Dell’elmo di Scipio si è cinta la testa? (IV). Un piano nazionale per lo sport: se non ora quando?

 di NICOLA R. PORRO ♦

Dopo Wembley e dopo i successi olimpici e paralimpici di Tokyo, si può azzardare una più aggiornata rappresentazione del movimento sportivo italiano. Magari ricorrendo a quel famigerato metodo SWOT, croce e delizia della formazione aziendale, che, per chi si accontenti di una lettura “di primo livello”, insegna a individuare punti di forza, criticità, opportunità e rischi dell’oggetto di analisi. 

Il primo punto di forza dello sport italiano è… l’Italia. Non vuole essere una battuta. È lo storico policentrismo nazionale, il Paese dei mille campanili in perenne competizione, ad aver partorito una costellazione di “distretti sportivi” unica in Europa.  Come avvenuto per l’economia postbellica grazie ai distretti industriali, per lo più ubicati nell’area padana, essa ha dato vita a una diffusione molecolare di esperienze capaci di comporre una vasta e robusta trama di strutture locali e di specialità. Una fuggevole scorsa alla biografia agonistica degli olimpionici lombardi o veneti è più eloquente di laboriose ricerche sociologiche. È questa rete invisibile che, venuta meno l’organizzazione di regime promossa e controllata dal fascismo, ha supplito da decenni alla persistente latitanza delle istituzioni repubblicane. Quelle, cioè, che in altri Paesi costituiscono la struttura portante del reclutamento agonistico: la scuola e un solido sottosistema universitario. 

Dal confronto con i maggiori contesti nazionali emerge un’altra peculiarità del caso italiano. Molto più che altrove, sin dalla stagione della prima sportivizzazione a cavallo fra XIX e XX secolo (che da noi coincide con la tardiva formazione dello Stato unitario), è stata la provincia, assai più dei grandi centri urbani e metropolitani, a gemmare una costellazione di società ginniche, di circoli ciclistici, di club alpinistici. Un movimento che, almeno sino alla Grande Guerra, concorrerà non poco a definire l’identità nazionale e a costruirne l’immaginario sub specie sportiva.  

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I mille campanili forniranno anche, nei primi decenni del Novecento, l’ambiente più propizio all’acclimatamento dei giochi di squadra, soprattutto di quel football destinato a trovare una speciale sintonia con la nazionalizzazione delle masse, esemplarmente descritta negli anni Settanta da studiosi come George Mosse in relazione al caso tedesco, e da Eugen Weber a proposito di quello francese.[1]Espressione esemplare e costrutto simbolico della modernità industriale, il calcio, gioco di squadra territoriale come il rugby e insieme arte balistica come il basket, intercetterà presto pulsioni antropologiche profonde che alimenteranno come un fiume carsico le fortune dei campionati nazionali e di quella (quasi) pacifica simulazione della guerra affidata ai grandi tornei internazionali. Fra le due guerre, a dispetto delle preferenze personali del suo duce – Mussolini era uno sportista dai gusti parecchio retro –, il regime non esitò a usare in chiave di propaganda politica i successi della nostra Nazionale proprio nel gioco importato dalla Perfida Albione. L’immagine dei vincitori dei Mondiali 1934 e 1938 e delle Olimpiadi 1936 – non pochi dei quali erano oriundi di provenienza sudamericana frettolosamente italianizzati – irrigiditi nel saluto romano nutrirà a lungo l’immaginario nazional-popolare del regime.  

Nel contempo, proprio la non disinteressata attenzione rivolta al ritorno politico dei successi agonistici avrebbe ispirato, sin da Los Angeles 1932 (Italia seconda nel medagliere olimpico), l’ideazione di quel sistema dello sport in divisa che – rivisitato nel tempo e progressivamente emancipato dalla sua matrice ideologica – costituirà un caposaldo del modello italiano. 

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Sino al secondo dopoguerra e oltre, gli sport di squadra, in particolare ma non solo il calcio, restituiranno vigore a subculture localistiche destinate altrimenti a essere rapidamente spianate dall’impietoso ferro da stiro della modernizzazione. I nostri campioni sono ancora in prevalenza espressione di un’Italia minore che non si rassegna al ruolo di periferia cui gli antichi Paesi imperiali e le loro grandi capitali avevano condannato tanta parte della provincia europea.  La geografia dell’Italia sportiva ha conservato insomma, sino al tardo Novecento, un profilo sociologico originale, che nemmeno le dinamiche planetarie della globalizzazione riusciranno a omologare. Il nostro movimento sportivo può rappresentare un perfetto esempio di glocalism che avrebbe stimolato l’interesse di Roland Robertson e Zygmunt Bauman.[2]

