NAGORNO KARABAKH: UN’ALTRA SARAJEVO NELL’INDIFFERENZA DEL MONDO

di LETIZIA LEONARDI

C’è una guerra nel Caucaso, crocevia dell’Europa, della quale pochi parlano e spesso in modo inesatto. Da diverse settimane, nella totale indifferenza del mondo, si sta combattendo in Nagorno Karabakh un feroce conflitto. La storia per gli armeni si ripete: soli contro gli attacchi della Repubblica dell’Azerbaijan che è dotata di droni e armi di ultima generazione. Armeni soli contro terroristi jihadisti reclutati dal sultano di Ankara, secondo fonti del Nagorno Karabakh, confermate dal premier armeno Nikol Pashinyan e dal francese Macron. Duemila dollari al mese e cento dollari per ogni testa di armeno, questo sarebbe il compenso dei miliziani in base al racconto di alcuni prigionieri catturati dagli armeni. La storia si ripete: settecento lire turche, tanto valeva la testa di un armeno nel 1915, in quel genocidio che la Turchia non ha mai voluto riconoscere e che, centocinque anni dopo, si rischia di completare nel Nagorno Karabakh. Ma perché si combatte questa guerra, perché dovrebbe riguardarci e perché nessuno interviene? Intanto diciamo che il Nagorno Karabakh si trova nel Caucaso meridionale, nell’altopiano armeno, in territorio azero e vicino al confine con l’Armenia. Una terra, che prima di questa guerra contava 150 mila abitanti, grande quanto la nostra regione Molise. Popolazione armena cristiana circondata da islamici che ora si sta difendendo in un conflitto iniziato nel 1991, congelato dal 1994 e scoppiato in tutta la sua atrocità il 27 settembre scorso.

L’origine di questa guerra è un equivoco risalente al 1921, ma facciamo ancora un passo indietro. Nel 1813 il Nagorno Karabakh, abitato e governato da armeni fin dall’epoca precristiana, è stato inglobato nell’impero russo. Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 è confluito, come regione autonoma, nella Federazione Transcaucasica, insieme all’Armenia, alla Georgia e all’Azerbaijan, tutte repubbliche entrate a far parte dell’ex Unione Sovietica con a capo Lenin. Già il primo Congresso del popolo del Karabakh del 22 luglio 1918 aveva infatti proclamato l’indipendenza della regione. Tra il 1918 e il 1920, in tre regioni (Nakchivan, Zangezur, attuale provincia armena di Syunik) e nel Nagorno-Karabakh, ci sono stati scontri tra la Repubblica d’Armenia e la Repubblica democratica azera a causa di dispute riguardanti i confini. Nel 1921 Stalin (allora responsabile agli affari internazionali), per ingraziarsi il popolo islamico e probabilmente con l’intento di far arrivare il socialismo, possibilmente fino alla Turchia, ha ceduto temporaneamente e senza consultare gli abitanti del Nagorno Karabakh, questo piccolo territorio all’Azerbaijan, in attesa di una conferenza di pace che avrebbe definito stabilmente la questione. La conferenza di pace non c’è mai stata, il socialismo non è mai arrivato in Turchia ma la spinosa questione di una terra contesa tra azeri e armeni è rimasta. Alla fine degli anni ’80, mentre si prospettava lo scioglimento dell’URSS, gli azeri hanno messo in atto pogrom nei confronti della popolazione armena. L’ostilità degli azeri nei confronti degli armeni si è palesata nel peggiore dei modi. L’allora legislazione sovietica prevedeva che, in caso di scioglimento dell’Unione Sovietica, le repubbliche che ne facevano parte potevano decidere, attraverso un referendum, la loro indipendenza.

