STORIA DELLE OLIMPIADI – Edizioni tra le due guerre – parte 2

di STEFANO CERVARELLI♦ 

Los Angeles 1932. I giochi, pur cadendo in piena depressione, nell’isolamento geografico della California, difficile da raggiungere per chi approdava sulla costa atlantica, si rivelarono  ugualmente un grande successo organizzativo: sono le olimpiadi in technicolor. D’altra parte Los Angeles è a due passi da Hollywood e gli atleti, giunti da ogni parte del mondo, divennero, per tutto il tempo dei giochi, i nuovi divi, destando, come vedremo tra poco, un interesse particolare.

Il villaggio olimpico per gli atleti maschi (2.000) era un vero gioiello. Costruito sulle colline di Baldwin, con vista sull’Oceano Pacifico, sopra una superficie di 129 ettari, disponeva di 550 villette prefabbricate, per ospitare  ognuna quattro persone e non mancava di nulla: 40 cuochi abili nel preparare ogni sorta di menù internazionale, l’ufficio postale, un ospedale, una libreria, un anfiteatro ed altre installazioni destinate al divertimento ed agli allenamenti, anche se questi, in verità non ricevettero tanto l’attenzione dovuta.

Succedeva infatti che alle porte del campo, sorvegliato letteralmente da cow boys a cavallo, arrivavano, con molta frequenza, lussuose vetture americane:  stelle, stelline, future stelle e signore mature della buona società si disputavano l’onore  di accogliere come “ospiti”, presso   lussuose residenze, gli atleti; come resistere all’atmosfera di stordimento mondana e…paradisiaca, lontanissima dall’atletismo olimpico?

Ed infatti il marciatore francese Quintric sprofondò nel clima hollywoodiano.

Rapito da un vaporosa  bionda quarantenne, fu ospite nella sua villa tra saloni e piscina, vivendo un’avventura di sogno, dimenticandosi che doveva compiere 50 Km di marcia: infatti lui, che era il principale favorito, arrivò a mezz’ora dal primo!

Inoltre sembra che alla fine abbia versato molte lacrime, ma non per il risultato, ma perché doveva lasciare quel nido dorato, dove aveva vissuto, come dirà in seguito, la più bella avventura della sua vita.

Le atlete, dal canto loro, furono ospitate in uno dei più lussuosi alberghi di Los Angeles e la storiografia olimpica, quella almeno da me consultata, non fa cenno ad episodi…piccanti. Discrezionalità o maggior lungimiranza femminile?

All’inizio facevo cenno alla  profonda crisi che nel 1929 colpì gli Stati Uniti.

In quel momento, tra suicidi dovuti al crollo di Wall Street, con il reddito nazionale ridotto alla metà, con 15 milioni di disoccupati (alla fine del 1931 dati ufficiali davano una famiglia su tre disoccupata) con il Catholic Word che definisce” il trattamento riservato dal capitale ai lavoratori è peggio di quello concesso alle bestie”, come si poteva pensare ad organizzare  un’Olimpiade?

Ora bisogna dire che molte cose, forse anche troppe, erano viste negli Stati Uniti, e particolarmente in California, come business; anche lo sport era tra quelli, esercitando un forte richiamo, fin quasi allo spasimo, su una folla che ormai viveva in città gigantesche, cresciute in fretta -due esempi per tutti-: in 50 anni New York è passata da 1.200.000 abitanti a quasi 7.000.000! Mentre Los Angeles, da quel piccolo villaggio che era, conta  oramai 1.240.000 abitanti.

 E’ una moltitudine di persone che si affanna, vive, gira per le strade e sulla quale tutti gli spettacoli esercitano interesse, attrattiva, accentuata da una  pubblicità colossale; si vive in una suggestione collettiva, prova ne sia che  cosa erano in quegli anni  gli incontri di boxe: 90.000, 100.000 persone riempivano lo Yankee Stadium di New York, inebriandosi, urlando al rumore sordo dei pugni.

Quindi quale spettacolo sportivo migliore delle olimpiadi? Oltretutto gli organizzatori riescono a tenere basse le spese di  partecipazione; cosa che però non eviterà a molte federazioni di  presentarsi con un organico ridotto. 

L’Italia  conquista la sua prima medaglia d’oro nell’atletica leggera grazie a Luigi Beccali, che  vince i 1.500 m. stabilendo anche il record olimpico.

