Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini – Violenza.

di ENRICO CIANCARINI

Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano. Esodo, 20, 5.

Il 29 marzo, pochi giorni fa, il presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, ha firmato l’Emmett Till Antilynching Act che finalmente stabilisce che il linciaggio è un reato federale punibile con condanne fino a 30 anni di carcere. Tale legge era attesa da oltre cento anni negli USA. Il presidente, al momento della firma, ha dichiarato che “l’odio razziale non è un vecchio problema. È un problema persistente. L’odio non scompare mai, si nasconde solo sotto le rocce. Se riceve un po’ di ossigeno torna a ruggire, urlando. Cosa lo ferma? Tutti noi”. (da internet).

Rappresentazione artistica di Emmet Till, metà volto come era in vita, l’altra metà come appariva dopo il pestaggio, nella celebre foto del funerale.

Chi è Emmett Till da cui la nuova legge prende il nome? Da anni gli afroamericani scendono in strada per protestare contro l’odio e la violenza razziale agitando cartelli con stampato il suo nome.

Emmett Till era un ragazzo afroamericano di quattordici anni, nato a Chicago il 25 luglio 1941 ed ucciso durante un linciaggio a Money (Mississippi) il 28 agosto 1956. Della sua uccisione furono responsabili Roy Bryant e il fratellastro J. W. Milam.

Emmett era giunto a Money con il cugino per trascorrere una vacanza presso alcuni parenti della madre, Mamie Carthan Till. Insieme con altri ragazzi, i due si recano in un market per comprare dolciumi e bibite. Il negozio era quello di Roy Bryant e di sua moglie Carolyn. Emmett si vanta con gli altri ragazzi di essere fidanzato a Chicago con una ragazza bianca. I ragazzi increduli lo sfidano a rivolgere la parola a Carolyn. Roy non era in paese quel giorno. Qualcuno afferma che Emmett rivolge alla signora Bryant solo due parole “Bye baby” o che forse le fischia. Carolyn indignata esce dal negozio e si chiude nella sua automobile. Durante un interrogatorio della polizia affermò che il ragazzo l’aveva afferrata alla vita, chiesto un appuntamento e rivolto parole irriferibili. Emmett era balbuziente, forse aveva compreso male. In seguito, la signora ritrattò.

Al suo ritorno, Roy apprende quanto ha dovuto sopportare sua moglie da quello sfrontato ragazzo nero e decide di dargli una sonora lezione che non scorderà facilmente, come si usa nel Sud. Con il fratellastro si recano a casa dello zio di Emmett e lo portano via con la forza, in auto lo trasportano in un capannone, lo seviziano ed infine gli sparano. Con un peso al collo, lo gettano in un fiume, sicuri che nessuno potrà ritrovarlo e soprattutto riconoscerlo.

I due furono subito sospettati del rapimento ed arrestati. Ammisero il rapimento ma affermarono di aver liberato Emmett e che l’adolescente era ritornato a Chicago.

Quando il cadavere di Emmett, orribilmente sfigurato, fu ritrovato, l’identificazione fu possibile solo per un anello che portava al dito (solo recentemente il test del Dna ha confermato l’identità del ragazzo).

Posto in una bara, le autorità del Mississippi dimostrarono grande fretta di seppellirlo ma Mamie Till pretese di vedere per l’ultima volta il figlio. Quando scoprì in quali orribili condizioni era ridotto il cadavere, volle con forza che i funerali si svolgessero con la bara aperta, permettendo a chiunque volesse, di fotografare lo strazio di cui era stato vittima suo figlio Emmett. Le foto furono pubblicate sui giornali dell’epoca, molti così ebbero la possibilità di vederle e commentarle. L’indignazione popolare fu enorme in tutti gli USA. Emmett diventò uno dei simboli per gli afroamericani nella loro lotta per la piena conquista dei diritti civili e politici.

Il 23 settembre di quell’anno una giuria di 12 cittadini del Mississippi, tutti rigorosamente di pelle bianca, assolse all’unanimità i due assassini. Il verdetto fu emesso dopo 67 minuti di camera di consiglio, i tempi si erano allungati perché i 12 giurati, accaldati, si concessero una pausa per bere qualcosa di fresco.

L’anno dopo i due assassini vendettero in esclusiva ad un giornale, per 4.000 dollari, la loro confessione. Per la legge americana, non potevano più essere processati per l’omicidio.

Se non era più possibile condannarli per l’omicidio, si tentò di incriminarli solo per il rapimento di Emmett. Furono così riaperte le indagini ma improvvisamente sui giornali del Mississippi furono pubblicate drammatiche rivelazioni sul padre di Emmett, Louis Till, morto in Italia nel 1945. È utile precisare che fino a quel momento la famiglia Till non conosceva le circostanze in cui era avvenuta la morte del loro congiunto.