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È questa singolare combinazione di municipalismo e cosmopolitismo a disegnare la fisionomia di un movimento sportivo saldamente insediato ai vertici internazionali ma insieme capace di comporre un’autentica biografia della Nazione. Italiani di entrambi i sessi, olimpionici e paralimpici, con i capelli biondi o con la pelle scura. Ma una sola maglia e una sola bandiera. Raccontano un’Italia non più contadina ma nemmeno compiutamente metropolitana. Per lo più appartengono a famiglie di ceto medio che nello sport non cercano più (o non cercano soltanto) promozione sociale. Quasi sempre si tratta di talenti gemmati dal reticolo molecolare della provincia – da Conegliano a Molfetta – grazie a un robusto sistema sportivo di prossimità. Nessuno di loro, insomma, è espressione dello scientifico reclutamento campionistico promosso negli Usa dalle otto super-università della Ivy League o dalla ferrea e precoce selezione dei talenti perseguita dai regimi autoritari. Però c’è nelle loro biografie una professoressa di educazione fisica che ha intuito per tempo il talento pallavolistica di una timida spilungona. C’è un parroco che ha offerto ai calciatori in erba il campetto dell’oratorio senza illudersi di conquistarli al precetto della messa domenicale. Magari c’è una madre che ha spinto in palestra una ragazzina recalcitrante (così so dove trovarla…) che si rivelerà una promessa della ginnastica artistica. 

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A fornire strumenti e opportunità a questa specie di selezione darwiniana dei talenti, intervengono però tre reti organizzative ben distinte ma in grado di generare fra loro sinergie, mettendo a sistema una parte significativa delle risorse spontaneamente mobilitate dal territorio. Sono (i) l’area delle specialità federali che mette capo alle strutture territoriali del CONI, (ii) le grandi reti di sport sociale e di avviamento alla pratica rappresentate dalle organizzazioni di sport dei cittadini, eredi della vecchia “promozione sportiva” e (iii) la struttura strategica rappresentata dallo sport in divisa. Le ultime due costituiscono autentiche specificità virtuose del caso italiano. Grazie alle quali lo Strapaese dello sport è anche riuscito a interpretare, prima e meglio di altri attori sociali, la domanda di riconoscimento proveniente dai “nuovi italiani”. Non talenti rimpatriati, come fu per gli oriundi del calcio degli anni Trenta, ma campioni che sono e si sentono parte di una comunità nazionale capace di offrire loro opportunità. Sull’onda dell’entusiasmo, un giornalista sportivo ha scritto che per l’inclusione ha fatto più Jacobs in 9.80 secondi che dieci anni di campagne. Formula efficace ma impropria dato che il diretto interessato ha voluto precisare di non sentirsi un immigrato e nemmeno un italo-americano. “Sono solo un italiano nato in Texas… ” ha dichiarato: parole semplici che suonano come un sonoro ceffone ai falsi patrioti del sovranismo di ogni risma e tribù.

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Il mero avviamento alle attività – quello che in altri tempi si associava al concetto ormai desueto di “promozione sportiva” – è tuttavia cosa diversa dal reclutamento agonistico. Fare ingresso nel circuito dell’alta prestazione impone scelte di vita impegnative ed esige strutture di supporto via via più specializzate e funzionali. È in questo passaggio che si coglie meglio l’importanza di un sistema portante come quello dello sport militare e paramilitare italiano. La femminilizzazione del medagliere azzurro, ad esempio, si deve in gran parte alla possibilità delle donne di accedere alla carriera militare conquistata nei primi anni Duemila. 

Non va sottovalutato, tuttavia, il contributo di quel vasto sistema di avviamento allo sport “di cittadinanza” che in Italia si è identificato, sin dagli anni Cinquanta, con la cosiddetta Promozione sportiva. Formula obsoleta ma che rinvia a un’esperienza originale del nostro sistema sportivo. Recise quasi del tutto le radici del collateralismo politico postbellico, preferiamo oggi parlare di sport di cittadinanza (“per tutti e misura di ciascuno”). Trasformatisi da “enti” ad associazioni di Terzo settore, organizzazioni di massa come la laica UISP (Unione Italiana Sport Per tutti) o il cattolico CSI (Centro sportivo italiano) superano il milione di iscritti, rappresentano movimenti leader del volontariato sociale e insieme veicoli di avviamento alla pratica fra i maggiori d’Europa. Un quadro completato da una decina di organizzazioni similari, anch’esse emancipatesi via via dalle originarie e ormai obsolete appartenenze politiche.

