“AGORÀ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – LE CALCIATRICI AFGANE

di STEFANO CERVARELLI


Non c’è solo un mondo dove donne e uomini possono pedalare insieme: c’è pure un mondo dove esistono campi di calcio in erba.

Nel vederli hanno pianto.

Si hanno pianto di felicità,  e riso di gioia, le calciatrici afgane a vedere quei campi.

Ma si può piangere davanti un campo di calcio?

Sì, se rappresenta una gioia insperata, la realizzazione di un sogno, un desiderio che si avvera.

Sono rimaste a guardare quel manto verde come un bambino rimane a bocca aperta quando, aprendo la scatola, trova il giocattolo tanto sospirato.

Certo noi non lo possiamo capire, noi che oramai ogni piccolo paese, ogni quartiere delle grandi città ha il suo campo di calcio in erba, con tanto di tribuna coperta.

Si può piangere se pensi, mentre calpesti l’erba, che è lì che giocherai e ripensi a dove giocavi: campi di terra, irregolari. Si può piangere se pensi che stai su quel prato verde non per tua scelta (Oddio l’avresti pure fatta quella scelta), ma solo perché il destino, dopo tante sofferenze, è stato benevole e ti ha portato lì, lontano da chi ti minacciava di morte solo perché ti piaceva tirare calci a un pallone, ed infine sì, si può piangere davanti a quel prato  pensando alle tue compagne, meno fortunate, che non ce l’hanno fatta a vederlo ed ora sono là insieme a tutte le altre donne vittime del fondamentalismo talebano. Non meravigliamoci dunque se le calciatrici afgane hanno pianto vedendo il verde di un campo di calcio in una località a nord dell’Inghilterra.

Dopo le cicliste, che hanno trovato ospitalità nel nostro Paese, è la volta delle calciatrici che hanno trovato rifugio in una località a nord dell’Inghilterra, dopo che già in precedenza diverse giocatrici componenti la nazionale erano riuscite a lasciare Kabul e trovare ospitalità in Australia: una diaspora vera e propria quella delle calciatrici afgane.

Verrebbe da chiedersi: “Ma perché solo le atlete afgane possono salvarsi?” perché sono quelle  più esposte, quelle a maggior rischio di vita in quanto, a detta degli studenti islamici, vengono meno a una delle regole basilari della Sharia che proibisce alle donne di svolgere qualunque attività durante la quale espongono i loro corpi o che le mostri sui media: non osservarla può costituire motivo di lapidazione.

La scelta  dunque è  rassegnarsi, mettere da parte sogni ed ambizioni sportive, oppure tentare di fuggire.

Qui inizia un altro discorso perché, per ironia della sorte, quello che sembrava essere motivo di estremo pericolo, si rivela come mezzo di salvezza.

Per le atlete  si attivano canali diplomatici, organizzazioni umanitarie, federazioni, istituzioni.

Ma questo non vuol dire libertà certa, non mancano le difficoltà da superare sia burocratiche che materiali, e anche all’interno del mondo sportivo femminile afgano, la libertà non è per tutte,  si devono operare delle scelte che, come si può facilmente immaginare,  sono dolorose.

Il gruppo delle  giocatrici, con una età compresa tra i 14 e i 25 anni, arrivate in Inghilterra fa parte dei settemila rifugiati accolti dal governo britannico all’indomani dell’insediamento dei talebani lo scorso agosto.

Qualcuno chiede loro se hanno mai avuto la possibilità di vedere il film “Sognando Beckham”, risponde la capitana Sabriah: “No, assolutamente!” con tono tra il meravigliato e il deluso quasi a dire: “Sai da dove veniamo?”.  Viene spiegato loro che nel film si parla della storia di una ragazza che vorrebbe giocare al calcio e per farlo deve superare molti pregiudizi, ma alla fine riesce a coronare il suo sogno.

In quella località segreta le ragazze sono seguite dallo staff di una società inglese, il Leeds, che ha come presidente un italiano, Andrea Radrizzani. Racconta Sabriah: ”Prima che arrivassero i talebani giocavamo senza problemi, anche perché c’erano i soldati italiani, che ci venivano a vedere e ci proteggevano”. Nel 2017 la storia della squadra di queste ragazze era stata raccontata in un documentario ”Herat football club” da altri due italiani, Stefano Liberti scrittore e Mario Poeta video marker.

