Fatti & Fattacci della Civita-Vecchia dell’Ottocento – 7. Il Greco

di SILVIO SERANGELI

Da cancelliere ne aveva spuntati a centinaia  di battelli sui registri del consolato, fitti di puntuali indicazioni e cifre, e ne aveva scritte di relazioni di pagine e pagine da mandare al Ministero a Parigi, mentre il console, il suo superiore, che non c’era mai. Ma ora, finalmente, su quel battello a vapore era protagonista del suo futuro: basta con le trou quel buco, quella petite ville sporca e maleodorante, dall’aria mefitica, e dalla gente falsa e ignorante, capace solo di fare soldi, a qualsiasi costo. Basta. Dopo quindici anni era finita. Da dimenticare tutto il male, le offese, le umiliazioni che aveva sofferto. Il Greco, così veniva chiamato con disprezzo anche da quelle persone colte e importanti che frequentavano il console e il consolato. Solo l’avvocato con cui aveva lavorato gomito a gomito alla contabilità gli aveva fatto passare qualche bella giornata, portandolo con sé nelle campagne di scavi. Ma  era una persona diversa dagli altri che confondevano la sua insicurezza, la sua timidezza come un calcolo malefico, un doppio gioco studiato, fino ad accusarlo di essere un ladro e di aver sottratto alcuni oggetti del suo console, che tutti riverivano e rispettavano, anche se non avevano mai letto una riga delle sue novelle, dei suoi romanzi. E lui lo aveva fatto, perché era una persona colta che al lume di candela aveva l’abitudine di leggere, al gelo della sua stanzetta senza persiane con la pioggia che penetrava dalla finestrella e le pulci che gli tenevano compagnia.

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Come era finito proprio qui, nel porto di Roma? Degna di un romanzo d’appendice la storia della sua famiglia. Il nonno materno Jean-François era stato proconsole di Francia a Salonicco e poteva vantare una ricchezza di 200 mila piastre. L’offensiva turca contro i greci lo aveva costretto alla prigione con tutta la famiglia. È la rovina: il patrimonio viene confiscato. È il prezzo del rilascio. Nella triste vicenda del nostro cancelliere sono ancora i turchi a disfare la matassa. Alla morte del padre Mercurio, uno dei più importanti spedizionieri della Macedonia nei traffici con Marsiglia, la madre Fanny vuole tornare in Francia. Ancora un patrimonio in fumo: le 160 mila piastre dell’eredità sono confiscate dal Governo. L’insurrezione greca dà il colpo finale alle speranze della famiglia che raggiunge Marsiglia senza risorse. Un’esperienza che segna profondamente il Greco. Non sono un’invenzione gli incubi che gli ricordano quando bambino fu messo al muro con tutta la famiglia dai soldati turchi per essere fucilato e graziato all’ultimo istante con il  pagamento del riscatto, e quando a sedici anni era stato imprigionato e salvato dal patibolo già con il cappio al collo sempre con l’esborso di una forte somma.

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E arriviamo a Civita-Vecchia dove la madre si rifugia dopo che i suoi loschi affari con il nuovo marito la costringono alla fuga da Marsiglia. Per il giovane greco, che conosce quattro lingue ed è molto abile, c’è il posto vacante di allievo cancelliere al consolato. Una strada in salita perché la sua carriera viene ostacolata dalla pessima nomina che si porta addosso la madre. Ma è un gran lavoratore e con il nuovo console è promosso cancelliere: tanto lavoro, ma una paga misera. È un tuttofare, un attendente e un maggiordomo che spedisce le camicie, i pantaloni nuovi e perfino l’acqua di colonia al suo console  a Roma, come la cassa di cento bottiglie di buon vino, le aragoste, il pesce, un bel pezzo di cinghiale, grandi quantità di cacciagione e magari le pastiglie balsamiche e il nitrato dimenticati sul comodino della casa di Civita-Vecchia. Si deve occupare degli arrivi di libri, dei fazzoletti e delle cravatte. E se fugge Lupetto, il cane preferito dal console, è lui che lo deve andare a recuperare. E poi ci sono i raccomandati, i viaggiatori che deve ricevere con tutti gli onori. Se gli avanza un po’ di tempo deve curare gli imballaggi dell’antiquario, amico del suo capo,  che lo detesta e lo tratta male davanti a tutti. Ma c’è sempre e solo lui, al punto che in molti lo scambiano per il console, come nella tragica stagione del colera, delle quarantene, delle case serrate e della povera gente ridotta allo stremo. Alla fine della sua giornata finalmente suona l’Ave Maria. Un po’ di riposo, perché fra i suoi compiti quello più gravoso è di tenere a bada la massa di viaggiatori francesi che si rivolgono al consolato per chiedere, protestare, minacciare, strattonare e prendere a male parole. Così il Greco, un bel giovane dall’aspetto fiero e dallo sguardo intenso, conosce Sara, una ragazzona dai capelli rossi, molto simpatica che lo implora perché è bloccata da due giorni con la sua merce. Ogni due settimane segue con il battello a vapore, salpato da Marsiglia, le casse con le stoffe e gli articoli della sua casa di mode di Parigi che hanno tanto successo a Roma. Ma è una giudea e, ogni volta, gli sbirri, i doganieri le fanno storie, si inventano cavilli. A salvarla ci pensa il nostro cancelliere. Nasce un sentimento, un sorriso,  una simpatia. Per sdebitarsi Sara lo invita a Roma dai suoi parenti che abitano al Ghetto.

LIVORNO

È molto più che un’amicizia, complice la tiepida primavera romana e i letti  dell’appartamento che li ospita. «Lascia tutto, non perdi niente. Ti trovo un buon lavoro, ho tanti amici spedizionieri fra i marrani di Livorno. È una città moderna, andiamo a vivere lì, insieme. Posso continuare i miei commerci e tu trovi finalmente soddisfazione». E fu così che l’intrepida parigina dai capelli rossi cambiò la vita del timido Greco, che trovò un buon lavoro al porto del Granduca, ben retribuito, e si scrollò di dosso il vecchiume dello Stato del papa re che egli, fervente mazziniano, aveva sempre detestato. Mano nella mano erano sul ponte del battello a vapore che ansimava, diretto a Livorno. Del resto «L’amour et la vapeur ensemble marchent vite», come recitava il capitano della commedia di grande successo Le paquebot che Sara era corsa a vedere con una sua amica all’Odeon di Parigi: tutto esaurito.

SILVIO SERANGELI

*Stampe originali di proprietà dell’A.: gruppo di passeggeri sul ponte del battello, due passeggeri sul ponte del battello, veduta di Livorno.