VIAGGI DI ME (9) – Addis Abeba. L’eccidio rimosso di Yekatit

di NICOLA R. PORRO

 È la fine di giugno del 2008. Reduce da un seminario tenuto in Finlandia, all’Università di Jyväskylä, mi trovo all’aeroporto di Helsinki a ingannare due ore di attesa prima del volo che mi avrebbe ricondotto ai patrii lidi. Approfitto di un’accogliente sala attrezzata per compulsare la posta elettronica. Trovo una mail “urgentissima” proveniente dall’Ufficio Internazionale del mio Rettorato: devo rappresentare la mia Università a un non meglio precisato colloquio “per la cooperazione scientifica internazionale” promosso dall’Istituto italiano di cultura e dalla Regione Lazio. Destinazione Addis Abeba, Etiopia. Partenza il giorno successivo. Non ricordo se ne sia mai parlato ma rinuncio realisticamente a chiedere spiegazioni. Faccio di necessità virtù: mi si concede almeno la possibilità di un cambio di biancheria… A casa trovo biglietto aereo e sommarie istruzioni. Insieme a me ci saranno un collega e due funzionarie che rappresenteranno il CNR e la Regione. Il giorno dopo partenza all’alba. A compensare la levataccia il sollievo rappresentato dal volo diretto. Non succede spesso con le destinazioni africane. In aeroporto la delegazione si compone alla consegna bagagli. Saluti e sommarie presentazioni. Scopro che neanche i miei compagni di viaggio sanno granché di ciò che ci aspetta: una missione a sorpresa. Il volo è confortevole e tranquillo. All’arrivo godiamo di una corsia preferenziale. Recuperate le masserizie adocchiamo un vistoso cartello inalberato da un paio di signori ben vestiti. C’è scritto in italiano “Benvenuti amici” con tanto di cornicetta tricolore. Sono premurosi e gentili: si sarebbero occupati loro di tutto. Anche di offrirci una specie di sbrigativo sightseeing tour nel tragitto verso il centro città, prima di essere inghiottiti dal misterioso programma del pomeriggio. Abbiamo giusto il tempo di farci un’idea della città: turismo mordi e fuggi, ma meglio di niente. Dell’Africa subsahariana conoscevo solo il Sud-Africa, il Lesotho e lo Swaziland. E le belle spiagge di Zanzibar, Tanzania.

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Addis Abeba ci si presenta come una strana, disordinatissima metropoli.  Un agglomerato urbano informe e sconfinato, arrampicato in altura fra declivi verdissimi e percorsi accidentati. L’insieme trasmette l’idea di una conurbazione ibrida. A quartieri occidentalizzanti succedono trasandate eredità dell’urbanistica coloniale. Incrociamo anonime aree commerciali che ricordano una dimessa downtown, bidonville miserabili, qualche variopinto mercato all’aperto. L’autista spinge a tavoletta sui monumentali viali di accesso a quello che immaginiamo sia il centro urbano. Idea del tutto impropria: siamo in una metropoli generata da un’espansione demografica che si è sviluppata impetuosamente nell’arco di poche decenni. Impossibile individuare un “centro” urbano che risponda ai canoni dell’urbanistica europea.  All’improvviso emergiamo da un dedalo di viuzze sconnesse per irrompere (in senso proprio: scansando baracchini ambulanti, biciclette e spensierati pedoni immersi nei propri pensieri) in una piazza dalle parvenze urbanistiche a noi più familiari. Ampia e trafficata, funziona come il cono d’imbuto delle vie adiacenti. Al centro un’aiuola ben curata, sovrastata da una stele abbastanza alta. Ospita lapidi istoriate come sculture e iscrizioni in alfabeto ge’ez, dal nome – ci spiegano – dell’antica lingua semitica dell’Etiopia. Le immagini scolpite impressionano: scene di disperazione, uomini penzolanti dalla forca, corpi accasciati su cui si accaniscono figure in divisa dalle fattezze europee. Impugnano spranghe, fucili, scudisci.

Chiediamo al nostro anfitrione cosa commemori quella stele, così vistosamente ubicata nel cuore della città. La risposta è laconica. Concede poco alla nostra curiosità. Lo chiamano l’obelisco di Yekatit, come lo sterminato quartiere che dà il nome alla piazza. La stele, aggiunge frettolosamente, ricorda “una strage al tempo del colonialismo”. Con i compagni di viaggio ci scambiamo uno sguardo circolare. Perché per gli etiopi i colonialisti eravamo noi, in epoca fascista. È evidente come l’accompagnatore preferisca non approfondire. Qualcosa di vago mi affiora alla memoria, insieme alla consapevolezza di quanta reticenza circondi ancora, soprattutto nei testi scolastici, la storia del colonialismo italiano. Mi ripropongo di documentarmi in serata. Non mi aspetto di avere accesso in hotel a oracoli telematici e con me ho soltanto una non recentissima, sebbene solitamente affidabile, edizione della Guide to Ethiopia di Philip Briggs. 