Ed  proprio Stefano Liberti  a ricevere messaggi d’aiuto da parte di alcune ragazze; conoscendo già la situazione non perde un istante, inizia a lavorare per favorire la fuga di quante più ragazze possibile in Italia dove, tra l’altro, a Firenze si trovano già  tre loro colleghe arrivate con un  gruppo di profughi qualche tempo prima.

Racconta Liberti: ”Della questione abbiamo investito la Farnesina e la Onlus Cospe (associazione laica che tra suoi scopi ha quello di raggiungere la parità tra uomini e donne eliminando ogni discriminazione)”. Ci sono stati momenti veramente drammatici – continua Liberti – diverse ragazze non ce l’hanno fatta, una purtroppo, nella confusione conseguente all’attentato all’aeroporto di Kabul, ha perso il passaporto; sappiamo che ora vive nascondendosi ai talebani, un’altra, fortunatamente, è riuscita ad entrare in Iran. Noi vogliamo salvare anche loro tramite una nuova campagna del Cospe. Essendo difficoltoso, se non impossibile, un volo diretto per L’Italia, si cercano altre strade”.

“Grazie ai nostri contatti in Qatar – racconta Radrizzani – riusciamo a dirottare le ragazze verso il Pakistan”.  A questo  punto il racconto dell’avventurosa fuga continua con le parole di Sabriah: “I talebani ci bloccano diverse volte,  nonostante avessimo i documenti giusti, non volevano farci passare; gridavano che dovevamo essere accompagnate da uomini e che avrebbero parlato solo con loro. Alcuni minacciavano di picchiarci, qualcun altro è arrivato a dire che dovevamo essere lapidate.”

Sono ore d’angoscia.

Continua Raddrizzani: ” Facciamo tutto il possibile e, finalmente, grazie alla mediazione della mia fondazione Play for Change, che da anni si preoccupa di riqualificazione sociale tramite lo sport, e di un’altra associazione Football for Peace, si riesce a fare entrare le ragazze in  Pakistan con un visto valido per trenta giorni.

A questo punto entra in gioco l’ex capitana ed allenatrice della nazionale femminile afgana Khalida Popal, che vive in esilio in Danimarca e che viene tenuta costantemente al corrente della situazione;  la fuga a questo punto assume toni “ romanzeschi” con nuovi personaggi; infatti Khalida tramite sue conoscenze contatta un rabbino ortodosso di New York Moshe Margaretten, che è a capo di una associazione umanitaria Tzedek; il rabbino a sua volta coinvolge Kim Kardashian informandola della situazione.

La superstar americana – conosciuta anche per il suo attivismo in vari campi e la sua attività filantropica –  noleggia uno charter  privato permettendo così alle ragazze di raggiungere l’Inghilterra.

“A vederle piangere e nello stesso tempo ridere di gioia alla vista dei campi in erba, e pensando a quello che avevano passato, non nascondo che mi sono commosso anch’io” dice Raddrizzani, il presidente italiano del Leeds,  che poi aggiunge: ”La mia speranza è che qualcuna di loro possa entrare a far parte della nostra squadra femminile”. A questo propositivo l’allenatore Richard ha sincere parole di elogio per tutte, ma in particolare è rimasto colpito da Sevien ed Elaha: ” Sono molto brave”.

Puntuale esce fuori la domanda: ”Sperate di tornare in Afghanistan?” E puntuale e chiara arriva la risposta per mezzo di Sosal: ”Ovvio che un giorno ci piacerebbe tornare nel nostro Paese. Il pensiero delle nostre famiglie non ci abbandona un momento. Però suppongo che rimarremmo qui per molto tempo; voi pensate che i talebani possano cambiare? No, non cambieranno e  se dovessimo tornare verremmo lapidate“.

Tra loro c’è anche una pittrice, il suo primo quadro da libera rappresenta una bambina che con le sue mani illumina le tenebre.

E non posso non pensare che in quel dipinto, da quelle mani, in quel desiderio di luce si sia alzata una sommessa richiesta d’aiuto rivolta alla comunità internazionale per invitarla ad una maggiore mobilità e sensibilità mentre il calcio mondiale e per esso la FIFA, dal canto suo,  dovrebbe dare il buon esempio riconoscendo una nazionale femminile afgana in esilio.

STEFANO CERVARELLI