Imboccati da qualcuno, due senatori del Mississippi pretesero dall’archivio della giustizia militare statunitense la copia del fascicolo personale del soldato semplice Louis Till, matricola 36392273. Il fascicolo era catalogato riservato ma di fronte all’insistenza e autorità dei due distinti e bianchi rappresentanti delle istituzioni democratiche del paese, i militari non opposero una forte resistenza. Un giurì del Mississippi decise che la colpa del padre Louis, scusava l’operato dei due assassini del figlio Emmett.

                                                  Louis Till

Il soldato Louis Till nasce il 7 febbraio 1922 in Missouri, sposa Mamie Carthan il 14 ottobre 1940, diventa padre di Emmett il 25 luglio 1941. Dopo la sua nascita, il clima in famiglia cambia rapidamente. Dopo sfibranti e accese litigate, crudeli violenze domestiche e ripetuti tradimenti, Louis è cacciato da casa. Prova a rientrare nuovamente nel talamo coniugale ma Mamie ottiene un ordine restrittivo. Il giudice, generoso, lascia a Louis la possibilità di scegliere fra il carcere o l’arruolamento nell’esercito. Il giovane sceglie la seconda.

Louis è arruolato nel 1943, ha ventuno anni quando per la prima ed unica volta esce dagli USA, sbarcando a Casablanca. Da lì arriva in Italia, sbarca a Napoli, risale la penisola ed infine arriva a Civitavecchia.

John Edgar Wideman è uno dei maggiori scrittori afroamericani contemporanei. I suoi romanzi, racconti e memoir riscuotono grande successo negli Stati Uniti e hanno vinto numerosi premi.

Nel 2016 pubblica Writing to save a life. The Louis Till File. Le Edizioni minimum fax lo traducono e lo pubblicano in Italia nel 2021 con il titolo Scrivere per salvare una vita. La storia di Louis Till, traduzione di Dora Di Marco. I maggiori giornali italiani lo recensiscono favorevolmente.

A partire dal 14 maggio 1943, Civitavecchia ha subito decine di tremendi e devastanti bombardamenti che l’hanno distrutta per oltre il 90% del patrimonio edilizio, pubblico e privato. Migliaia sono i civitavecchiesi costretti a rifugiarsi a Roma, a Terni e in altre località italiane. Le vicine Tolfa e Allumiere, i paesi del Viterbese sono i luoghi che accolgono la maggior parte delle famiglie sfollate. È una storia di dolore e solidarietà che aspetta di essere raccontata.

Ma i più poveri, quelli che non sono riusciti ad abbandonare la città semidistrutta e priva di tutto, si sono riparati sulle prime alture, alle spalle del centro urbano, nella zona detta Cisterna Faro, dove in pochi giorni spunta una baraccopoli che ospita centinaia di disperati. Il vicino convento dei frati cappuccini diventa prima sede della Curia vescovile, poi dell’ufficio dell’annona, del forno Spinelli, dei Carabinieri ed infine del comando tedesco. I sacerdoti di Don Bosco assistono spiritualmente e materialmente quella gente, hanno allestito in una baracca la cappella, dove celebra messa anche monsignor Luigi Drago, vescovo della città, che per le fatiche che affronta quotidianamente nell’assistere i suoi fedeli, si spegne nei successivi mesi.

Don Italo Benignetti, nella Storia della Chiesa in Civitavecchia (1979) ricorda che il 12 maggio 1944 “un feroce bombardamento rovesciava bombe di grosso calibro anche sulle baracche della Cisterna, facendo nuove vittime innocenti tra quei sfollati, colpendo anche la baracca cisterna”.

Il 7 giugno 1944 quel che rimane di Civitavecchia è liberato dalle truppe angloamericane.

Non sappiamo quando la 177° compagnia portuale, inquadrata nel 379° battaglione, alle dipendenze del Comando trasporti, giunge in città. I suoi militari sono incaricati di rimettere velocemente in sesto lo scalo portuale, in condizione tale da poter permettere l’attracco alle navi americane che trasportano i rifornimenti per le truppe e per Roma.

Louis Till fa parte della 177° compagnia portuale con il commilitone Fred McMurray, lavorano entrambi nel nostro porto al ripristino delle banchine.

La sera del 27 giugno l’artiglieria contraerea americana inizia a sparare, i riflettori setacciano il cielo ma nessun aereo nemico è avvistato. I civili sono terrorizzati, le truppe in agitazione.

Quella stessa notte, i due soldati americani, in compagnia di uno o due altri militari, forse di nazionalità inglese, risalgono le strade polverose della città e si dirigono nella zona della Cisterna Faro. Hanno voglia di divertirsi, di bere vino, di ottenere la compagnia di una donna.