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Quello che trovo non è granché ma basta a far accapponare la pelle. Quella stele ricorda una vicenda terrificante, del tutto rimossa dalla nostra coscienza collettiva. Aveva avuto inizio il 19 febbraio 1937 con il fallito attentato, da parte di due irredentisti etiopi, al maresciallo Rodolfo Graziani, Viceré d’Etiopia e uomo forte del regime. Tutto era cominciato nel recinto del palazzo del governo nel corso di una cerimonia tradizionale: l’elargizione a una piccola folla di bisognosi di elemosine raccolte dai preti copti. A presidiare la zona miliziani fascisti armati di mitragliatrici piazzate nei punti nevralgici di quella che all’epoca costituiva una vasta spianata circondata da edifici di culto e povere case. I due attentatori lanciarono maldestramente nove bombe a mano. Non ci furono vittime, ma si contarono diversi feriti, fra cui lo stesso Graziani. Presi di sorpresa, forse temendo che il fallito attentato annunciasse una sollevazione, i miliziani aprirono il fuoco con mitraglie e fucili. Sparando alla cieca, ad alzo zero, su tutti gli etiopi presenti, compresi i dignitari alleati del regime, i preti copti, i mendicanti, le donne e i bambini. La mattanza durò un’ora e mezza, le vittime furono tremila.  La strage non fu ritenuta sufficiente: bisognava lasciare un segno indelebile perché tutti capissero chi comandava. Occorreva seminare il terrore scatenando una rappresaglia spietata. Per tre intere giornate tutto fu consentito ai “vendicatori”. A centinaia furono macellati civili disarmati, molti edifici furono dati alle fiamme, spesso senza evacuare chi vi si trovava. Le abitazioni meno povere furono saccheggiate. Alle camicie nere scatenate fu lasciata mano libera. Al massacro e alle esecuzioni sommarie parteciparono però anche civili italiani armati. I militari dell’esercito regolare, invece, furono consegnati in caserma. Fu insomma un massacro fascista nell’accezione propria e piena del termine, che però disonorò l’Italia intera. Venne assalito persino un grande monastero, dove sembra avesse trovato rifugio la moglie di uno degli attentatori. Perirono in quella incursione almeno altri tremila fra monaci e fedeli. Solo dopo tre giorni il raptus criminale si arrestò, ma proseguirono le esecuzioni sommarie ed episodi di spietata ritorsione. Le vittime, ha documentato di recente lo storico inglese Ian Campbell (Il massacro di Addis Abeba, Rizzoli 2018), che a questa tragedia dimenticata ha dedicato venticinque anni di ricerche, furono alla fine non meno di 19.500: all’epoca rappresentavano un quinto della popolazione della città. Altre stime, meno attendibili, parlano addirittura di trentamila vittime. 

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Di recente uno storico italiano, Angelo Del Boca, ha fornito un serio e limpido contributo di conoscenza con il suo Italianibrava gente? Un mito duro a morire (Neri Pozza 2016). In base alle sue ricerche, alla fine della campagna di Etiopia, nel maggio 1936, il corpo di spedizione italiano contava circa 330.000 militari italiani, 87.000 ascari (soldati indigeni arruolati nei Regi Corpi Truppe Coloniali) e circa 100.000 lavoratori italiani militarizzati. Le forze impiegate disponevano di 10.000 mitragliatrici, 1.100 cannoni, 250 carri armati, 90.000 quadrupedi, 14.000 automezzi e 350 aerei in assetto di combattimento. Per i tempi, un dispiegamento di forze impressionante e senza paragoni nel contesto africano di quegli anni. 

Un altro lavoro, pubblicato a firma dello storico Nicola Labanca (Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino 2008) proprio pochi mesi dopo il nostro viaggio, illustra attraverso un’inoppugnabile documentazione storia, sviluppi e caratteri della campagna di Etiopia e del colonialismo italiano nell’Africa fra le due guerre. Non si trattò affatto, secondo Labanca, di un anacronistico e sgangherato epilogo del colonialismo ottocentesco, funzionale al disegno mussoliniano di assicurare all’Italia il rango di potenza ”imperiale”. O meglio: non solo di questo si trattò. La conquista dell’Etiopia avrebbe rappresentato piuttosto un caso esemplare di “guerra totale di dominazione”. La strage di Teikit non rappresentò una reazione incontrollata e sproporzionata a una sfida terroristica. Il ricorso all’eccidio ai danni della popolazione civile era infatti ampiamente previsto, così come era avvenuto, nel corso della campagna di conquista, per l’impiego dei gas tossici e persino delle micidiali bombe all’iprite, banditi già dieci anni prima dalla Convenzione di Ginevra.

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Secondo la storiografia recente, insomma, quella di Etiopia non rappresentò l’ultima delle guerre coloniali bensì l’anticipazione degli orrori consumatisi qualche decennio dopo nei Paesi post-coloniali. Il caso esemplare sarà rappresentato dalle vicende del Vietnam e segnatamente da un episodio simbolo come il massacro di My Lai (16 marzo 1968) che peserà come un macigno sulla coscienza democratica americana. Niente di simile sarebbe mai avvenuto da noi circa il massacro di Teikit, che nella macabra contabilità dell’orrore causò un numero di vittime quaranta volta superiore. A distanza di diversi anni, confesso che ricordo ben poco dei colloqui “professionali” con i nostri (cortesissimi) ospiti etiopi. Né ho memoria degli eventuali sviluppi delle iniziative di cui parlammo. Però scoprire e conoscere, almeno un po’, quella vicenda rimossa dalla nostra coscienza collettiva, rappresentò per tutti noi qualcosa di importante. Durante il volo di ritorno non parlammo d’altro. 

Dopo Yekatit vennero la guerra, la vittoria alleata, le disfatte del fascismo e del nazismo, la decolonizzazione. Nessuno mai fu chiamato a rispondere di quella tragedia rimossa. Le agghiaccianti testimonianze della Shoa e la riemersione nella memoria storica del genocidio armeno l’hanno spinta dietro le quinte, nonostante il numero delle vittime e le obiettive dimensioni della vicenda ne facessero un episodio tutt’altro che secondario degli orrori del Novecento. Yekatit è stata consegnata all’oblio: reato prescritto. E poi, si sa, noi italiani siamo brava gente. E il fascismo ha fatto anche cose buone…

NICOLA R. PORRO