“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – A COSA SERVE L’INTELLIGENZA DEI BAMBINI.

di MICHELE CAPITANI

Carcere maschile, sezione scuola.

Su e giù per il corridoio, un giovane uomo cammina lentamente.

È un alunno dell’altra classe.

Io sono in pausa attendendo che tornino i miei alunni, ma lui si affaccia da me, dunque gli chiedo come stanno andando i primi giorni di scuola:

«Che ti sembra? Si può fare, ‘sta licenza media?»

«Se posso stare in galera, posso fare qualsiasi cosa!»

Mi sembra un’eccellente risposta.

Aggiunge che è contento, ma la scuola adesso gli è utile soprattutto per distrarsi, perché non ci sta con la testa.

Io, quando mi si dice così, non so se sentirmi lusingato, poiché constato di essere utile a delle persone in un momento difficile, oppure squalificato, dato che il mio lavoro viene visto strumentalmente, quasi per distrarsi.

Lui continua:

«Stiamo aspettando l’esito di un esame di mia moglie, che ha un cancro»

«Sei nel posto migliore per gestire certe situazioni…» ironizzo.

Dice che ieri ha avuto una di quelle videochiamate che ti distruggono la vita: ha parlato con la figlioletta di tre anni.

«Mi ha detto “Papà, sono pronta per andare al parco!” ma non aveva capito che io sono molto lontano… O ancora non si è abituata, sto qui da poco»

Resto pietrificato. Forse mi viene una smorfia.

Lui: «È sveglissima, sa? Già inizia a leggere le lettere!»

«Come si chiama?»

«Laura»

«Ma quanto ti manca?»

«Come l’aria, prof…»

«Dio santo, scusa… Intendevo: quanto ti manca al fine pena»

«Manco ho iniziato!» e aggiunge un numero di anni che spiega da solo quel che mi ha appena detto sulla videochiamata alla figlia: un numero iperbolico, che a pensarlo mi viene in mente un’autostrada lunghissima… con la fine a migliaia di chilometri, inimmaginabile, a cui si arriverà cambiati, e sotto un cielo differente.

«Mi sono fatto trascinare in casini coi miei connazionali, e mi hanno rovinato la vita. Già mio padre è morto di tumore e io non ho pututo mai vederlo né salutarlo»

Hanno vissuto in Italia per dieci anni (la moglie è italiana) poi sono andati in Germania; mi trattengo dal chiedergli quale lingua parlino in casa, anche perché sarei indeciso se usare il passato, “Quale lingua parlaVAte”…

C’è ancora, quella casa? Ci sarà ancora? Cosa troverà quando uscirà da qui, praticamente in una prossima vita? Certamente non ci sarà più la sua bambina, e non perché non lo aspetterà bensì perché semplicemente non esisterà più: esisterà una ragazza, quasi una donna.

Penso a quella bambina, a quanto lei faccia bene a stendere sul mondo la sua precoce intelligenza, ad allenarla da subito, dato che le servirà in abbondanza per capire, o almeno farsi con gli anni una ragione, di come mai il suo papà non potrà mai raggiungerla al parco. O almeno, non prima che non sia più bambina.

Ci credo, che a tre anni già distingue le lettere: troppe inspiegabili lacerazioni adulte dovrà decifrare, troppe risposte dovrà riuscire a darsi, troppe domande dovrà accettare di porsi la piccola Laura; per arrivare un giorno, chissà, a comprendere che forse un padre del genere è meglio averlo lontano.

Forse. Perché se è giusto pensare così non lo so, solo Laura un giorno potrà darsi la risposta.

E suo padre, un giorno, potrebbe anche ricredersi dall’esser contento di avere una bambina tanto intelligente…

***

Un altro bambino conobbi dietro le sbarre…

Vi sono detenuti che rispondono al tempo della condanna lascindosene avviluppare, semplicemente dimenticando lui e sé stessi. Sono quegli uomini per i quali (spesso in grazia d’una pena lunghissima) il tempo si trasforma e diventa un luogo in cui si resta senza poterne uscire: giorni tutti uguali, tempo che da lineare diventa reclusione. Le settimane e i mesi sono lunghi corridoi che si percorrono in su e in giù, avanti e indietro, perché non portano a nulla. Il tempo per costoro non è davvero più una linea procedente, bensì un lentissimo fiume che incontra uno sbarramento e perciò si ferma e crea un lago, tanto più vasto quanto più impossibile da superare.

E l’uomo diviene un piccolo pianeta recluso, nel quale, anche se ti muovi, ti ritrovi sempre lì. Un orologio senza la lancetta delle ore.