Unica ombra sui giochi, specialmente per gli europei, è la notizia che Hitler è sempre più vicino al potere, che verrà solennemente celebrato proprio durante un’Olimpiade quattro anni dopo.

CERVA OLI 2

Berlino 1936.  L’Olimpiade che ha fatto più parlare di se, olimpiade spettacolare: l’Olimpiade di Hitler.

Qui i giochi dovevano rappresentare al mondo l’apoteosi della Germania nazista: ordine, grandiosità, svastiche in ogni parte, in ogni luogo; il terzo Reich celebra l’avvenimento con fasto, impiego di grandi mezzi, saranno giochi untuosi, eccessivi, ma esattamente quelli voluti dal regime tedesco che    non esita di usare ipocritamente il linguaggio appropriato ” tutti i nostri sforzi tenderanno allo sviluppo dell’ideale olimpico e dell’onore tedesco”ed infatti le celebrazioni assunsero la pagana solennità di un rito.

La scelta di Berlino avvenne quando ancora vaga ed incerta (possibile?) era l’ombra di Hitler; precisamente nel 1931, durante il congresso tenuto a Barcellona e dove diverse nazioni avevano avanzato la loro candidatura a riprova del crescente interesse e successo delle olimpiadi.

Fu quello che accadde dopo che diede ai giochi di Berlino un aspetto ed una coloritura particolare, facendone il segno, molto indicativo, dell’esplodere  allucinante del mito, della potenza e della superiorità di razza, che partendo dalle olimpiadi avrebbe poi aperto al mondo il più orrendo dei baratri.

Due anni dopo si ebbe infatti l’avvento di Hitler al potere e la promulgazione delle leggi antisemite e razziste in risposta alle quali da moltissime parti (Stati Uniti compresi) si scatenò una violenta campagna antinazista.

Si chiese apertamente lo spostamento dell’Olimpiade, gli Stati Uniti erano pronti anche a rinunciare (intenzione che, come vedremo, i tedeschi non mancarono di fargliela pagare), ma Brundage, Presidente del Comitato Usa e de Baillet Latour, Presidente dei CIO, risposero che non c’era nulla da temere.

Successivamente il primo si difese asserendo che nel suo viaggio di ricognizione Germania era sempre  stato accompagnato da funzionari nazisti che gli avevano impedito di “vedere”. La verità è che Brundage, era, a sua volta,  antisemita tanto che nel suo club non erano ammessi ebrei.

Paradossalmente  fu proprio il rifiuto del CIO  allo spostamento e la sua presunzione di sapere distinguere lo sport dalla politica, ad offrire  un potente strumento di propaganda al regime hitleriano.

Addirittura il CIO  si vantò di essere riuscito persino ad ottenere una vittoria nei confronti delle misure razziali in atto in Germania.

Ecco il succo della “vittoria”. Dopo un incontro con Hitler, il Presidente del CIO, de Baillet Latour, pubblicò una dichiarazione con la quale assicurava l’assoluta ottemperanza  alle norme dello statuto olimpico da parte dei dirigenti tedeschi bollando (!) il boicottaggio scatenato- disse-per ragioni politiche e fondato su affermazioni gratuite e calunniose.

L’unico risultato ottenuto alla fine fu quello di impedire ad Hitler di pronunciare uno dei suoi focosi discorsi e qualche scelta ipocrita  che portò  le autorità naziste a rinunciare  alla loro intransigenza e ai loro propositi., seppure per poco. Anzi in maniera beffarda si fecero persino paladini dell’eguaglianza universale!

Non mancarono  quindi decisioni  dal puro sapore propagandistico.

Un dirigente sospettato di ascendenti giudei venne messo a capo del comitato organizzativo!

L’adozione delle leggi razziali aveva portato all’espulsione di molti atleti ebrei, ma quando si dovette dimostrare che gli stessi non venivano esclusi  dalle squadre nazionali per la loro identità, le autorità naziste furono costretti a reintegrarli nelle rispettive nazionali.

Particolare fu  il caso Helen Mayer, fiorettista e medaglia d’oro ad Amsterdam.

Essendo figlia di un medico ebreo (quindi secondo la burocrazia nazista mezza ebrea) alle prime misure razziste si era rifugiata negli Stati Uniti; non fu facile convincere il Fuhrer che la sua chiamata avrebbe consentito alla distensione dei rapporti con gli Usa, oltreché, naturalmente, offrire al mondo una visione conciliante della nuova politica tedesca.

