analogo alle storpiature, che si ascoltavano in qualche chiesa, delle parole della messa in latino da fedeli che non le capivano. Soprattutto a Ragalna e in tutta l’isola del regno di Trinacria, dove la favella vernacolare – negli anni Cinquanta e Sessanta – era ancora la sola parlata e compresa, le risposte di donna Maridda, la perpetua, e delle altre pie donne alle giaculatorie liturgiche del celebrante (che di suo ne abbreviava e arrotava la pronuncia) sembravano strani suoni acuti che scivolavano nell’aria odorosa d’incenso: “In-troìbbo adàlta-redèi… dò-mìnu vobìscu… requie materna donna eisdomine”!

Per curiosità, sono andato a rileggere gli avvenimenti di quei giorni di fine gennaio e primi di febbraio di quel lontano 1977, trovando cose divertenti e singolari. Anche momenti, episodi, che hanno portato a risultati che ci ritroviamo oggi… Appunto in quei giorni ho avuto delle riunioni all’Anas per l’immissione sulla via Aurelia della mediana della zona industriale e, poco dopo, una riunione sul tracciato della “Traversale” Civitavecchia-Viterbo-Orte-Terni-Rieti, in regione, presenti molte personalità. Roba che forse adesso sta per concludersi, 46 – qua-ran-ta-sei – anni dopo… ma non è detto…

Poi ho avuto una riunione per il piano del centro storico di Tivoli con i colleghi progettisti Piero Somogyi, Claudio Michelato e Sandro Benedetti nello lo studio del professor Piero Maria Lugli, nostro capo gruppo contitolare. Sempre in quei giorni ho avuto delle riunioni con l’architetto Magnani per il nuovo palazzo di giustizia di Civitavecchia e con il vescovo S.E. mons. Antonio Mazza e don Franco Fronti per la chiesa di San Giuseppe a Campo dell’Oro. Ancora in quel periodo, precisamente il 31 gennaio, ho fatto un sopralluogo al Forte Michelangelo con l’ingegner Pierluisi del Genio Civile per le Opere Marittime e con l’architetto Gaudenzi e la dottoressa Delpino della Soprintendenza ai Monumenti, ritrovandoci venerdì 11 febbraio a Roma in Via Cavalletti per una ulteriore riunione sul Forte. Ebbene, in quella circostanza, io ho sollevato il problema delle “Carcerette”, mostrando il progetto del Navona ed i miei disegni di rilievo, per sollecitare la questione del Campanile di Sant’Egidio e del Tempietto di San Lorenzo al Cimitero, che necessitavano di immediati interventi di restauro. Allora! Oltre ad una riunione con il segretario generale per illustrare gli adempimenti per l’attuazione della legge 10, ho poi avuto vari incontri con il presidente Fabrizio Pirani e con Antonio Maffei dell’Associazione archeologica “Centumcellae” per organizzare un convegno sulla città carolingia di Cencelle. Per finire, leggo che un giorno di quelli mi viene a trovare l’amico e collega Alfiero per concordare i temi d’una relazione da tenere al Rotary Club su argomenti urbanistici di attualità. Sono trascorsi solo 46 anni, s’è detto – qua-ran-ta-sei –. In fondo, poco è cambiato.

Con Alfiero, e con altri amici di allora, ci si è rivisti ancora non moltissimo tempo fa e devo dire che, anche se ci si riesce a frequentare poco, il passare degli anni non modifica l’amicizia e l’affetto propri di chi ha tante cose, tristi e liete, da condividere nei ricordi e, fatto non secondario, nei valori e negli obiettivi di oggi, pur nella naturale diversità di idee. Identicamente a quanto avviene con Giovanni, anche lui visto e soprattutto sentito di frequente per cellulare (ultimamente con il cruccio per lo spiacevole incidente “stradale” capitatogli e le sue lunghe conseguenze), oltre all’altro rimpianto, che si aggiunge ai nostri legami personali di consuetudine, di comuni sentimenti e di studi, rappresentato dagli anni delle entusiasmanti iniziative con l’indimenticabile Alfio. Tra l’altro, mi ha fatto piacere ricordare un atto di civiltà redatto nel 1992 come “Regolamento” e rielaborato nel 2000 e ancora nel 2005 in forma più ampia, la cui storia e vicende seguenti abbiamo avuto modo di rievocare in altre occasioni, e che nasceva da una lontana premessa, testimonianza di un’epoca e di una città senza dubbio “formidabili”. Ma poi, quasi ogni giorno. c’è una dolorosa notizia che sopraggiunge co qualcuno che se ne va, troppo spesso anzitempo.

2, 2… 22, 23… 84… SATOR… TENET… ROTAS… none… sine …non possumus   … quindi idee luminose… per il futuro… per il presente… per il passato… quadrati magici… magici tondi… ed il giorno si avvicina… numeri ripetuti… numeri accresciuti… numeri dimezzati… est hodie … hodie mihi, cras tibi… perché ogni cammino ha la sua partenza… e tuttavia non è detto che non coincidano… quindi va trovato il punto… il punto di partenza… il punto di arrivo… il punto di fuga!!!

Sono certo, non ho dubbi, me lo sento, me lo vedo… eccolo! È lì, a chiare lettere d’oro, grandissimo, proprio dove parte il Cammino, le Chemin de Saint-Gilles, nella chiesa templare di San Giulio, vale a dire in Sant’Egidio del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Civitavecchia (che non son quelli di San Bertolo Nicola!), nella corte della mansio, anzi nel Campo in Taurina, punto d’incontro ideale di tutti i Cammini ad Centum Cellas, di Hasekura e di padre Labat, di Rutilio Namaziano e di Sant’Agostino, di Ogni Santi Franceschi e di Santa Ferma, di San Giuseppe della Nona, delle Vie Aurelie e della Clodia, delle tante vie di fatto e di detto (Via di qua! Via col vento! Mamma via! Tutte le feste porta via e il Piazzale di Porta Via), della Variante Cimina e Tolfetana della Francigena, della Variante Trenta e della Invariante Trento, di papa Innocenzo Quarto e di San Zanipolo Secondo, eccolo lì e lo leggo: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS… (e i tre puntini sono miei, come sempre!)

E se non dovessimo trovarlo, beh, è pure superfluo dirlo, ce lo metteremo noi!

FRANCESCO CORRENTI                                                               (4. fine)

https://spazioliberoblog.com/