Come l’Armenia, la Georgia e l’Azerbaijan, anche il Nagorno Karabakh ha deciso, nel 1991, tramite un referendum libero e democratico, per l’indipendenza e si è autoproclamato Repubblica dell’Artsakh (Artsakh, l’antico nome armeno dell’area). Un diritto all’autodeterminazione dei popoli che l’Azerbaijan non ha mai voluto riconoscere e che ha respinto dichiarando, lo stesso anno, guerra al Nagorno Karabakh. Sono state circa trentamila le vittime rimaste sul campo di battaglia nel quale gli armeni all’epoca hanno avuto la meglio avanzando in sette distretti confinanti con la Repubblica d’Armenia. Nel 1993, mentre ancora il conflitto era in corso, l’ONU ha emanato le risoluzioni n. 822, 853, 874 e 884 che prevedevano il ritiro delle forze di occupazione dalle aree appartenenti alla Repubblica dell’Azerbaijan, secondo il principio dell’integrità territoriale. Ciò senza tenere conto che esiste un altro diritto: quello all’autodeteminazione dei popoli (diritto accordato all’Armenia, alla Georgia, all’Azerbaijan ma non al Nagorno Karabakh) e senza considerare che gli azeri hanno spesso violato il cessate il fuoco, anche dopo l’accordo di pace siglato nel 1994. Non ci sono dunque separatisti armeni, come spesso vengono definiti, ma un popolo che sta preservando il proprio diritto all’indipendenza ingiustamente negato, sta difendendo un territorio che gli appartiene sin dall’antichità e che non vuole perdere come i tanti strappati durante il genocidio. Una guerra congelata dunque, che di tanto in tanto è esplosa in alcuni giorni di guerra (prima di questo attacco, l’Azerbaijan ha lanciato due aggressioni contro gli armeni nell’aprile del 2016 e nel luglio di quest’anno) e che ha comunque sempre impegnato soldati al fronte di ambo le parti. Da allora sono andati avanti, senza alcun risultato, i negoziati di pace sotto l’egida del Gruppo di Minsk (composto da Francia, Russia, Stati Uniti d’America e rappresentanti di Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Turchia oltre ad Armenia e Azerbaijan). I due Paesi si accusano a vicenda. Gli azeri accusano gli armeni di aver compiuto pulizie etniche nei loro confronti ma sarebbe come credere che una farfalla possa aggredire un elefante. Gli armeni parlano di legittima difesa e di risposte agli attacchi azeri. Il 27 settembre scorso, l’Azerbaijan ha deciso che era giunto il momento di riprendere questo conflitto, etnico e territoriale, forte dell’appoggio della Turchia, della crisi sanitaria ed economica dei Paesi europei e delle elezioni presidenziali che hanno impegnato l’America. Ma questa non è una guerra come le altre, questa volta ci sono i tagliatori di teste, droni turchi e armamenti di fattura turca e israeliana, secondo fonti dell’esercito di difesa.