Tetragono, senza uscite, e vuoto: in nessun altro luogo il tempo diventa somigliante al luogo. Anzi, il tempo non somiglia al carcere: il tempo “è” il carcere. Dunque non è neanche più un bene prezioso, bensì un liquido amniotico (da cui quasi tutti escono dopo una gestazione di ben oltre nove mesi). È l’opposto del tempo del Qohélet, poiché, essendo gli istanti uno mischiato all’altro e dunque indistinti, il lago immobile non sembra avere più momenti differenziati: non c’è più un tempo per fare questo e un altro tempo per fare altro, o altro ancora…

È la storia di Marco, che verso la fine dell’anno mi avrebbe confessato, dopo che avevamo parlato di Sinjavski, Ende e Buzzati, di aver capito come si andava difendendo, e come aveva trasformato sé stesso, negli anni che fin lì era stato in carcere, e pensando ai tanti che gliene restavano.

Un giorno il trentenne Marco aveva trasformato l’infanzia in una risorsa. Ritrasformò sé stesso nel bambino che era stato, cioè da un certo momento, lasciando che il fiume del tempo si fermasse e ampliasse sempre più nel lago di sbarramento, si fermò su sé stesso, gli venne da fare come faceva da bambino, anzi gli venne da essere nuovamente il bambino Marco, quando se lo scordavano, anche per giorni interi, e così gli erano trascorsi e scivolati addosso, come distaccati da lui, vari anni d’infanzia in solitudine, anni compresi tra l’incarceramento del padre e il giorno in cui la cosca iniziò ad adottarlo, anni nei quali restava chiuso nella cameretta, o si perdeva a bighellonare da solo, e lì non esistevano né i colloqui col padre detenuto che la madre gli raccontava, né la scuola, né nient’altro. Per gran parte delle ore e dei giorni evitava persino i giochi (ancora innocenti) coi compagni, e viveva del suo mondo.

E anche in carcere era riuscito a sopravvivere allo stesso modo, in silenzio e solitudine, sedando ogni curiosità e quasi ogni rapporto con gli altri. Evitando abulicamente ma senza disagio ogni attività (ma infine iscrivendosi a scuola, per motivi che non riuscimmo a comprendere).

In dirittura d’arrivo, poco prima degli esami, mi chiese:

«Una volta nel tema ci avevate chiesto quale fosse il giorno più bello della nostra vita, vi ricordate, professore?»

«Certo, e mi ricordo quello che avevi scritto»

«Eh, ma ci avevo dovuto ragionare assai… poi mi ricordo che, dopo, avevo anche pensato a quale poteva essere il più brutto, e mi venne in mente quando morì mamma, oppure il giorno della mia condanna; soltanto che adesso… sinceramente non saprei più come rispondere»

«A quale? Il più bello o il più brutto?»

«Tutt’e due. Ormai è tutto così lontano…»

E in un’ultima e indimenticabile chiacchierata, che non riuscii a fargli trascrivere su carta (“Il tempo”: che mirabile tesina d’esame ne avremmo tratto!), Marco un giorno mi confessò tutto ciò. Compresi che era una confessione proprio perché era come se lui si riscuotesse dalla sua lunga autosedazione, osservandosi da fuori e raccontandosi al fortunato ascoltatore che ero io, ma solo per quella parentesi dell’anno scolastico che andava terminando, lucida parentesi dal grigio torpore di quegli anni; sarebbe poi tornato assorto e inconcludente, terminati gli esami, riprendendo la sua strategia di sopravvivenza, tornando un bimbo solitario. Difatti non lo vedemmo più, nemmeno per caso, come pure accade di frequente con ex alunni ancora detenuti nel medesimo istituto; sapemmo ancor più tardi che rimaneva spesso in cella, non parlava quasi mai, bighellonava molto, giocava come ogni bambino (calcio, biliardino, carte, lavoretti), ma socializzava niente. Alle pochissime lettere che gli giungevano non rispondeva, così come ai colloqui spesso non si presentava.

Sempre di irreprensibile condotta.

Come tutti gli assenti.

Quell’abilità infantile, involontaria e adattiva, di chiudersi in un proprio mondo… Regressione certo discutibile da adulti, e poco utile a riscattarsi, per un detenuto, e ad uscire ristabilito con sé stesso, poiché semplicemente ibernato per più lustri. Ma qui dentro il primo comandamento, non scritto ma cogente per tutti, è sopravvivere, e dunque con Marco trovavo più saggio sospendere la tentazione di biasimarlo, quantomeno per lasciare spazio alla lode per essersi concesso una parentesi tanto densa di contenuti e stimoli che fu l’anno di licenza media; un anno che nel suo caso avrebbe anche potuto dimostrarsi una “trappola”, giacché poteva pregiudicare il funzionamento di quel suo incantato ritrarsi nel risuscitato mondo infantile.

Così non fu, dunque credo che Marco (sopra)viva ancora.

Perché bambini si nasce.

Ma a volte di ridiventa.

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(Siae 2021)