Quella notte, in una baracca di Cisterna Faro, dormono cinque persone: Ernesto Mari, sua moglie Giulia Persi, la loro figlia Frieda. Ospitano due sfollate da Allumiere, Lucrezia Benni e sua figlia Elena. Frieda ed Elena sono entrambe al settimo mese di gravidanza.

La capanna, o baracca o catapecchia dei Mari, come venne variamente identificata nel rapporto, consisteva di due stanze, che davano entrambe su un disimpegno o corridoio che portava all’unico ingresso. La più ampia delle due stanze era divisa da un separé. Frieda Mari dormiva da un lato del divisorio, i suoi genitori dall’altro. Benni Lucrezia e sua figlia Elena occupavano uno spazio irrisorio dietro la stanza dei Mari”. Questo il luogo dove due donne, Frieda e Lucrezia sono stuprate. Elena riesce a nascondersi sotto un letto, Giulia è troppo anziana per interessare quei soldati.

Ai primi tuoni della contraerea Frieda ed Elena istintivamente cercano di uscire dalla baracca ma giunte all’ingresso “degli uomini mascherati spinsero indietro sia lei che Elena, nell’oscurità della casa. Uomini di colore, ne era sicura, dichiarò, poiché gli intrusi accesero dei fiammiferi. Uno di loro era alto, dichiarò. Pelle scura, un metro e ottanta. Un altro più basso, pelle più chiara, un metro e settanta, e il terzo, il più basso, un mulatto, il più bianco fra i tre”.

Gli uomini sono incappucciati ma Frieda riesce a sollevare il cappuccio a quello che la sta violentando: il suo aggressore è un mulatto. Alle domande degli investigatori della Divisione indagini criminali CID dell’esercito statunitense, comando di Roma, le donne non riescono a precisare il colore delle divise indossate dai loro aguzzini ma sono sicure che la loro pelle fosse nera.  

Ernesto Mari testimonia di aver visto i tre uomini di colore in strada, in piena luce pomeridiana, nei pressi della Cisterna, li riconosce e loro lo picchiano fino a fargli perdere i sensi.

Durante il loro interrogatorio, i militari affermano che le due donne erano consenzienti, disponibili a prostituirsi.

Usciti dalla baracca dei Mari, i tre (o quattro secondo un’altra versione) si separano. “Due di loro, due soldati ubriachi, vanno a crivellare di colpi di pistola la porta di qualcuno che non voleva dargli né vino, né fica. Pum, pum, pum, sei morto. Ho sparato per bene a quella porta. La prossima volta che dico qualcosa, sapranno che dico sul serio. Pum, pum. Scommetto che quei figli di puttana là dentro se la fanno sotto.

C’è una donna lì dentro. Una pallottola nello stomaco. Striscia fuori. Qualcuno la trascina di nuovo dentro. Morta”.

È Anna Zanchi, nata Alessandrini, lei probabilmente residente in quella zona, dove ancora abitano i suoi parenti.

Il 24 giugno, pochi giorni prima, erano stati rubati in un magazzino sito nella zona della Cisterna tredici sacchi da cinque chili ciascuno di zucchero, forse erano destinati al fiorente “mercato nero” che si svolgeva in città. Fra i sospettati c’è Louis Till. Da quella prima indagine gli investigatori risalgono ai sanguinosi e violenti fatti accaduti nella notte fra il 27 e 28 giugno in quelle baracche.

Arrestati, giudicati e condannati da una corte marziale, i due sono condotti a Pisa. Il 2 luglio 1945 Louis Till e Fred McMurray sono impiccati. Le loro salme non tornano in patria, non sono graditi neanche da morti. Sono trasportate in Francia, dove sono seppellite in un cimitero militare americano, in un settore riservato ai condannati a morte dall’esercito americano, in tombe anonime contraddistinte solo da un numero.

Per alcuni giorni, loro compagno nel “braccio della morte” è il poeta americano Ezra Pound, accusato di tradimento dai suoi compatrioti per la collaborazione prestata ai fascisti ed ai nazisti nell’Europa occupata.

Nei Canti pisani Ezra Pound, salvato dalla morte, ricorda Louis Till con alcuni versi inseriti nel LXXIV canto:

Till è stato appeso ieri/ per omicidio e stupro con sevizie più mitologia/ di Cholchis, si credeva il montone di Zeus o altro”.

Per John Edgar Wideman “i soldati semplici Till e McMurray sono condannati a morte su un’unica base: erano del colore sbagliato, nel posto sbagliato, al momento sbagliato”.

ENRICO CIANCARINI