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Il ”modello italiano” non è dunque il prodotto di ingegneristiche sperimentazioni ma di una sorta di adattamento del sistema sportivo a una morfologia del Paese complessa ma ricca di opportunità (non tutte, non sempre e non ancora adeguatamente sfruttate). Lo sport ha saputo aderire a suo modo alle nervature delle comunità, interpretarne le domande e persino esprimerne i valori. Al CONI e alle Federazioni di specialità va attribuito il merito di avere finalmente incoraggiato – superando vecchie diffidenze e poco edificanti gelosie di parrocchia – una strategia capace di mettere a sistema questa risorse. La Bella Estate ha esaltato, con l’impresa di Wembley e gli exploit dei tennisti, anche lo sport professionistico, di cui qui non ci occupiamo specificamente. A sorprendere i non addetti ai lavori è stata però soprattutto la potenza espressa dalla configurazione molecolare e davvero “amatoriale” del sistema delle discipline olimpiche. E anche questa sorpresa è a ben vedere rivelatrice di una persistente distanza fra il sistema dello sport amatoriale e un’opinione pubblica estranea o distratta che sembra “cadere dal pero” a ogni successo dei nostri campioni.

Smaltita l’euforia, è però tempo di domandarsi – a proposito di rischi e opportunità – se e fino a che punto i principali sottosistemi, come lo sport in divisa, il tessuto federale e lo sport di cittadinanza, saranno ancora capaci in futuro di sviluppare la spinta dal basso che proviene dalla galassia dei microsistemi: lo sport delle famiglie, del vicinato, delle parrocchie, del volontariato civico (fondamentale nel promuovere crescita e successi agonistici del movimento paralimpico). 

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Qui veniamo ai nodi cruciali e alle dolenti note. Quali livelli di competitività può garantire nel tempo un sistema privo di un efficace e costante feedback con il sistema formativo, in attesa che si ridesti dal suo sonno decennale il gigante dormiente delle attività scolastiche e universitarie? Dove reperire le risorse finanziarie necessarie a conservare e sviluppare lo status di potenza olimpica e paralimpica che la Bella Estate ci ha consegnato? Come conservare la spinta propulsiva impressa dalle nostre campionesse che, senza abbandonarsi a declamazioni femministe, hanno regalato all’intero Paese un salto culturale di trent’anni? E come consolidare l’incipiente protagonismo del Sud senza investimenti massicci, efficaci e coordinati per l’impiantistica, la preparazione tecnica e il sostegno economico alle società di base? 

Il futuro è adesso: è maturo il tempo di un ambizioso piano nazionale per lo sport. Il Covid ha fatto slittare lo svolgimento dei Giochi. Fra meno di tre anni saremo di nuovo in campo a Parigi (avendo l’amministrazione capitolina frettolosamente gettato alle ortiche la candidatura di Roma…), con una squadra composta in gran parte da giovani che si sono temprati a Tokyo battendosi alla pari in quasi tutte le discipline con i Big Player del pianeta. 

Prima di sognare il tricolore che garrisce sulla Tour Eiffel sarà però opportuno non sottovalutare rischi e criticità. Il CONI dovrà resistere alla pressione di Federazioni che eccellono più nell’azione di lobbying che nel conseguire risultati di prestigio. Lo Stato, da parte sua, dovrà promuovere un approccio inedito e davvero sistemico alla questione sportiva. Ma occorre una rivoluzione culturale che abbracci il movimento nella sua totalità e complessità, dalle Grandi Federazioni allo sport “di strada”. Il prezioso policentrismo del sistema Italia non rappresenta un retaggio del passato bensì una straordinaria opportunità, da sottrarre a rivendicazioni localistiche e pretese microcorporative. La domanda di sport per tutti e a misura di ciascuno configura un nuovo diritto di cittadinanza e non solo un veicolo di reclutamento per l’agonismo di alto livello. La questione sportiva è dunque una questione propriamente politica. Abbiamo la possibilità di realizzare un salto di qualità nel momento più propizio da diversi decenni a questa parte… se non ora quando?

NICOLA R. PORRO

[1]Mosse G.L., La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania 1815-1933, Il Mulino, Bologna 1991 (edizione originale 1974).

Weber E., Da contadini a francesi. La modernizzazione della Francia rurale, 1870-1914, Il Mulino, Bologna 1989 (edizione originale 1976).

[2]Robertson R., Globalizzazione: teoria sociale e cultura globale, Asterios, Trieste 1999 (edizione originale 1983); Bauman Z., Globalizzazione e glocalismo, Armando, Roma 2005 (edizione originale 2001).