La ragazza accettò volentieri la chiamata anche se questo le costò una debole accusa di complicità con il regime, ma non certo per complicità con la politica tedesca, con il regime, ma escluso questo, lei aderì perché in fondo si sentiva, com’era, tedesca come tutti gli altri ebrei che si erano battuti per portare i giochi a Berlino. Purtroppo andò male per Hitler perché  non solo la Mayer non vinse ma a salire sul podio furono tre atlete ebree.

Dicevo poco prima del trattamento riservato in Germania agli Stati Uniti.

L’accusa e l’offesa nei loro riguardi non poteva che essere di stampo razzista

I giornali tedeschi, infatti sottolinearono come l’americano “bianco” avesse avuto una  notevole decadenza fisica, accusandoli come antisportivo fosse il ricorso ai “neri ausiliari”, per coprire le loro deficienze. Il discorso sul rapporto degli afro-americani con le olimpiadi e con lo sport nel loro paese, ci porterebbe lontano, dirò solo due cose.

La prima: in effetti buona parte dell’opinione pubblica statunitense non vedeva di buon occhio l’apporto degli atleti di colore.

La seconda è che la partecipazione degli atleti di razza negra era ormai divenuta indispensabile,specialmente  nell’atletica leggera, tanto che da quattro che erano a Los Angeles, divennero 10 a Berlino.

 Per ironia della sorte proprio in una manifestazione, nata prevalentemente  dal desiderio di affermazione della razza ariana, l’Olimpiade esprimeva il suo eroe incontrastato (e non solo di quell’Olimpiade) proprio in  un atleta di colore.

Secondo di undici figli, padre piantatore di cotone in Alabama, Jessie, davanti ai gerarchi nazisti ed ad un infuriato Hitler, vinse quattro medaglie d’oro, stabilendo cinque primati del mondo! Battendo in finale del salto in lungo proprio il campione tedesco.

Hitler abbandonò lo stadio anzitempo e su questo vennero addotte diverse giustificazioni; la verità è una sola:  se ne andò  anticipatamente sul protocollo proprio per non dover stringer la mano ad un atleta di pelle nera.

Essendomi dilungato su l’aspetto più importante delle Olimpiadi di Berlino, il resto lo condenserò in ..pillole.

Questa fu la prima edizione dove il fuoco olimpico, acceso ad Olimpia, arriverà portato in staffetta da 3.300 atleti attraverso sette paesi. 

Nel nuoto si assiste alla conferma della affermazione nipponica, con la conquista del maggior numero di medaglie.

Nell’Olimpiade tedesca fa il suo esordio la Pallacanestro (poi Basket) con la prima vittoria degli Stati Uniti.

La pallanuoto trova definitiva stabilità nel programma olimpico.

Per quanto riguarda l’Italia si tratta di una soddisfacente Olimpiade.

Motivo di vanto ci viene offerto dalla scherma, dove i risultati esprimeranno un netto trionfo: dei sei titoli in palio ne vincemmo quattro. A Berlino, sempre per restare alla scherma, avviene il debutto di un grandissimo campione: Edoardo Mangiarotti, che sarà protagonista nelle successive quattro edizioni dei giochi, affermandosi come il miglior schermitore italiano di tutti i tempi.

A Berlino l’Italia conquista il primo oro femminile: merito di Ondina Valla che vince gli 80 mt. Ostacoli. Ondina era, diciamo …. , il suo nome d’arte, in quanto il suo vero nome era Trebisonda.

Ma le imprese italiane non si esaurisco qui, un’altra ce la regala il calcio;  sempre con la guida di Vittorio Pozzo, a due anni distanza dal titolo mondiale, gli azzurri diventano campioni olimpici superando l’Austria, per 2-1 al termine di una partita aspramente combattuta, protrattasi ai supplementari, confermando così il loro valore.

Complessivamente torniamo a casa con otto medaglie d’oro, nove d’argento, cinque di bronzo;  un buon bottino che ci colloca alle spalle di Stati Uniti,  Germania ed Ungheria.

Concludo ricordando che questa edizione dei giochi fu talmente osteggiata che a Barcellona venne riammodernato lo stadio di Montjuich per ospitare i contro-giochi; iniziativa fallita per l’assalto dei franchisti ai separatisti della Catalogna.

La guerra, contrariamente da quanto succedeva secoli prima, fermerà ancora l’Olimpiade.

STEFANO CERVARELLI