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Il difensore dei diritti umani Arman Tatoyan e Amnesty International hanno denunciato che gli azeri stanno utilizzando munizioni di distruzione di massa contro i civili (bombe a grappolo e al fosforo)…mentre il mondo intero tace, tace perché la Turchia e l’Azerbaijan hanno, nel corso degli anni, anestetizzato tutti i Paesi che sarebbero potuti intervenire attraverso una fitta rete di interessi economici. Abbiamo la Russia che potrebbe aiutare l’Armenia, che l’aiuta pure con la vendita di armi, ma le vende anche all’Azerbaijan perché probabilmente alla Russia fa comodo un’Armenia debole, in parte dipendente dal Cremlino ma soprattutto non può intervenire se il conflitto non si allarga in territorio della Repubblica d’Armenia; abbiamo l’Iran neutrale, pur essendo un Paese islamico, perché probabilmente teme che il rafforzamento dell’Azerbaijan possa produrre tensioni con la propria forte minoranza azera interna. L’Unione Europea tace per i molti interessi economici che ha con la Turchia e l’Azerbaigian. Armenia e Azerbaijan sono poi entrambi membri del Consiglio d’Europa e dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.  E c’è l’America che ha legami con la Turchia che fa parte della Nato e con Israele che, secondo diverse fonti giornalistiche e armene,  sta vendendo armi all’Azerbaijan. Anche l’Italia sta in un silenzio imbarazzante a guardare. L’Armenia, con il nostro Paese, ha avuto da sempre rapporti molto stretti e antichi soprattutto per l’affinità tra i due popoli, per i legami storici, per gli scambi commerciali e turistici e per la riconoscenza per gli ingenti e tempestivi aiuti dell’Italia dopo il disastroso terremoto che ha colpito il nord dell’Armenia nel 1988. Attualmente nella Repubblica caucasica sono presenti più di 170 imprese con la partecipazione di capitale italiano. Ma anche le relazioni tra Italia e Azerbaijan sono da sempre state molto forti. L’Italia è il suo principale partner commerciale, in particolare per la fornitura energetica da parte dell’Azerbaijan all’Italia. È un mercato importante per il “Made in Italy” e ci sono molte aziende italiane in Azerbaijan che partecipano nella realizzazione di grandi progetti energetici, come il progetto TAP per il trasporto del gas fino al nostro meridione. Tuttavia le questioni economiche e geopolitiche non possono offuscare le ragioni umanitarie. Siamo nel pieno di una tragedia che si sta consumando in diretta. Quella che, per gli azeri, doveva essere una guerra lampo si è trasformata in una guerra di logoramento, con ormai migliaia di vittime, fra cui molti civili, da ambo le parti. Mentre gli armeni si dicono disposti a una risoluzione pacifica, l’Azerbaijan non ha mai celato il suo obiettivo di risolvere il conflitto nel Nagorno Karabakh solo dopo aver preso l’intera area. E così la farfalla sta lottando contro un elefante che cerca di annientarla con tutti i modi possibili.

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Dall’altra parte c’è lo Stato di Erdogan che, secondo alcune ipotesi di studiosi, storici e dell’ambasciatrice armena in Italia Tsovinar Hambardzumyan, tenta di ricreare un nuovo Impero Ottomano mirando anche al controllo del Mediterraneo, scatenando anche una guerra di religione per questioni geopolitiche. Sempre secondo l’ambasciatrice: “La Turchia di oggi, con le sue politiche aggressive ed espansionistiche, potrebbe essere una minaccia non solo per l’Italia, per il Mediterraneo, ma anche per tutte le regioni: per il Caucaso meridionale, per l’Europa, per l’Africa, per la regione asiatica”[1]. Se aggiungiamo poi le recenti riconversioni, in Turchia, delle chiese in moschee e il ripresentarsi degli attacchi terroristici di matrice islamica in Europa, possiamo considerare questo appoggio di Ankara all’Azerbaijan, contro gli armeni del Nagorno Karabakh (primo popolo cristiano del mondo), anche come un simbolico attacco alla cristianità.

Antonio Gramsci, in un articolo del 1916 sul primo genocidio armeno, scriveva; “È un gran torto non essere conosciuti. Per un popolo, per una razza, significa il lento dissolvimento, l’annientarsi progressivo di ogni vincolo internazionale, l’abbandono a se stessi, inermi”. Forse un giorno gli armeni dimenticheranno anche queste ferite lasciate dal nemico turco-azero e dai terroristi jihadisti in questa guerra in Nagorno Karabakh. Ma forse non riusciranno a dimenticare, per la seconda volta, l’indifferenza e il silenzio di tutti quei Paesi che si erano dimostrati amici. E chi, come me, si è sempre chiesto dove stava il mondo intero, quando 105 anni fa i Giovani Turchi hanno compiuto il genocidio Armeno…Oggi può finalmente avere la risposta.

LETIZIA LEONARDI

[1] http://www.nazionefutura.it/esteri/intervista-allambasciatore-armeno-a-roma-turchia-minaccia-per-litalia-e-per-leuropa/