Lettera a mia figlia adolescente

di VALENTINA DI GENNARO
Nell’ultimo anno, mi hai guardato sempre così.
Un po’ irritata, un po’ incompresa è un po’ insofferente.
A me questo numero, l’11, piaceva.
Mi è sempre piaciuto. Mi piacciono quei numeri a cui manca sempre qualcosa per essere perfetti, al 9 manca poco per essere 10, l’11 ci ha provato troppo ed ha esagerato.
Questi anni ci hanno messo continuamente alla prova, abbiamo vinto il record delle ore passate insieme in una stanza.
E siamo sopravvissute.
Io più malconcia di te.
Ti guardo e di quella bambina prematura, con il viso rotondo, che mi hanno messo in braccio in sala parto, è rimasta solo la voglia rossa sulla nuca. Che ogni tanto, per vezzo, vado a cercare nascosta tra tutti quei capelli (che ti danno così da fare!).
Vederti lettrice appassionata, autonoma esploratrice delle pieghe del tuo pensiero e così grande e alta, quando sei vicina a me, che mi pare così strano che una volta stavi dentro di me, della grandezza di un cecio.
A questa tua adolescenza precoce non sono pronta, come non lo è nessuno, del resto.
Non lo ero quando sei nata, non quando hai chiamato “mamma”, non quando hai camminato.
Ti ho imboccato frutta e idee, minestra e parole, pezzi di pane e autonomia.
Io ti ho insegnato a camminare, e ora te ne vai sempre più lontana.
Stringo il braccio a tuo padre, perché questa distanza mi da le vertigini.
Quest’anno amore mio, hai vinto tu. Su tutta la linea. Io sono naufragata e tu hai piantato su di me una bandierina pirata, corsara.
Hai vinto 7–1 come Roma-Manchester United.
Ci siamo abbracciate, picchiate, abbiamo pianto, ho pianto  mentre tu rimanevi una statua davanti a me. Ero io quella piccola, tu la matrona  che si faceva spazio e trionfava. Ti parlavo bambina, tu volevi essere già donna. Troppo presto per chiunque, anche per te.
Ho bevuto il tuo veleno, così amaro e così dolce.
Una lotta continua che ci ha sfiancate, senza terzo tempo e che ancora dura.
Ho visto il mio bellissimo vaso di ceramica  rompersi, era necessario affinché la tua luce uscisse.
Non riconosco più il tuo corpo, nè il tuo profumo, hai deciso che non sono più roba mia.
Mi sono accorta come in questi anni mi guardavi fiduciosa e adesso, invece, pare che tutto sia colpa mia, anche quando piove. E forse hai ragione.
La colpa delle madri è incisa sacra, su tutti i cuori.
Mi hai lasciato crocifissa. A metà strada tra le incombenze dell’essere figlia e quelle dell’essere madre. In bilico.
Rosa spinata del mio ex voto. Appeso su un muretto a secco. Chissà dove.
Il giorno che sei nata mi sono detta: niente sarà più come prima. E anche se mi riferivo alla mia vagina, in realtà non c’è stato più un prima, ci sei solo tu, da sempre.
Rimani così, selvaggia e indomita. Come io avrei sempre voluto essere.
Crescere una figlia è un’avventura appassionata. Crescerla libera una sfida.
VALENTINA DI GENNARO